Libro II · Canto XXVII
La voglia di mora
Un ladro confessa, una regina ricorda un segno sulla pelle e Fiordelisa scopre chi sono i suoi genitori. Poi una tempesta spinge Brandimarte in Africa.
In breve
Brandimarte porta verso la città di Liza il ladro Fugiforca, che confessa: anni prima ha rapito una bambina, figlia del re Dolistone e della regina Perodia, e l'ha venduta al conte di Rocca Silvana. Davanti a Liza c'è un esercito che assedia la città: Brandimarte combatte come un leone, ma i soldati catturano Fiordelisa e Doristella. Il loro re è Teodoro, innamorato di Doristella: i due si ritrovano, e Teodoro fa la pace con Dolistone.
A corte la regina ricorda che la figlia rapita aveva sotto il seno una voglia scura come una mora: Fiordelisa ha proprio quel segno, e ritrova così i suoi genitori. Si celebrano due matrimoni, Brandimarte con Fiordelisa e Teodoro con Doristella, e tutto il regno diventa cristiano. Ma Brandimarte vuole tornare da Orlando: parte per mare e una tempesta lo spinge sulle coste d'Africa, vicino a Biserta, dove i cristiani vengono uccisi. Lui nasconde chi è, monta un padiglione meraviglioso e va a sfidare i cavalieri della città.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Brandimarte cavalcava verso la città di Liza insieme a Fiordelisa, la ragazza che amava, e a Doristella, la figlia del re di Liza. Dietro di loro, legato su un vecchio cavallo, veniva Fugiforca, un ladro furbissimo che Brandimarte aveva catturato.
Il ladro piangeva. «Non portatemi a Liza! Il re non mi perdonerà mai.» Poi confessò un segreto. Tanti anni prima, sulla spiaggia, aveva rapito una bambina piccola: era la figlia del re Dolistone e della regina Perodia. L'aveva venduta a un conte, in un paese lontano.
Davanti a Liza, però, trovarono una brutta sorpresa: un esercito intero assediava la città, cioè la circondava per conquistarla. Brandimarte sguainò la spada e mise in fuga i primi soldati, ma poi ne arrivarono moltissimi altri. Lui combatté come un leone, eppure i nemici riuscirono a catturare Fiordelisa e Doristella.
Le due ragazze furono portate davanti al re di quell'esercito, Teodoro. Appena lo vide, Doristella lo riconobbe: era il giovane che amava! Teodoro faceva la guerra al padre di lei perché credeva che fosse colpa sua se l'aveva perduta. Ora che l'aveva ritrovata, fermò subito la battaglia e chiese la pace.
Così entrarono tutti a Liza, in festa. Brandimarte raccontò al re la confessione del ladro, e la regina Perodia disse: «Mia figlia aveva un segno sulla pelle, una macchiolina scura come una mora.» Fiordelisa aveva proprio quel segno! Era lei la bambina rapita. In un colpo solo ritrovò il papà, la mamma e anche una sorella, Doristella. Tutti piansero di gioia, e perfino Fugiforca fu perdonato.
Ci furono due matrimoni: Brandimarte sposò Fiordelisa, e Teodoro sposò Doristella. Ma Brandimarte non dimenticava il suo amico Orlando e voleva tornare da lui. Partì su una nave con la sua sposa, alcuni compagni e un grande tesoro.
Durante il viaggio scoppiò una tempesta terribile. Il vento e le onde spinsero la nave fino all'Africa, vicino alla città di Biserta. Lì c'era una legge crudele: tutti i cristiani che sbarcavano dovevano essere messi a morte. Brandimarte non aveva paura per sé, ma per Fiordelisa e per i suoi amici. Così non disse a nessuno chi era davvero.
Su un prato in riva al mare fece montare una tenda meravigliosa, ricamata d'oro e piena di pietre preziose. Poi salì a cavallo, si presentò davanti alle mura di Biserta e suonò il corno, per sfidare i cavalieri della città.
Chi risponderà alla sua sfida? Lo scoprirai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Il cantore dei delfini ott. 1–2
Arione, un antico cantore del mare di Sicilia, aveva una voce così dolce che tonni e delfini venivano ad ascoltarlo. «È una meraviglia» dice il poeta, «ma la mia lira ha più grazia ancora, perché attira voi, signori.» Lo considera un dono del cielo e si impegna a raccontare in modo da farvi piacere, sperando di non annoiarvi tornando alla sua lunga storia.
La confessione del ladro ott. 3–8
Avevamo lasciato Fugiforca, il ladro catturato da Brandimarte, disteso a terra in lacrime: lo supplica di non portarlo alla città di Liza.
«Là mi faranno cose così crudeli che ne avrebbero pietà anche i sassi. Me lo merito, e non chiedo di salvarmi: ma non vorrei morire più di una volta. Quel re non sarà mai sazio del mio supplizio, perché l'ho offeso troppo. Peccato antico, penitenza nuova, dice il proverbio.
