Libro II · Canto XXVIII
La caccia di Agramante
Brandimarte sfida il re d'Africa, ma la giostra si trasforma in una caccia ai leoni. Poi un tamburino ubriaco convince Agramante a partire per la guerra.
In breve
Davanti a Biserta, Brandimarte suona il corno e sfida la corte di Agramante, re d'Africa. Il re in persona lascia il ballo e scende a giostrare con lui, accompagnato dal giovane Ruggiero. Due scontri violentissimi non danno la vittoria a nessuno; stanno per riprovare con due lance gigantesche, appartenute a Ercole e ad Anteo, quando arriva la notizia che una trentina di leoni ha assalito la gente al fiume. Il duello diventa una grande caccia: Ruggiero uccide leoni, salva il re e abbatte un elefante tagliandogli le zampe.
Tornati a Biserta, il re colma Brandimarte di onori e il giorno dopo dà una festa. Ma durante il ballo un tamburino, forse ubriaco, rinfaccia ad Agramante di starsene tra profumi e belle dame invece di fare la guerra. Il re, punto nel vivo, decide di partire contro la Francia: affida il regno al vecchio Branzardo e raduna un esercito immenso, che aspetta il vento per salpare.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Davanti alle mura di Biserta, in Africa, Brandimarte suonò il corno per sfidare i cavalieri di Agramante, il re d'Africa. Il re stava ballando con le dame su una terrazza sul mare. Sentì la sfida e gli venne voglia di combattere lui stesso. «Portatemi le armi e il cavallo!» ordinò. I suoi baroni brontolarono, ma lui scese al prato insieme al giovane Ruggiero.
Brandimarte e Agramante si lanciarono al galoppo uno contro l'altro. Le lance si ruppero in mille pezzi, e l'urto fu così forte che i due cavalli finirono seduti sull'erba! Riprovarono, e di nuovo nessuno vinse. Allora il re fece portare due lance enormi, appartenute secondo la leggenda a Ercole e ad Anteo, due eroi fortissimi dei tempi antichi. Ci volevano sei uomini per portarne una sola.
Ma proprio in quel momento dal fiume arrivarono delle grida: «Aiuto! Aiuto!» Una trentina di leoni era uscita dalla foresta e aveva assalito la gente. Il re sorrise: «Peccato per il duello. Vorrà dire che ci divertiremo a caccia!»
Agramante, Brandimarte e Ruggiero corsero al fiume con le spade in mano. Ruggiero sconfisse con un colpo solo il leone più grande. Un altro leone saltò addosso al re e stava per tirarlo giù da cavallo, ma Ruggiero arrivò in tempo e lo salvò.
Intanto da Biserta arrivò tutta la corte, con cani, reti e lance. Anche molte dame montarono a cavallo con l'arco in mano. Le belve si rifugiarono nel bosco, e il re lo fece circondare: cominciò una grande caccia. Dagli alberi sbucò perfino una giraffa altissima, e poi un elefante gigantesco. Le frecce rimbalzavano sulla sua pelle, dura come un'armatura. Ruggiero lo affrontò a piedi, perché il suo cavallo aveva troppa paura. L'elefante gli corse addosso, ma lui saltò di lato e con un gran colpo di spada lo fece crollare.
La sera tornarono tutti in città, tra mille torce accese. Il re trattò Brandimarte con grandi onori, e il giorno dopo diede una festa. Nel mezzo del ballo, però, arrivò un tamburino che barcollava: forse aveva bevuto troppo vino. Si piantò davanti al trono e gridò: «Questo re ha un esercito immenso, e se ne sta qui tra dame e profumi invece di fare la guerra!»
Le guardie lo portarono via senza punirlo, perché lo credevano ubriaco. Ma Agramante aveva capito benissimo. Abbassò gli occhi, uscì dalla festa e si chiuse da solo nella sua stanza, arrabbiatissimo.
Il giorno dopo prese la sua decisione: sarebbe partito per fare la guerra alla Francia, il regno di Carlo Magno. Affidò il regno al vecchio Branzardo e radunò un esercito sterminato, con popoli di ogni genere. Tutti si raccolsero sulla spiaggia ad aspettare il vento buono per partire.
