Libro II · Canto XXIX
La flotta di Agramante
Più di trenta re africani attraversano il mare con le loro insegne e piombano sulla battaglia di Montalbano. Orlando li vede arrivare.
In breve
Agramante attraversa il mare con una flotta immensa: il poeta passa in rassegna più di trenta re e condottieri africani, ognuno con la sua insegna, dal vecchio Sobrino a Brunello, che sul suo stemma ha messo un'oca. Sbarcati in Spagna, gli africani marciano fino a Montalbano, dove Carlo Magno sta combattendo contro Marsilio, re di Spagna, e Bradamante sta duellando con Rodamonte.
Orlando vede la marea di nemici scendere dal monte e cattura Pinadoro, mandato in avanscoperta da Agramante; poi lo rimanda indietro con una sfida. Sobrino riconosce Orlando dalla descrizione, l'orgoglioso Martasino si lancia all'attacco e tutto l'esercito africano lo segue senza ordine. Carlo, che stava per vincere Marsilio, richiama Rinaldo dal duello con Feraguto, schiera le sue truppe e lo manda contro il nemico. Lo scontro tra Rinaldo e Sobrino è appena cominciato quando il canto finisce.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Vi ricordate di Agramante, il re d'Africa che aveva deciso di fare la guerra alla Francia? Finalmente le sue navi presero il mare. Erano così tante che le vele, con la loro ombra, facevano diventare scura l'acqua.
C'erano più di trenta re, e ognuno aveva la sua insegna, cioè il disegno sulla bandiera e sullo scudo: una sirena, un drago verde, colombe bianche, un leone. Il più buffo era Brunello. Si era inventato l'insegna da solo e ci aveva dipinto un'oca che cova un uovo!
L'esercito sbarcò in Spagna e marciò verso la Francia senza fermarsi mai. Arrivò fino al castello di Montalbano, dove era già in corso una grande battaglia. Carlo Magno combatteva contro Marsilio, re di Spagna, e Rinaldo contro Feraguto. Poco lontano, la coraggiosa Bradamante duellava con il fortissimo Rodamonte.
Anche Orlando era lì, e guardava quel duello senza disturbare. A un tratto alzò gli occhi e vide una folla immensa scendere dal monte, tra bandiere, trombe e tamburi. «Da dove arriva questa tempesta?» si chiese. Raccolse una lancia da terra e partì al galoppo.
Agramante, intanto, aveva mandato avanti il giovane re Pinadoro, per capire chi stava combattendo. Pinadoro si trovò davanti proprio Orlando! Bastò un colpo di lancia, e finì giù di sella. Orlando lo lasciò andare con un messaggio: «Di' al tuo re che, se ha coraggio, venga a combattere!» Pinadoro tornò di corsa: «Signore, laggiù c'è un cavaliere fortissimo, con lo scudo bianco e rosso. Se gli altri sono come lui, siamo nei guai!»
Il vecchio re Sobrino sorrise. «Quello è Orlando. Lo conosco da quando era bambino: nessuno al mondo è più forte di lui.» Ma il giovane Martasino, superbo e testardo, si arrabbiò: «Voglio proprio vedere se è fatto di carne e ossa!» E si lanciò giù dal monte. Gli altri re lo seguirono, con Sobrino davanti a tutti, e dietro di loro tutto l'esercito, senza nessun ordine.
Carlo Magno stava per vincere Marsilio, ma quando vide arrivare tutte quelle bandiere si fece il segno della croce. Chiamò Rinaldo a gran voce: «Figlio mio, oggi bisogna essere forti!» Rinaldo lasciò Feraguto, stanco e ammaccato, e corse dall'imperatore. Carlo gli affidò la prima schiera di soldati e lo mandò contro il nemico.
Rinaldo si lanciò nella mischia sul suo cavallo Baiardo. Sobrino lo vide e gli andò incontro con la spada in pugno. Rinaldo pensò: «Chi colpisce per primo è avvantaggiato.» E gli diede un gran colpo sull'elmo. Ma l'elmo di Sobrino era robustissimo e non si ruppe, e il vecchio re restò in sella.
Chi avrà la meglio tra i due? Riposatevi un momento: lo scoprirete nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
La guerra più grande ott. 1–3
«Vi racconto la guerra più straordinaria e più grande che sia mai stata narrata in prosa o in versi» comincia il poeta, «e ne ho tanto terrore che quasi mi perdo all'inizio.» Nessun re e nessun imperatore, né antico né moderno, ha mai radunato un esercito simile: né Annibale, quando ruppe il patto sul fiume Ebro e spaccò le Alpi con il fuoco e con l'aceto, né il gran re di Persia, con i popoli della Scizia e dell'Etiopia, nella valle dove lo affrontò Leonida. Le vele di Agramante sono così fitte che il mare sotto è scuro per la loro ombra, e le navi sono così tante che devono partire una alla volta, con il vento in poppa.