Una volta, sulla spiaggia vicino a Liza, la regina Perodia faceva festa con il re Dolistone intorno a una fontana. Io passai di corsa e afferrai una bambina, che poi vendetti al conte di Rocca Silvana per circa duemila monete d'argento: era la figlia di Dolistone. Nessuno poté aiutarla, anche se tutti mi avevano riconosciuto, perché ero cresciuto in quella casa. E da allora ho sempre derubato il suo regno, spogliando la gente fino alle mutande. Ma adesso pago tutto insieme.»
Brandimarte è contento di questo racconto per più di un motivo. Però risponde: «Devi venire comunque da re Dolistone, che ti punirà come meriti.» Lo lega su un ronzino, minacciandolo se apre bocca, e affida la briglia a Doristella.
Battaglia davanti a Liza ott. 9–14
Arrivati a Liza, trovano la pianura piena di gente armata, e Doristella si dispera: «Povera me! Torno da mio padre e lo trovo assediato!»
Spuntano un centinaio di fanti e altrettanti cavalieri: «Siete prigionieri!» «Ci vorrà altro che chiacchiere, compagni!» risponde Brandimarte, che ha già sguainato la spada. Un comandante grande e grosso, armato di ronca e coperto di maglia e piastre, perde in un colpo solo un braccio e la testa sotto Tranchera, la spada di Brandimarte. Il cavaliere ne abbatte molti altri e li mette tutti in fuga: nessuno si volta indietro finché non arriva all'accampamento.
Lì scatta l'allarme: «All'armi! All'armi!» Una folla di soldati assale Brandimarte da ogni parte. Lui combatte con grande valore, ma contro tanti può poco: i nemici catturano Fiordelisa e Doristella, e si portano via anche Fugiforca, legato com'è. Brandimarte, disperato, continua a menare la spada, insanguinato fino alla cintura, finché il suo cavallo non riesce più a muoversi tra i caduti.
Teodoro e Doristella ott. 15–21
Seguiamo invece le due dame, dice il poeta. Vengono condotte davanti a Teodoro, che riconosce Doristella al primo sguardo, e lei riconosce lui: si amano tanto che nel cuore non hanno altro volto. Si abbracciano stretti e si baciano con tanto amore che tutti intorno muoiono d'invidia.
Teodoro le spiega perché fa guerra a suo padre: «Sono venuto qui per disperazione. Davo la colpa a Dolistone se quel rinnegato di Usbego ti aveva portata via, e non ho più saputo dove fossi finita.» Doristella lo consola, gli racconta le sue avventure e la morte di Usbego in quel palazzo, e lo prega di fermare l'ingiustizia che si sta facendo al valoroso cavaliere assalito da tanta gente.
Teodoro, spinto dal dovere e ancor più dalle preghiere di lei, manda un araldo e un trombettiere. Brandimarte è ancora deciso a vendicarsi, ma appena sente il bando del re, cortese com'è, smette di combattere e li segue. Teodoro, re degli Armeni da quando suo padre è morto, gli va incontro con un grande seguito, tra le due dame: da una parte Fiordelisa, dall'altra Doristella.
Lo accoglie con grandi onori e gli racconta la sua storia d'amore dall'inizio. Poi manda un ambasciatore a Dolistone e Perodia: vuole la pace e rimediare al male fatto, purché gli diano Doristella.
Il ladro in catene ott. 22–25
Fugiforca è ancora legato sul ronzino con le mani dietro la schiena. Brandimarte chiede al re di farlo sorvegliare bene, e il ladro resta con i ferri ai piedi, odiato da tutti.
L'ambasciatore parla così bene che ottiene quello che chiedeva, e torna con una corona d'olivo in testa, che a quel tempo era il segno della pace. La risposta piace soprattutto a Doristella. Tutti entrano in Liza in festa; Fugiforca invece viaggia tra i bagagli, su una bestia da soma.
In città lo conoscono tutti e gli gridano dietro, e lui si lamenta: «Macone, aiutami: nessuno è mai stato trattato peggio!» Brandimarte lo presenta al re, che lo riconosce: è l'uomo che gli rapì la figlia.
La voglia di mora ott. 26–31
Il re si meraviglia che un ladro così furbo si sia fatto prendere, e gli chiede della figlia. Fugiforca racconta tutto: «L'ho venduta al conte di Rocca Silvana, forse a mille miglia da qui, oltre Samadria. Poi me ne sono andato, e non ne ho saputo più niente.»
Brandimarte chiede gentilmente se la bambina aveva un segno particolare. Perodia non aspetta nemmeno che parli il marito: «Se mia figlia è viva, ha sotto il seno destro una voglia come una mora. Quando l'aspettavo ebbi voglia di more di gelso e mi toccai proprio lì. Quando nacque aveva quel segno nero, e nessuna medicina riuscì mai a toglierlo.»