Che cosa succederà quando le navi prenderanno il mare? Il poeta promette cose ancora più grandi nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Il corno di Brandimarte ott. 1–3
«Signori e dame, Dio vi dia il buongiorno e vi tenga sempre in festa!» Come promesso, il poeta torna a Brandimarte, che davanti a Biserta suona il corno e sfida Agramante e la sua gente: «Re sovrano, ascolta il mio corno. Tutti dicono che sei un altro Ettore, e ti ama anche chi non ti ha mai visto, come me. Se la tua corte è davvero il fiore della prodezza, falla rispondere: io, da solo, mi sento di provare i tuoi cavalieri uno per uno, purché non mi manchi il fiato.»
Il re lascia il ballo ott. 4–7
Agramante sta ballando con belle dame su una terrazza affacciata sul mare, proprio sopra il padiglione. Sentendo il corno si affaccia al balcone, appoggiato al collo del bel Ruggiero, e ascolta. «Costui parla di noi con cortesia» dice, «e mi fa venire voglia di misurarmi io per primo. Portatemi le armi e il cavallo.»
I baroni brontolano che un re non dovrebbe rischiare contro uno sconosciuto, ma Agramante, per natura, fa subito ciò che desidera. Si arma con una sopravveste a quarti azzurri e d'oro, come la gualdrappa del cavallo, e sull'elmo porta per cimiero una rocca e dei fusi da filare. Scende al prato con il solo Ruggiero, che ha soltanto la spada. Dopo un saluto cortese, i due cavalieri prendono la rincorsa.
Due scontri senza vincitori ott. 8–11
Si scontrano con le lance in resta: le lance, grossissime, si spezzano entrambe, e l'urto è tale che i cavalli finiscono seduti sul prato. Si rialzano e scappano storditi per quasi un miglio, finché qualcuno non li afferra per il morso. I due cavalieri perdono sangue dalla bocca, dalle orecchie e dal naso.
Tornano al passo, assetati di vendetta, e caricano di nuovo mirando alla fronte dell'elmo. Le lance si spezzano fino all'impugnatura, lasciando tronconi di nemmeno tre palmi. Nessuno dei due ha il minimo vantaggio, entrambi sono coperti di sangue, e i cavalli corrono via di nuovo per quasi un miglio.
Le lance di Ercole e di Anteo ott. 12–14
Il re fa portare due lance conservate nel tempio dell'antico dio Ammone: secondo i vecchi, una era di Ercole e l'altra di Anteo. Per portarne una ci vogliono sei uomini: segno, commenta il poeta, che la natura va peggiorando, se gli antichi erano forti come sei di noi. «Ma non so se quegli autori scrivessero il vero.» Le due lance sono identiche, e Agramante, per fare onore all'ospite, lascia scegliere Brandimarte.
Tutti aspettano lo scontro; ma mentre i due si preparano, dal fiume arriva un gran frastuono: la gente fugge gridando «Aiuto! Aiuto!»
Trenta leoni al fiume ott. 15–18
Agramante lascia la lancia e corre da quella parte, con Brandimarte al fianco. Afferra un ragazzone che scappa su un ronzino senza sella né briglia: «Dove andate, furfanti?» «Portavamo i cavalli a bere oltre il fiume e ci hanno assaliti i leoni, una trentina, usciti dalla foresta! Mi sono salvato per un pelo, e degli altri non so niente, perché non mi sono mai voltato. Da' retta a me: scappa anche tu.»
Il re sorride e dice a Brandimarte: «Peccato perdere la giostra, ma ci divertiremo a caccia.» E Brandimarte, che non è uno sciocco: «Usami in giostra o a caccia, come preferisci.»
La corte va a caccia ott. 19–21
Il re fa venire dalla città cacciatori e cani, segugi, veltri veloci e alani feroci, mentre Brandimarte, Agramante e Ruggiero corrono a portare aiuto.
A corte si smette di ballare: si portano fuori reti, spiedi e lance, e qualcuno indossa l'armatura, perché in quel paese non ci sono lepri o capre, ma leoni, pantere ed elefanti. Molte dame montano a cavallo con l'arco in mano, e i cavalieri escono suonando i corni: tra i latrati e il frastuono sembra che il cielo crolli.
Ruggiero contro i leoni ott. 22–27
Al fiume, ogni leone ha sotto di sé una persona: qualcuno è ancora vivo e chiede aiuto, qualcuno morendo si raccomanda a Dio. I tre, impietositi, sguainano le spade.