I re e le loro insegne ott. 4–10
In testa c'è Argosto di Marmonda, con la bandiera reale, tutta verde con una sirena. Lo segue re Gualciotto, con un'insegna nera piena di colombe bianche; poi Mirabaldo, con un montone nero dalle corna d'oro su campo bianco. Un po' più indietro viene Sobrino, il vecchio e valoroso re di Garbo, con un fuoco su campo scuro, e poi Brandirago, re di Arzila, con un drago verde su campo rosso.
Poi c'è Brunello, re di Tingitana, che l'insegna se l'è disegnata da solo, come la gente vanitosa di oggi, che crede di nobilitare la propria famiglia mettendo nello stemma gigli e leoni. Brunello, re da poco e poco famoso, ha dipinto su campo rosso un'oca che cova un uovo, e scherza: «Sono di famiglia antichissima: lo dice anche il Vangelo che l'oca era nel principio!»
Re Grifaldo ha messo su tutte le sue navi una ragazza scapigliata che tiene un drago per le orecchie. Vicino a lui c'è il giovane Martasino, re di Garamanta, con la testa e gli artigli di un grifone su campo vermiglio. Seguono Dorilone, re di Ceuta, con un giglio bianco su campo azzurro; Soridano, re dell'Esperia, con un leone bianco su campo verde; Pinadoro, re di Costantina, con un'aquila gialla a due teste su campo rosso; Alzirdo, con una rosa vermiglia su campo d'oro; Puliano, re di Nasamona, con una corona d'argento su bandiera azzurra.
Altri re, altre insegne ott. 11–16
C'è Arigalte, re dell'Amonia, con i suoi soldati pieni di pidocchi e un'insegna tutta bianca. Poi Manilardo, re della Norizia, con una zampa di leone d'oro su campo rosso sangue, e Prusione, re di Alvarachie: chi dei due è più forte? Nessuno, a dirla tutta. Arriva in ritardo Bardarico, re di Canara, lontana terra d'occidente, con un corvo nero su campo verde; poi il vecchio Balifronte, re di Mulga, con una fontana, e Dudrinasso, re di Libicana, con un bambino nudo.
Ecco il giovane Dardinello, re di Zumara, con l'insegna a quarti vermigli e bianchi di suo padre Almonte, la stessa che porta il conte Orlando: ma a uno dei due, avverte il poeta, costerà cara. Vengono poi Cardorano, re di Cosca, con un drago dalla testa umana; Tardoco, re di Alzerbe, con un serpente tutto attorcigliato per non sentire la formula dell'incantatore; Marbalusto, re di Orano, con una testa di regina inghirlandata; Farurante, re di Maurina; un Alzirdo con una ghianda d'oro; e Tanfirione, re di Almasilla, con una testa di leone.
La corte di Agramante ott. 17–20
Poi arriva il fior fiore della corte. Lo guida Mordante, figlio illegittimo di Carogiero, grande e fiero, con le navi di Tolometta, che portano due lune vermiglie su campo d'oro. Seguono quelle di Tripoli, la flotta più bella di tutte, guidata dal paladino Ruggiero, con l'aquila bianca su campo azzurro dei suoi antenati. Poi la flotta di Biserta, con la bandiera di Agramante, e quella di Tunisi, guidata dal vecchio e saggio Daniforte, gran siniscalco della corte, che viene in Francia a trovare la morte. Le navi di Bernica e della Rassa sono comandate da Barigano, che ha allevato il re fin da bambino; ultimo di tutti arriva Mulabuferso, il gran re di Fizano, con un leopardo su campo azzurro.
Sbarco in Spagna ott. 21–23
Così la grande flotta sbarca in Spagna, sotto il comando di Agramante. Non si è mai vista una furia simile: è un esercito così strano e spaventoso che sembra uscito dall'inferno per fare guerra al paradiso. Le navi sono tante che la folla occupa più di cento miglia di costa, da Malaga a Tarragona. Agramante sbarca sotto Tortosa, alla foce dell'Ebro, e marcia verso la Francia senza mai fermarsi; valicate le montagne, scende nella pianura di Guascogna fino a Montalbano.
La battaglia di Montalbano ott. 24–31
Sotto quel castello, come il poeta ha già raccontato, il re di Francia e il re di Spagna si stanno affrontando con le loro corti e i loro eserciti, e il sangue scorre alto un palmo. Rinaldo combatte contro Feraguto, il gigantesco re Grandonio contro il marchese Oliviero, Serpentino contro Ogiero il Danese, re Marsilio contro Carlo Magno.
Ma lo scontro più straordinario è quello tra Rodamonte e Bradamante. Rodamonte aveva colpito Orlando così forte da fargli perdere i sensi; ora, mentre la dama combatte con il saraceno, Orlando si riprende. Tornerebbe volentieri a rendergli pan per focaccia, ma non vuole commettere una scorrettezza, visto che Rodamonte è impegnato in un altro duello: rimette Durindana nel fodero e resta a guardare. Il duello si svolge in un bel prato tra due colline, lontano dagli altri.