Allora Brandimarte racconta per filo e per segno la storia di Fiordelisa: è lei la loro figlia. Fanno uscire tutti, perché Fiordelisa si vergogna, e lei mostra il segno ai genitori. La gioia di Perodia e Dolistone è come quella di un prigioniero che sogna di essere impiccato e la mattina dopo viene assolto e liberato.
Tutti piangono di commozione; madre e figlia si abbracciano e si baciano senza fine. Nella festa, tutti chiedono la grazia per Fugiforca, che viene perdonato. Campane e trombe suonano di gioia.
Due matrimoni ott. 32–35
Si preparano le nozze con una festa reale: Brandimarte sposa Fiordelisa e Teodoro sposa Doristella. Il poeta si concede una battuta maliziosa: le due spose avevano già conosciuto l'amore prima delle nozze, come si usava allora; oggi invece, aggiunge con ironia, le spose sono tutte perfette, e chi non ci crede faccia la prova.
Le due dame sono cristiane: con preghiere e parole gentili convertono alla vera fede il loro vecchio padre, poi, con meno fatica, la madre, e dopo di loro la corte, la città e tutti gli abitanti, dai monti dell'Armenia fino al mare.
Partenza e tempesta ott. 36–44
Le feste continuano, tra giostre, tornei e danze. Ma Brandimarte non riesce a togliersi dal cuore il conte Orlando, e un giorno dice a Dolistone che vuole raggiungerlo a ogni costo. «Non approvo che tu parta adesso» risponde il re, «ma se hai deciso, partire o restare dipende da te.»
Viene preparata la galea reale, la meglio armata, con la poppa tutta d'oro. Brandimarte, la sua sposa e alcuni compagni salgono a bordo con il tesoro che Perodia ha donato alla figlia: rubini, smeraldi, perle e il padiglione più bello di tutta la Siria. Con il vento di levante salutano tutti, passano Rodi e Creta e navigano felici.
Ma la navigazione, come la vita, non è mai sicura, dice il poeta, e il vento buono non dura a lungo. Si alza la tramontana insieme al greco, pessima combinazione per chi va da Creta in Sicilia. Il cielo si oscura.
«Il greco lo vorrei nel bicchiere, e invece me lo ritrovo nella vela!» brontola il capitano. «Devo andare dove vuole lui.» E spiega a Brandimarte: «Con questo vento in Francia non ci arriviamo. Qui a sinistra c'è l'Africa: proveremo a manovrare. Speriamo che arrivi lo scirocco e ci porti in Sardegna.»
Invece la tramontana cresce e il mare si ingrossa. Tutti fanno voti a Dio, ma il cielo non li ascolta: pioggia e onde spazzano il ponte, e la burrasca spinge la galea fino alla Barberia, sulla costa africana.
Sbarco in Africa ott. 45–50
Approdano vicino a Biserta, al capo di Cartagine, dove sorgeva la grande città che quasi si divise il mondo con Roma. Oggi non ne resta che terra arida: la fortuna le ha tolto sfarzo e trionfi, e a malapena ne sopravvive il nome.
Lì c'è una legge terribile: ogni cristiano che sbarca dev'essere ucciso, per una profezia secondo cui un re d'Italia conquisterà quella terra e metterà a fuoco l'Africa. Brandimarte lo sa: non teme per sé, ma per la sua sposa e i compagni. Così non rivela chi è: scende a terra e si presenta all'ammiraglio del luogo come figlio di Manodante, venuto dalle Isole Lontane per conoscere la corte di Agramante e misurarsi con i suoi cavalieri, e chiede una scorta fino a Biserta.
L'ammiraglio, molto cortese, acconsente. Fiordelisa e gli altri scendono dalla nave, e una mattina arrivano vicino a Biserta. Brandimarte ricompensa la scorta con molto argento, poi si sistema con i suoi su un prato verde in riva al mare, tra le palme, e fa montare il suo padiglione.
Il padiglione della Sibilla ott. 51–61
Non se n'è mai visto uno così elegante. L'aveva tessuto con le sue mani una Sibilla che visse a Cuma, sul mare di Napoli; poi era passato per terre lontane, fino a Dolistone.
Le Sibille, ricorda il poeta, sapevano vedere il futuro, e questa vi aveva raffigurato grandi storie del passato, del presente e dell'avvenire. Soprattutto, all'interno, aveva messo dodici personaggi di nome Alfonso, uno più splendido dell'altro.