Un leone dalla criniera irta, più grande degli altri, lascia il cavallo che ha ucciso sulla riva e si avventa su Ruggiero, che con un colpo di rovescio gli taglia la testa tra gli occhi e le orecchie. Un altro, ancora più feroce, salta addosso al re da sinistra, gli afferra l'elmo e gli artiglia lo scudo: lo trascinerebbe giù di sella se Ruggiero non accorresse a tagliarlo in due all'altezza delle anche. Anche Brandimarte ha quasi ucciso un leone, quando arrivano i corni, i cani e i cacciatori.
Le belve abbandonano le prede e si ritirano a poco a poco verso la foresta, voltandosi e ringhiando. Piovono dardi e frecce, quasi tutti a vuoto. Quando i leoni si rifugiano nel bosco, il re lo fa circondare da ogni parte: comincia la grande caccia.
La giraffa e l'elefante ott. 28–36
La selva è circondata così bene che non ne uscirebbe neanche un animaletto. Ogni gruppo di dame e cavalieri ha il suo posto, in silenzio. Si tendono reti robustissime e i segugi entrano nel bosco abbaiando.
Con gran fracasso, tra i rami arriva una giraffa: Turpino scrive, e pochi ci credono, che era alta undici braccia. Bassa di dietro e altissima davanti, corre così forte che abbatte gli alberi; ma nel campo Agramante, i cavalieri e le dame della sua squadra la circondano e la uccidono.
Escono leoni, leopardi, tigri e pantere, e vengono uccisi quasi tutti in un attimo. Poi sbuca un elefante, che spaventa le dame: secondo l'autore era alto trenta palmi e grosso venti. «Io non ci credo» dice il poeta, «ma lo scuso, perché scriveva per sentito dire.» Con la proboscide l'elefante strappa di sella un cavaliere e lo lancia in aria a più di venti braccia: quello ricade e muore. Gli altri si scansano.
La bestia apre un varco nella schiera; i dardi non la feriscono, perché la sua pelle resiste come un'armatura. Non resiste però alla spada e al braccio di Ruggiero, che la insegue a piedi, perché il suo cavallo è terrorizzato da quelle orecchie enormi e da quelle zanne. L'elefante si volta, girando la proboscide come una mano, e gli corre addosso; Ruggiero salta di lato e tira un fendente basso alle zampe. Turpino dice che ognuna era grossa come un uomo alla cintura: il poeta non le ha misurate, ma Ruggiero le taglia tutte e due in un colpo, e la bestia crolla.
Ritorno a Biserta ott. 37–43
Tutti si affollano a colpire l'elefante, ma Agramante suona il corno: si fa sera, e la caccia è finita. Le squadre tornano dal re con le lance insanguinate, le belve uccise vengono trascinate via e molti cani sono feriti o sbranati.
Ognuno si accompagna alla sua dama: c'è chi racconta le meraviglie della caccia e chi sussurra parole d'amore. Dopo sei miglia arrivano a Biserta, così piena di torce che il cielo sembra bruciare, ed entrano come in processione, tra la gente affacciata ai balconi.
Brandimarte chiede di tornare al suo padiglione. Il re, per fargli piacere, lo lascia andare con il nipote e altri cinque, e la sera stessa gli manda vivande squisite e una veste di pietre e perle, metà azzurra e metà d'oro, come la sua.
Il giorno dopo si fa una grande festa, e il re invita anche Brandimarte e Fiordelisa. Tre soli portano la divisa a quarti azzurri e d'oro: Agramante, Ruggiero e Brandimarte.
Il tamburino ubriaco ott. 44–49
Nel mezzo della festa, un tamburino scende dal palco barcollando, inciampando anche in un filo di paglia, forse per il troppo vino, forse perché è matto. Arriva davanti al trono, e il re lo accoglie sorridendo, sperando di divertirsi. Ma quello batte le mani disperato:
«Maledetto Macone e maledetta la Fortuna, che fa signore chi capita! Costui è re di tutta l'Africa, possiede la terza parte del mondo e ha radunato un esercito che spaventerebbe la terra e il cielo; e se ne sta tra belle dame, nel profumo di zibetto e di muschio, senza pensare alla guerra. Le imprese non sono uno scherzo: o le porti fino in fondo o non le cominci. Voglia Macone che il re di Francia venga a cercarti di qua dal mare: allora capirai se è meglio la guerra in casa propria o in quella degli altri.»