Nove nascono all'estremo confine del mondo, ma la loro luce arriva fino all'Oriente: chi è famoso per la giustizia, chi per la saggezza, chi per la guida in pace o in guerra. Il decimo ha in sé dieci volte le loro virtù: guerriero pacifico, giusto, buono, generoso e pio. Davanti a lui sta inginocchiata l'Africa sconfitta, ma lui tiene in grembo con amore un gran pezzo d'Italia. Come Ercole fu vinto dall'amore per una dama della Lidia, così l'Italia gli ha preso il cuore e gli ha fatto dimenticare la Spagna; e lui ha seminato tra noi tanto valore che ogni virtù o è nata da lui o è stata creata da lui.
L'undicesimo è giovane e ha le ali, come la Vittoria: per raccontare tutte le sue imprese non basterebbe il mondo intero. Ma alcune sono ricamate: l'Italia difesa dai Turchi grazie al suo solo valore, la battaglia di Monte Imperiale, le fortezze abbattute fino alle fondamenta.
Accanto c'è il dodicesimo, un bambino con il viso di un piccolo Febo, il dio del Sole, con raggi d'oro, arco, frecce e ali, così bello che chiunque direbbe: «Questo è il dio dell'Amore.» Davanti a lui, inginocchiata, la Buona Ventura sembra dirgli: «Dolce figlio, guarda le imprese dei tuoi antenati e la tua famiglia famosa: supera tutti per cortesia, saggezza e valore, e fa' onore al tuo bel nome.»
Molte altre cose sono ritratte, che nessuno capisce, con tante pietre preziose e tanto oro che il paese ne è illuminato. Sotto il padiglione c'è un tesoro di vasi di smeraldo, zaffiro e cristallo che vale un regno. Si vedono ninfe graziosissime e cavalieri valorosi; ma perché siano lì, nessuno saprebbe dirlo.
Il corno davanti a Biserta ott. 62
Brandimarte non si ferma ad ammirarlo: appena il padiglione è montato, sale armato su Batoldo, il suo cavallo, si presenta davanti a Biserta e suona il corno con baldanza. «Come andò la grande giostra ve lo dirò nel prossimo canto» conclude il poeta. «Dio conservi voi e la nostra Regina.»
Parole difficili
- tòni ott. 1: tonni.
- lazio ott. 5: laccio, il cappio dell'impiccato.
- aspri ott. 6: monete d'argento usate in Oriente.
- braga ott. 7: brache, mutande. «Spogliare fino alla braga» vuol dire portare via proprio tutto.
- ronzone ott. 8: ronzino, cavallo da poco.
- zanze ott. 10: chiacchiere.
- ronca ott. 11: arma con un lungo manico e una lama ricurva.
- Tranchera ott. 11: la spada di Brandimarte.
- araldo ott. 19: messaggero ufficiale di un re.
- somiero ott. 24: bestia da soma, che porta i carichi.
- Macon ott. 25: Maometto, che nel poema i saraceni invocano come un dio.
- mora di celso ott. 28: mora di gelso.
- noce ott. 32: nozze.
- galea ott. 38: nave lunga, a remi e a vela.
- parone ott. 41: padrone della nave, il capitano.
- Greco ott. 41: il vento di nord-est, ma anche un vino famoso: il capitano gioca sulle due parole.
- Barbaria ott. 44: la Barberia, la costa dell'Africa del Nord.
- Sibilla ott. 51: profetessa dell'antichità; una delle più famose viveva a Cuma, vicino a Napoli.
Il testo di Boiardo
62 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Un dicitor che avea nome Arïone, Nel mar Cicilïano, o in quei confini, Ebbe voce sì dolce al suo sermone, Che allo ascoltar venian tòni e delfini. Cosa è ben degna de amirazïone Che ’l pesce in mar ad ascoltar se inchini; Ma molto ha più di grazia la mia lira, Che voi, segnori, ad ascoltar retira.
Così dal cel lo stimo in summa graccia, E la mente vi pongo e lo intelletto Nel dire a modo che vi satisfaccia, E che vi doni allo ascoltar diletto. Pur ho speranza che io non vi dispiaccia, Come mi par comprender ne lo aspetto, Se ne la istoria ancora io me ritorni Di cui gran parte ho detto in molti giorni.
Nel canto qui di sopra io vi lasciai Di Fugiforca, il quale, essendo preso Per Brandimarte, menava gran guai, Et essendosi a lui per morto reso, Con molto pianto e con lacrime assai, Standoli avante alla terra disteso, Per pietate e mercè l’avea a pregare Che non lo voglia alla Liza menare.
— Se tu mi meni alla Liza, barone, Di me fia fatta tanta crudeltate, Che, ancor che ben la merti di ragione, Insino a’ sassi ne verrà pietate. Deh prendate di me compassïone! Non che io voglia campare in veritate, Ch’io merto che la vita mi sia tolta, Ma non voria morir più de una volta.
E là di me fia fatto tanto strazio Quanto mai se facesse di persona; Quel re del mio morir non serà sazio, Chè troppo ingiurïai la sua corona; E forse questo me ha condotto al lazio, Sì come ne’ proverbi se ragiona E come experïenzia fa la prova: Peccato antiquo e penitenzia nova.