Le guardie lo portano via senza punirlo, perché tutti lo credono ubriaco. Ma Agramante ha capito benissimo: abbassa gli occhi, scuote la testa ed esce furioso dalla festa. La corte si rattrista, perché quando la testa duole soffrono tutte le membra, e nessuno balla più. Il re si chiude da solo nella sua stanza a rodersi di rabbia.
Agramante decide la guerra ott. 50–55
Il giorno dopo riunisce il consiglio: la spedizione già preparata si farà. Al suo posto, a Biserta, governerà il vecchio Branzardo di Bugea, a cui raccomanda: «Pensa alla giustizia e guardati da procuratori, giudici e notai, che trascinano la gente in mille guai. E gli avvocati sono anche peggio, perché piegano le leggi come vogliono.»
Restano anche Folvo, re di Fersa, a guardia del deserto, e Bucifar, re dell'Algazera, a guardia della costa, contro le navi cristiane o gli Arabi. A Branzardo Agramante consegna anche Dudone, un cavaliere condotto lì dalle terre cristiane: deve tenerlo prigioniero, ma trattarlo da barone, senza fargli mancare nulla tranne la libertà. Poi fa proclamare tutto per la città e mette in mano a Branzardo la sua bacchetta d'oro.
Si raduna un esercito sterminato, di popoli così strani e diversi che sembra che cielo e terra sprofondino. C'è chi è contento e chi è spaventato, e quella gran folla si raccoglie al mare ad aspettare il vento. «Il seguito ve lo racconterò nel prossimo canto» conclude il poeta, «e saranno cose ancora più grandi.»
Parole difficili
- gesta ott. 1: la stirpe, la gente di un signore.
- Ector ott. 2: Ettore, il più valoroso dei Troiani, modello di ogni cavaliere.
- verone ott. 4: terrazza, loggia.
- rocca e’ fusi ott. 7: la rocca e i fusi, gli attrezzi per filare la lana.
- lancie a resta ott. 8: lance appoggiate alla resta, il sostegno fissato alla corazza, pronte a colpire.
- Amone ott. 12: Ammone, antico dio adorato in Africa.
- Anteo ott. 12: gigante africano del mito, che lottò contro Ercole.
- a bisdosso ott. 15: a pelo, senza sella.
- segusi ott. 19: segugi, cani che seguono le tracce della selvaggina.
- veltri ott. 19: levrieri, cani velocissimi.
- speti ott. 20: spiedi, lance da caccia.
- manroverso ott. 24: manrovescio, colpo dato di rovescio.
- ziraffa ott. 29: giraffa.
- braccia ott. 29: antica misura di lunghezza, poco più di mezzo metro.
- catafalco ott. 44: palco.
- algalia ott. 46: zibetto, un profumo prezioso.
- passaggio ott. 50: la traversata del mare con l'esercito, cioè la spedizione contro la Francia.
- fusta ott. 52: nave leggera a remi.
Il testo di Boiardo
55 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno E sempre vi mantenga in zoia e in festa! Come io promissi, a ricontar ritorno De Brandimarte, che con tal tempesta Presso a Biserta va suonando il corno Et isfida Agramante e la sua gesta, Dicendo nel suonare: O re soprano, Odi mio suono, e nol tenire a vano.
Se non è falsa al mondo quella fama La qual per tutto tua virtù risuona, E per valore un altro Ector ti chiama, Perchè hai de ogni prodeza la corona, Onde per questo ti verisce et ama Tal che giamai non vidde tua persona, Et io tra gli altri certamente sono, Che non te ho visto, et amo in abandono:
Fa che risponda a ciò che se ne dice, O valoroso et inclito segnore, Della tua corte, che è tanto felice Che de ogni vigoria mantiene il fiore. A me soletto in su quella pendice Provarli ad un ad un ben basta il core; Ma non so se al pensier cotanto ardito Mancarà lena, e vengami fallito.
Stava Agramante in quel tempo a danzare Tra belle dame sopra ad un verone Che drittamente riguardava al mare, Ove era posto il ricco pavaglione. Odendo il corno tanto ben sonare, Lasciò la danza e venne ad un balcone, Apoggiandosi al collo al bel Rugiero, E giù nel prato vidde il cavalliero.