Perchè, essendo una volta alla marina, Qual da la Liza poco se alontana, Perodia vi era in festa, la regina, Con Dolistone, intorno a la fontana; Io, là correndo, presi una fantina, Qual poi col conte di Rocca Silvana Cambiai ad aspri, e fôrno da due miglia: Questa di Dolistone era la figlia.
Nè puotè il re, nè altrui donarli aiuto, Sì che a Rocca Silvana la portai, Abenchè da ciascun fui cognosciuto, Però che in quella casa me allevai; Nè cotal tema poi me ha ritenuto, Ma robbato ho il suo regno sempre mai, Dispogliando ciascun sino alla braga; Ma questo è quello che per tutto paga.
Pensando Brandimarte a cotal dire, Ne fu contento assai per più cagione; Pur disse al ladro: Il te convien venire In ogni modo a quel re Dolistone, Qual, come merti, ti farà punire. Così dicendo il lega in su un ronzone, Con gran minaccie se ponto favella, Poi la sua briglia dètte a Doristella.
E non parlava quel ladron nïente, Perchè di Brandimarte avia paura. Or, giongendo alla Liza, una gran gente Trovarno armata sopra alla pianura; E Doristella fu molto dolente, Lassa! dicendo, in che disaventura Ritrovo il patre a questo mio ritorno, Che è posto in guerra et ha l’assedio intorno!
E facendo di ciò molti pensieri, Scoprisse avanti da cento pedoni E circa da altretanti cavallieri, I qual cridarno: Voi sete pregioni! Altro che zanze vi sarà mestieri, Rispose Brandimarte, o compagnoni, A volerci pigliar così di fatto! Tra le parole il brando avia già tratto.
E gionse per traverso un contestabile, Quale era grande e portava la ronca, Armato a maglia e piastre innumerabile; Ma tutto a un tratto Tranchera lo tronca. Nè mai se vidde un colpo più mirabile, Chè la persona sua rimase monca De un braccio e de la testa a un tratto solo, E l’uno e l’altro in pezzi andò di volo.
Ben ne fece de gli altri simiglianti, E de’ maggior, se Turpin dice il vero, Onde gli pose in rotta tutti quanti: Beato se tenìa chi era il primiero, Quel dico che a fuggire era davanti; E non tenean nè strata, nè sentiero, Nè in dietro a riguardar se voltan ponto; Fugge ciascuno insin che al campo è gionto.
Ora nel campo si leva il romore. — A l’arme! a l’arme! ciascadun cridava. Adosso a Brandimarte a gran furore Chi di qua, chi di là ciascun toccava; E lui ben dimostrava un gran valore, Ma contra tanti poco gli giovava: A suo mal grado quella gente fella Pigliarno Fiordelisa e Doristella.
E sieco Fugiforca, quel ladrone: Via ne ’l menarno, come era, legato; Ma non cessa però la questïone, Chè Brandimarte al tutto è disperato, E fa col brando tal destruzïone, Che sino alla cintura è insanguinato, Nè puote il suo destrier levare il passo, Per la gran gente morta in quel fraccasso.
Ma per le dame è ciò poco ristoro, Quale ha perdute quel baron gagliardo. Lasciamo lui, e torniamo a coloro Che via ne le menarno senza tardo; E come avanti fôrno a Teodoro, Lui cognobbe Dor[i]stella al primo guardo, E lei cognobbe anch’esso al primo tratto, Come lo vidde, e ciò non fu gran fatto;
Però che ciascadun tanto se amava, Che altra sembianza non avea nel core. Or quando l’un quell’altro ritrovava, Non fu allegrezza al mondo mai maggiore; E ciascadun più stretto se abracciava, Dandosi basi sì caldi de amore, Che ciascadun che intorno era in quel loco, Moria[n] de invidia, sì parea bel gioco.
Poi lui conta alla dama la ragione Perchè alla Liza era intorno acampato, E facea guerra al patre Dolistone, Dicendo: Io venni come disperato, A lui dando la colpa e la cagione Che via te conducesse il renegato, Dico Usbego, che Dio gli doni guai! Ove ne andasti, non seppi più mai.
La dama ad ogni parte gli respose, E dègli alla risposta gran conforto, E la ventura sua tutta gli expose, E come Usbego a quel palagio è morto; Poi lo pregava con voce piatose Che divetasse ad ogni modo il torto Quale era fatto a quel baron valente, Che fo assalito da cotanta gente.
Per il dover fo lui mosso di saldo, E più dai preghi della giovanetta, Onde da lui mandò presto uno araldo, Ove era la battaglia, e un suo trombetta; E là trovarno Brandimarte caldo, Più che ancor fosse, a far la sua vendetta. Ma come il real bando a ponto intese, Lasciò la zuffa; tanto fu cortese.