E stando alquanto a quel sonare attento, La voce e le parole ben comprese, E vòlto alli altri disse: A quel ch’io sento, Questo di noi ragiona assai cortese; E certo che me ha posto in gran talento De essere il primo che faccia palese Se ponto ha di prodezza o di valore; Siano qua l’arme e il mio bon corridore.
Benchè dicesse alcun che facea male, E mormorasse assai la baronia Che sua persona nobile e reale Aponga ad un che non sa chi se sia: Lui di natura e de animo è cotale Che mena a fretta ciò che far desia; Onde lascia da parte l’altrui dire, E prestamente se fece guarnire.
De azuro e de ôr vestito era a quartiero, E a tale insegne è il destrier copertato; La rocca e’ fusi porta per cimiero. Ver Brandimarte se ne vien al prato; E solo è sieco il giovane Rugiero, Senza alcuna arma, for che ’l brando a lato, E dopo alcun parlar tutto cortese, Voltò ciascuno e ben del campo prese.
Poi ritornarno con le lancie a resta Quei dui baron, che avean cotanta possa, Drizzando i lor ronzon testa per testa. Ciascuna lancia a meraviglia è grossa, Ma entrambe se fiaccarno con tempesta, E l’uno a l’altro urtò con tal percossa, Ch’e lor destrier posâr le groppe al prato, Benchè ciascun di subito è levato.
E via correndo come imbalorditi Ne andarno a gran ruina quasi un miglio, E credo che più avanti serian giti, Ma fu dato a ciascun nel fren di piglio. E’ duo baroni al tutto eran storditi, E a l’uno e a l’altro uscia il sangue vermiglio Di bocca e da l’orecchie e per il naso, Tanto fu il scontro orribile e malvaso!
Or se vengono a dietro a passo a passo, Ciascun di vendicar voluntaroso; Poi spronarno e destrieri a gran fraccasso, L’un più che l’altro a corso ruïnoso. Alcun di lor non segna al scudo basso, Ma dritto in fronte a l’elmo luminoso; Le lancie de le prime eran più grosse, Ma non restarno integre alle percosse.
Però che nel scontrar di quei baroni Sino alla resta se fiaccarno, in tanto Che non eran tre palmi e’ lor tronconi, Nè più che prima se donarno il vanto De alcun vantaggio e’ forti campïoni, E l’uno e l’altro è sangue tutto quanto; E, come e’ lor destrier sian senza freno, Ne andâr correndo un miglio, o poco meno.
Due lancie fece il re portare al prato, Che avea il tempio de Amone, antiquo deo, E, sì come da vecchi era contato, Di Ercole l’uno, e l’altra fo de Anteo. Bene era ciascun tronco smisurato: Ognuna a sei bastasi portar feo; Vedise adunque aperto in questo loco Che la natura manca a poco a poco,
Se questi antiqui fôr tanto robusti, Che avean forza per sei de quei moderni; Ma non scio se gli autor fosser ben giusti, E scrivesseno il vero a’ lor quaderni. Or son portati al campo e’ duo gran fusti; E guarda pur, se vôi: tu non discerni Qual sia più forte, chè senza divaro Di vena e di grossezza son al paro.
A Brandimarte fu dato la eletta: Ciò volse il re Agramante per suo onore. Ben vi so dir che ogniomo intorno aspetta Veder che abbia più lena e più vigore. Ma, mentre che ciascun di lor se assetta, Di verso al fiume se ode un gran romore. Fugge la gente trista e sbigottita: Tutti venian cridando: Aita! aita!
Il re Agramante sì come era armato, Ver là se tira e lascia il gran troncone; E Brandimarte a lui se pose a lato, Per aiutarlo in ogni questïone. Via vien fuggendo il popol sterminato; Et Agramante prese un ragazone, Qual sopra ad un ronzone era a bisdosso, E senza briglia corre al più non posso.
Ove ne andati? diceva Agramante, Ove ne andati, pezzi de bricconi? E quel rispose con voce tonante: Per beverare andavamo e’ ronzoni Dietro a quel fiume che è quivi davante, E là fummo assaliti da leoni, Qual posti ce hanno in tal disaventura, Che bene è paccio chi non ha paura.
Da trenta insieme sono, al mio parere, Che ce assalirno con tanta tempesta, Che de scampare apena ebbi il potere, Benchè io gli vidi uscir de la foresta. Che sia de gli altri, non potea vedere, Perchè giamai non ho volta la testa A remirar quel che de lor se sia; Or fa al mio senno, e tuotti anco te via.