E venne con gli araldi in compagnia De Teodoro al pavaglion reale (Costui già il regno de gli Armeni avia; Morto era il patre a corso naturale), E lo trovarno a mezo de la via, Con molta gente e pompa trïomfale, Intra quelle due dame, ogniuna bella: Qua Fiordelisa e là sta Doristella.
Ricevutolo in campo a grande onore, Re Teodoro il tutto gli contò, Cominciando al principio del suo amore, Insino al giorno ove gionti son mo; E poi elesse un degno ambasciatore, Che a Dolistone e Perodia mandò, Per voler pace e amendar quel che è fatto, Pur che abbia Doristella ad ogni patto.
La cosa era passata in tal travaso Quale io ve ho detto, e tal confusïone, E Fugiforca e’ pur preso [e] rimaso, Chè un tristo mai non trova bon gallone. Legato ancor si stava quel malvaso Con le mano alle rene in sul ronzone, E Brandimarte, che l’ebbe trovato, Dimandò al re che fusse ben guardato.
Onde per questo con gran diligenza Era guardato e con molta custodia, Co’ e’ ferri a’ piedi, e non stava mai senza, E per il suo mal far ciascadun lo odia. Ora lo ambasciador con riverenza A Dolistone e a sua dama Perodia Parlò sì bene, e fu tanto ascoltato, Che quel concluse per che egli era andato.
E tornò fora con lo olivo in testa, Che era un signale a quel tempo di pace, E poi la somma expose de sua inchiesta, Qual sopra a gli altri a Doristella piace. Tutti alla Liza intrarno con gran festa; Ma Fugiforca, quel ladro fallace, Via era condutto lui con mal pensiero Tra’ carrïaggi, sopra ad un somiero.
Ne la Liza per tutto è cognosciuto: Chi gli cridava dietro, e chi da lato, E lui dicea: Macon mi doni aiuto, Chè un altro non fu mai peggio trattato! E Brandimarte, poichè fu venuto Avanti al re, quel ladro ha presentato. Il re mirando lui se meraviglia: Ben scia che è quel qual già tolse la figlia.
Ma che sia preso si meravigliava, Cognoscendol sì presto e tanto astuto. De la filiola poi lo adimandava, Se sapea lui quel che fosse avenuto; Et esso a pieno il tutto racontava, Insin che il prezio ne avea recevuto: Ma che poi se partitte incontinente, Sì che di lei più non sapea nïente.
— Per prezzo al conte di Rocca Silvana Io la vendetti; diceva il ladrone Da mille miglia è forse di lontana Di sopra a Sama[d]rìa la regïone. E Brandimarte alor con voce umana Adimandava quel re Dolistone Se ebbe segnal la figlia, che abbia a mente; Ma Perodia rispose incontinente.
Come Perodia ha Brandimarte odito, Rispose al dimandar senza dimora; Nè aspetta che parlasse il suo marito, Ma disse: Se mia figlia vive ancora, Sotto alla poppa dextra forse un dito Ha per segnale una voglia di mora; De una mora di celso, ora me amento, Essendo di lei pregna ebbi talento.
Là mi toccai; et ella, come nacque, Sotto la poppa avea quel segno nero; Nè mai per medicine o forza de acque Se puotè via levare, a dire il vero. Or Brandimarte, sì come ella tacque, Cominciò poi la istoria, il cavalliero. A parte a parte il fatto gli divisa, Sì come sua filiola è Fiordelisa.
E fatto gli altri tuor di quel cospetto, Però che Fiordelisa avia vergogna, La fece avanti a loro aprire il petto, Onde più prova ormai non vi bisogna. Perodia e Dolistone han tal diletto Qual have il pregionier, quando si sogna La notte esser impeso e la dimane Poi viene assolto e in libertà rimane.
Ciascuno ha pien di lacrime la faccia. Piangendo gli altri ancor di tenerezza, La matre lei e lei la matre abraccia: Ogniuna di baciarse ha maggior frezza. A Fugiforca fu fatta la graccia, Pregando ogniom per lui nella allegrezza; Cridi e lieti romori a gran divizia, Campane e trombe suonan di letizia.
Poi furno queste cose divulgate Fuor nella terra e per tutto il paese, E con trïonfo le noce ordinate Con real festa a ciascadun palese, E le due damigelle fôr sposate, Chè Fiordelisa Brandimarte prese, E Teodor si prese Doristella; Non so se alcun trovò la sua polcella.
Chè tanto poche ne vanno a marito, Che meglio un corvo bianco se dimostra; Ma queste due, sì come aveti odito, Eran pur state avanti a questo in giostra. Usavasi a quel tempo a tal partito, Ora altrimente nella etade nostra, Chè ciascuna perfetta si ritrova; E chi nol crede, lui cerchi la prova.
Ora queste due dame che io ve dico Catolice enno entrambe e cristïane, E Macone avean tolto per nimico, E le sue legge scelerate e vane; Onde ne andarno dal suo patre antico, E sì con prieghi e con parole umane Se adoperarno, per la Dio mercede, Che lo tornarno alla perfetta fede.
Dapoi la matre con minor fatica Ridussero anco a sua credenza santa; E la corte da poscia a tal rubrica Se attenne, e la citate tutta quanta; E, senza che di questo più vi dica, La grazia de le dame fu cotanta, Che de i monti d’Armenia alla marina Corse ciascuno alla legge divina.
Ora de ricontar non è mestiero La festa, che ogni dì cresce maggiore; Qua se fa giostra, e là fassi torniero, Altrove è suono e danza con amore; Ma pur sta Brandimarte in gran pensiero, Nè se può il conte Orlando trar del core. In fine un giorno la sua opinïone Fie’ manifesta in tutto a Dolistone;
Mostrando quasi aver fermato il chiodo Che in ogni forma Orlando vol seguire. Diceva Dolistone: Io non te lodo Per questo tempo adesso il dipartire; Ma, se pur de lo andare ad ogni modo Sei destinato, non scio più che dire, Nè di ciò la cagion più te dimando, Il gire e il star serà nel tuo comando.
Una galea dapoi fu apparecchiata Di molte che ne avea quel barbasoro; Questa era la reale e meglio armata, Che avea la poppa tutta missa ad oro. Brandimarte e sua dama e più brigata Là se allogarno, con molto tesoro Qual Perodia ha donato alla sua figlia, Rubin, smeraldi e perle a meraviglia;
Tra l’altre cose il più bel pavaglione Che se trovasse in tutta la Soria. Ora spira levante, e il suo patrone Gli acerta che ogni indugia è troppo ria; Onde se accomandarno a Dolistone E a tutti gli altri, e vanno alla sua via, Passando Rodi e la isola di Creti; Col vento in poppa van zoiosi e lieti.
Ma il navicare e nostra vita umana De una fermezza mai non se assicura, Però che la speranza al mondo è vana, Nè mai bon vento lungamente dura; Qual ora si levò da tramontana, Chiamando il Greco, che è mala mistura A cui di Creti vol gire in Cicilia; L’aria se anera e l’acqua si scombilia.
Dicea il parone: Il cel turbato è meco, E non me inganno già, ma ben me sforza, Perchè io vorebbi ne la taza il Greco, E lui me ’l dona ne la vela a l’orza. Io non posso alla zuffa durar seco: Ove gli piace, convien che io mi torza. Poi dice a Brandimarte: A dir il vero, Con questo vento in Franza andar non spero.
Africa è quivi dal lato mancino, Se drittamente ho ben la carta vista, E noi volteggiaremo nel camino, Chè, quando non se perde, assai s’acquista. Forse mutarà il vento, Dio divino! E cessarà questa fortuna trista; Pregar si puote che un siroco vegna, Qual ci conduca al litto de Sardegna.
Parlava quel parone in cotal sorte, Chiedendo quel che egli avrebbe voluto, Ma tramontana ognior cresce più forte, E ’l mar già molto grosso è divenuto; Onde ciascun per tema de la morte Facendo voti a Dio dimanda aiuto; Ma lui non li essaudisce e non li ascolta, E sottosopra il mar tutto rivolta.
Pioggia e tempesta giù l’aria riversa, E par che ’l celo in acqua se converta, E spesso alla galea l’onda atraversa, Battendo ciò che trova alla coperta. Vien la fortuna ogniora più diversa, E spaventosa, orribile et incerta, Pur col vento che io dissi, tuttavia, Sin che condotti gli ebbe in Barbaria.
Presso Biserta, al capo di Cartagine, Son gionti, ove già fu la gran citade Che ebbe di Roma simigliante imagine, E quasi partì sieco per mitade; Di lei non se vede or se non secagine, Persa è la pompa e la civilitade; E’ gran trïomfi e la superba altura Tolti ha fortuna, e il nome apena dura.
Or, come io dissi, il franco Brandimarte Fu gionto per fortuna in questo porto. Ma un fie’ comandamento in quelle parte Che ogni cristian che ariva ivi, sia morto; Perchè una profecia trovarno in carte, Che in fine, al lungo andare o in tempo corto, Da un re de Italia fia la terra presa, Per cui da poi serà la Africa incesa.
E Brandimarte, che il tutto sapea, Non volse palesarse per nïente, Avengachè di sè poco temea, Ma sì de la sua dama e d’altra gente. A tutti disse ciò che far volea, Ma poi discese in terra incontinente, E presentossi allo amiraglio avante, Dicendo come è figlio a Manodante;
E come vien da le Isole Lontane, Per vedere Agramante e la sua corte, Et a provarse a sue gente soprane, Qual son laudate al mondo tanto forte; Onde lo prega che quella dimane Lo faccia accompagnar con bone scorte, Sin che a Biserta sia salvo guidato, Proferendosi a ciò de esser ben grato.