Il re sorrise e, a Brandimarte vòlto, Gli disse: Certo alquanto ho di dispetto Che il piacer della giostra ce sia tolto, Benchè alla caccia avrem molto diletto. E Brandimarte, il qual non era stolto, Rispose: Il tuo comando sempre aspetto; Sì che adoprame pure in giostra, o in caccia, Ch’io son disposto a far quel che ti piaccia.
Il re dapoi mandò nella citate Che a lui ne vengan cacciatori e cani, De’ qual sempre tenìa gran quantitate, Segusi e presti veltri e fieri alani, Et altre schiatte ancora intrameschiate. Or via ne vanno e’ tre baron soprani, Brandimarte, Agramante e il bon Rugiero, Per dare aiuto ove facea mestiero.
Ma ne la corte se lasciâr le danze, Come il messo del re là su se intese, E fuor portarno rete e speti e lanze, E furvi alcun che se guarnîr de arnese, Chè a cotal caccia vole altro che cianze; Nè lepri o capre trova quel paese, Ma pien son e’ lor monti tutti quanti Di leoni e pantere et elefanti.
E molte dame montarno e’ destrieri, Con gli archi in mano et abiti sì adorni, Che ogniom le accompagnava volentieri, E spesso avanti a lor facean ritorni. E tutti e gran segnori e cavallieri Uscîr sonando ad alta voce e’ corni: Da lo abaglio de’ cani e dal fremire Par che ’l cel cada e ’l mondo abbia a finire.
Ma già Agramante e il giovane Rugiero E Brandimarte, che non gli abandona, Sopra a quel fiume ove è l’assalto fiero, Ciascuno a più poter forte sperona; E ben de esser gagliardi fa mestiero, Chè ogni leone ha sotto una persona; Alcuna è viva e soccorso dimanda, E qual morendo a Dio se aricomanda.
A ciascadun di lor venne pietate, E destinarno di donarli aiuto, Avendo prima già tratte le spate: Non vole indarno alcun esser venuto. Ecco un leon con le chiome arrizzate, Maggior de gli altri, orribile et arguto, Che in su la ripa avea morto un destrero: Quello abandona e vien verso Rugiero.
Rugier lo aspetta e mena un manroverso, E sopra della testa l’ebbe aggionto, E quella via tagliò per il traverso, Chè tra gli occhi e l’orecchie il colse a ponto. Ora ecco l’altro, ancora più diverso E più feroce di quel che io vi conto, Al re se aventa da la banda manca, E l’elmo azaffa e nel scudo lo abranca.
E certamente il tirava de arcione, Se non ne fosse il bon Rugiero accorto, Qual là vi corse e gionselo al gallone, Sì che de l’anche a ponto il fece corto. Brandimarte ancor lui con un leone Fatto ha battaglia, e quasi l’avea morto, Quando se odirno e’ corni e’ gran rumori Di quella gente, e’ cani e’ cacciatori.
Ora cantando a ricontar non basto Di loro e’ cridi grandi e la tempesta; Tutte le fiere abandonarno il pasto, Squassando e’ crini et alciando la testa. Quale avean morto, e quale è mezo guasto; Pur li lasciarno, e verso la foresta, Voltando il capo e mormorando d’ira, A poco a poco ciascadun se tira.
Ma la gente che segue, è troppo molta, E fa stornir del crido e il monte e il piano; Dardi e saette cadeno a gran folta, A benchè la più parte ariva invano. De quei leoni or questo or quel se volta, Ma pur tutti alla selva se ne vano; E il re cinger la fa da tutte bande: Allor se incominciò la caccia grande.
La selva tutto intorno è circondata, Che non potrebbe uscire una lirompa; Più dame e cavallieri ha ogni brigata, Che mostrava alla vista una gran pompa. Il re dato avia loco ad ogni strata, Nè bisogna che alcun l’ordine rompa; Alani e veltri a copia sono intorno, Nè se ode alcuna voce, o suon di corno.
Poi son poste le rete a cotal festa Che spezzar non le può dente, nè graffa, Indi e’ sagusi intrarno alla foresta: Altro non si sentia che biffi e baffa. Or se ode un gran fraccasso e gran tempesta, Chè per le rame viene una ziraffa; Turpino il scrive, e poca gente il crede, Che undeci braccia avia dal muso al piede.