E lo amiraglio, che era assai cortese, Lo fece accompagnar di bona voglia; E Fiordelisa di nave discese E molta altra brigata con gran zoglia. Verso Biserta la strada si prese, Et arivarno senza alcuna noglia Vicino alla citate una matina, E là fermârsi a canto alla marina.
Dapoi che ebbe donato molto argento A questi che gli han fatto compagnia, Coi suoi se ragunò baldo e contento, Sopra una larga e verde prataria, Ove dal mar venìa suave vento, Tra molte palme che quel prato avia. Sotto di queste senza altra tenzone Fece adricciare il suo bel pavaglione.
Questo era sì legiadro e sì polito, Che un altro non fu mai tanto soprano. Una Sibilla, come aggio sentito, Già stette a Cuma, al mar napolitano, E questa aveva il pavaglione ordito E tutto lavorato di sua mano; Poi fo portato in strane regïone, E venne al fine in man de Dolistone.
Io credo ben, Segnor, che voi sappiati Che le Sibille fôr tutte divine, E questa al pavaglione avea signati Gran fatti e degne istorie pellegrine E presenti e futuri e de’ passati; Ma sopra a tutti, dentro alle cortine, Dodeci Alfonsi avea posti de intorno, L’un più che l’altro nel sembiante adorno.
Nove di questi ne la fin del mondo Natura invidïosa ne produce, Ma di tal fiamma e lume sì iocondo, Che insino a l’orïente facean luce; Chi avea iustizia e chi senno profondo, Quale è di pace, e qual di guerra duce; Ma il decimo di questi dieci volte Le lor virtute in sè tenea raccolte.
Pacifico guerrero e trïomfante, Iusto, benigno, liberale e pio, E l’altre degne lode tutte quante Che può contribuir natura e Dio. La Africa vinta a lui stava davante Ingenocchiata col suo popol rio; Ma lui de Italia avea preso un gran lembo, Standosi a quella con amore in grembo.
E come Ercole già sol per amore Fo vinto da una dama lidïana, Così a lui prese Italia vinta il core, Onde scordosse la sua terra Ispana, E seminò tra noi tanto valore, Che in ogni terra proxima e lontana Ciascaduna virtù che sia lodata, O da lui nacque, o fo da lui creata.
Ma l’undecimo Alfonso giovanetto, Con l’ale è armato, a guisa de Vittoria, Sì come la natura avesse eletto Uno omo a possedere ogni sua gloria; Chè, volendo di lui con dir perfetto Di ciascuna cosa seguir la istoria, Avria coperto, non che il pavaglione, Ma il mondo tutto in ogni regïone.
Pur vi era ordita alcuna eletta impresa De arme, o di senno, o di guerra, o de amore: Sì come è Italia da’ Turchi diffesa Per sua prodezza sola e suo valore; E la battaglia tutta era distesa Di Monte Imperïale a grande onore, E le fortezze ruïnate al fondo, Sì belle che eran di triomfi al mondo.
Il duodecimo a questo era vicino, Di etate puerile e in faccia quale Serìa depinto un Febo piccolino, Coi raggi d’oro in atto trïomfale. Ne l’abito sì vago e pellegrino, Giongendovi gli strali e l’arco e l’ale, Tanta beltate avea, tanto splendore, Che ogniom direbbe: Questo è il dio d’Amore.
Avanti a lui si stava ingenocchiata Bona Ventura, lieta ne’ sembianti, E parea dire: O dolce figliol, guata Alle prodezze de gli avoli tanti, E alla tua stirpe al mondo nominata; Onde fra tutti fa che tu ti vanti Di cortesia, di senno e di valore, Sì che tu facci al tuo bel nome onore.
Molte altre cose a quel gentil lavoro Vi fôr ritratte, e non erano intese, Con pietre prezïose e con tanto oro, Che tutto alluminava quel paese. Di sotto al pavaglione un gran tesoro In vasi lavorati se distese, De smeraldo e zaffiro e di cristallo, Che valeano un gran regno senza fallo.
Non vi potrei contare in veritate Il bel lavoro fatto a gentilezza; Ninfe se gli vedeano lavorate, Che eran tanto legiadre a gran vaghezza, Che meritan da tutti essere amate; Vedeansi cavallier, e d[i] tal prodezza Quivi erano ritratti a non mentire; Ma a qual fine, alcun non sapria dire.
Or Brandimarte presto lo abandona, Come lo vidde a quel campo dricciato; Sopra a Batoldo la franca persona Presso a Biserta se appresenta armato, E con molta baldanza il corno suona. Ne l’altro canto ve sarà contato Come il fatto passasse e la gran giostra; Dio vi conservi e la Regina nostra.