Fuor ne venìa la bestia contrafatta, Bassa alle groppe e molto alta davante, E di tal forza andava e tanto ratta, Che al corso fraccassava àrbori e piante. Come fu al campo, intorno ha la baratta De molti cavallieri e de Agramante E molte dame che erano in sua schiera, Onde fu alfine occisa la gran fiera.
Leoni e pardi uscirno alla pianura, Tigri e pantere io non sapria dir quante; Qual se arresta a le rete e qual non cura. Ma pur fôr quasi morti in uno istante. Or ben fece alle dame alta paura, Uscendo for del bosco, uno elefante: Lo autore il dice, et io creder nol posso Che trenta palmi era alto e vinti grosso.
Se il ver non scrisse a ponto, et io lo scuso, Chè se ne stette per relazïone. Ora uscì quella bestia e col gran muso Un forte cavallier trasse de arcione, E più di vinti braccia gettò in suso, Poi giù cadette a gran destruzïone, E morì dissipato in tempo poco; Ben vi so dir che gli altri gli dàn loco.
Via se ne va la bestia smisurata, Nè de arestarla alcun par che abbia possa; La schiera ha tutta aperta ove è passata, A benchè de più dardi fu percossa, Ma non fu da alcun ponto innaverata; Tanto la pelle avea callosa e grossa E sì nerbosa e forte di natura, Che tiene il colpo come una armatura.
Ma già non tenne al taglio di Tranchera, Nè al braccio di Rugiero in questo caso; A piedi ha lui seguita la gran fiera, Chè il destrier spaventato era rimaso. Tanto ha quello animale orribil ciera Per grande orecchia e pel stupendo naso E per li denti lunghi oltra misura, Che ogni destriero avia di lui paura.
Ma, come vidde solo il giovanetto, Che lo seguiva a piedi per lo piano, Voltando quel mostazzo maledetto, Qual gira e piega a guisa de una mano, Corsegli adosso, per darli di petto; Ma quel furore e lo impeto fu vano, Perchè Rugier saltò da canto un passo, Tirando il brando per le zampe al basso.
Dice Turpin che ciascuna era grossa, Come ene un busto d’omo a la centura. Io non ho prova che chiarir vi possa, Perchè io non presi alora la misura; Ma ben vi dico che de una percossa Quella gran bestia cadde alla pianura: Come il colpo avisò, gli venne fatto, Chè ambe le zampe via tagliò ad un tratto.
Come la fiera a terra fu caduta, Tutta la gente se gli aduna intorno, E ciascun de ferirla ben se aiuta: Ma il re Agramante già suonava il corno, Perchè oramai la sera era venuta, E ver la notte se ne andava il giorno. Or, come il re nel corno fu sentito, Ogniomo intese il gioco esser finito.
Onde tornando tutte le brigate Se radunarno ove il re se ritrova; Tutti avean le sue lancie insanguinate, Per dimostrar ciascun che fatto ha prova. Le fiere occise non furno lasciate, Benchè a fatica ciascuna se mova; Pur con ingegno e forza tutti quanti Furno portati a’ cacciatori avanti.
Da poi de cani un numero infinito Era menato in quella cacciasone: Qual da tigre o pantere era ferito, E quale era straziato da leone. Come io vi dissi, il giorno era partito, Che fo diletto di molte persone, Però che ciascadun, come più brama, Chi va con questa, e chi con quella dama.
Qual de la caccia conta meraviglia, E ciascadun fa la sua prova certa; E qual de amor con le dame bisbiglia, Narrando sua ragion bassa e coperta. E così, caminando da sei miglia Con gran diletto, gionsero a Biserta, Ove parea che ’l celo ardesse a foco, Tante lumiere e torze avea quel loco.
E dentro entrarno a gran magnificenzia, Quasi alla guisa de processïone; Omini e donne a tal appariscenzia Per la citade stavano al balcone. Brandimarte al castel prese licenzia Per ritornar di fora al paviglione, E benchè il re il volesse retenire, Per compiacerlo al fine il lasciò gire;
E dal nepote il fece accompagnare, E da cinque altri. Lì con grande onore La sera istessa il fece appresentare De più vivande, ciascuna megliore; E una sua veste gli fece arrecare, Con pietre e perle di molto valore: La veste è parte azurra e parte de oro, Come il re porta, senza altro lavoro.
Poi l’altro giorno, come è loro usanza, Una gran festa se ebbe ad ordinare, E venne Fiordelisa in quella danza, Chè Brandimarte e lei fece invitare. Tre son vestiti ad una somiglianza, Chè tal divisa altrui non può portare; Brandimarte e Agramante con Rugiero D’azurro e d’or indosso hanno il quartiero.
Standosi in festa et ecco un tamburino Vien giù del catafalco a gran stramaccio. Per tutto traboccava quel meschino, Chè ogni festuca gli donava impaccio, O che la colpa fosse il troppo vino, O che di sua natura fosse paccio; Ma sopra al tribunal ove è Agramante, Pur se conduce e a lui se pone avante.
Il re, credendo de esso aver diletto, Lo recevette con faccia ridente; Ma, come quello è gionto al suo cospetto, Batte la mano e mostrase dolente, E diceva: Macon sia maledetto, E la Fortuna trista e miscredente, Qual non riguarda cui faccia segnore, Et obedir conviensi a chi è peggiore!
Costui de Africa tutta è incoronato, La terza parte del mondo possiede, Et ha cotanto popolo adunato Che spaventar la terra e il cel si crede. Or ne lo odor de algalia e di moscato Tra belle dame il delicato siede, Nè se cura de guerra, o de altro inciampo, Pur che se dica che sua gente è in campo.
Non si dièno le imprese avere a ciancia: Seguir conviensi, o non le cominciare, E fornir con la borsa e con la lancia, Ma l’una e l’altra prima mesurare. Così faccia Macon che il re de Francia Te venga a ritrovar di qua dal mare, Chè alor comprenderai poi se la guerra Fia meglio in casa, o ver ne l’altrui terra.
Parlando il tamburin, fo presto preso Da la guarda del re che intorno stava, Nè fu però battuto, nè ripreso, Perchè ebriaco ogniomo il iudicava. Ma il re Agramante che lo ha ben inteso, Gli occhi dolenti alla terra bassava; Mormorando tra sè movia la testa, E poi crucioso uscì fuor de la festa.
Onde la corte fo tutta turbata: Langue ogni membro quando il capo dole; La real sala in tutto è abandonata, Nè più se danza, come far se suole. Il re la zambra avea dentro serrata: Alcun compagno sieco non vi vole; Pensando il grande oltraggio che gli è detto, Se consumava de ira e de dispetto.
Poi, come l’altro giorno fo apparito, Fece il consiglio et adunò suo stato, Dicendo come ha fermo e stabilito Di fornire il passaggio che è ordinato; E poi fa noto a tutti a qual partito E da cui serà il regno governato, Perchè il vecchio Branzardo di Bugea Vol che a Biserta in suo loco si stea,
A lui dicendo: Attendi alla iustizia, E ben ti guarda da procuratori E iudici e notai, chè han gran tristizia E pongono la gente in molti errori. Stimato assai è quel che ha più malizia, E gli avocati sono anco peggiori, Chè voltano le legge a lor parere; Da lor ti guarda, e farai tuo dovere.
Il re di Fersa, Folvo, anche rimane, E Bucifar, il re de la Algazera; L’uno al diserto alle terre lontane, E l’altro guarda verso la rivera. — Se forse qualche gente cristïane Con caravella, o con fusta ligiera, Over gli Aràbi te donino affanno, Sia chi soccorra e chi proveda al danno.
Dapoi gli fece consegnar Dudone, Che era condotto de Cristianitate, Dicendo a lui che lo tenga pregione, Sì che tornar non possa in sue contrate; Ma poi nel resto il tratti da barone, Nè altro gli manchi che la libertate. Da poscia a Folvo e a Bucifar comanda Che a Branzardo obedisca in ogni banda.
E perchè ciò non sia tenuto vano, Per la citate il fece publicare, Et a lui la bacchetta pose in mano, La quale è d’oro, e suole esso portare. Or se aduna lo exercito inumano: Chi potrebbe il tumulto racontare De la gente sì strana e sì diversa, Che par che ’l celo e il mondo se sumersa?
Quando sentirno il passaggio ordinare, Chi ne ha diletto, e chi n’avea spavento. La gran canaglia se adunava al mare, Per aspettar sopra la nave il vento. Chi vole odir l’istoria seguitare, Ne l’altro canto lo farò contento, E se gran cose ho contato giamai, Seguendo le dirò maggiore assai.