I due si affrontano da più di tre ore quando Orlando, alzando gli occhi, vede in lontananza una folla immensa che scende dal monte, bandiera dopo bandiera, con un frastuono da far crollare il cielo. «O re del cielo» dice, «da dove viene questa tempesta? Marsilio non ha certo tanti alleati: saranno usciti dall'inferno! Ma chiunque siano, saranno accolti male, se Durindana taglia come al solito.» E sprona verso il monte. Sul prato c'è una lancia intera: Orlando, senza scendere di sella, si china e la raccoglie, come fa spesso.
Pinadoro prigioniero ott. 32–41
Con la lancia appoggiata alla coscia avanza su Brigliadoro, veloce come un uccello. Intanto Agramante, vedendo la mischia nella pianura, se ne rallegra e chiama Pinadoro, il giovane re di Costantina: deve andare da solo dove la battaglia è più fitta, catturare qualche barone e portarglielo vivo, anche quattro o sei in una volta, per capire che cosa succede.
Pinadoro scende di gran carriera e si trova davanti proprio Orlando, come se fosse venuto apposta. Si sfidano e si caricano con le lance in resta, senza nessuno intorno: la lancia di Pinadoro vola in pezzi e lui esce di sella di netto. Orlando lo cattura senza fatica, perché quello non può difendersi, e da lui viene a sapere che sul monte c'è Agramante, venuto con quell'esercito per distruggere Carlo e la Francia.
Orlando ne è felice e alza gli occhi al cielo: «Dio altissimo, mandi sempre aiuto quando serve! Se non mi sbaglio, Carlo e Rinaldo saranno sconfitti, i paladini abbattuti, e allora chiederanno aiuto a me. Così con il mio valore riconquisterò la donna che amo tanto; e per la sua bellezza, oggi sconfiggerei il mondo intero.» Ma tutto questo lo pensa soltanto, e Pinadoro non ne sente niente.
«Barone» gli dice, «torna dal tuo signore e digli che sono re Marsilio e re Carlo a combattere tra loro: se ha un cuore da re, venga alla mischia a mostrare quanto vale.» Pinadoro, che è cortese, lo ringrazia e torna di corsa da Agramante: «Signore, laggiù combattono Marsilio e Carlo. Ma ti consiglio di non scendere: ho trovato un cavaliere di una forza incredibile, con scudo e sopravveste a quarti bianchi e vermigli. Se gli altri sono come lui, per noi andrà peggio che male.»
Sobrino e Martasino ott. 42–46
Il vecchio Sobrino sorride: «Quello dei quarti è Orlando: ora la nostra gente abbasserà la cresta. Lo conosco fin da bambino, e non c'è al mondo uomo più forte con la spada e con la lancia. A Biserta mi deridevano perché lodavo la potenza di Carlo: ora si vedrà se parlavo a vuoto. Si facciano avanti Alzirdo, Puliano e l'ardito Martasino, questi giovani che si davano tante arie! E Rodamonte, che allora era così acceso, adesso secondo me è morto o prigioniero. E perché nessuno pensi che parlo per paura, andrò con loro: vi do la mia anima se uno solo mi passa avanti di un passo.»
Martasino ribolle d'ira: «Voglio proprio vedere se questo Orlando è fatto di carne e ossa, visto che Sobrino, che lo conosce da piccolo, non osa affrontarlo! Chi vuole, scenda in pianura: sul monte resti chi non tiene all'onore.» Non c'è uomo più superbo di lui: piccolo e tarchiato, ma agile e solido, rosso in faccia e col naso aquilino. Gridando e scuotendo la testa, si lancia giù dal pendio.
Tutti giù dal monte ott. 47–50
Lo seguono Marbalusto, Farurante, Alzirdo, Mirabaldo, Bambirago e Grifaldo; ma Sobrino, che non ha nessuna paura di Orlando, sprona più forte di tutti e li sorpassa. Agramante li richiama invano: tutti si precipitano come levrieri sciolti dalla catena. Allora si muove anche lui, senza dare nessun ordine, trascinandosi dietro tutta la massa. Più furioso di tutti corre avanti su Sisifalto, con il buon Ruggiero al fianco e Atlante, che non lo lascia mai. La terra trema. Al suono di trombe, tamburi e corni quell'accozzaglia scende nella pianura: pochi hanno armature di ferro, molti portano mazze e bastoni, e non si conterebbero in cento giorni.
Il grido di Carlo ott. 51–57
Intanto Marsilio è quasi in punto di morte: non si regge più in sella sotto i colpi di Carlo, che lo tempesta a due mani. Ma Carlo alza gli occhi e vede scendere Agramante con tante bandiere da riempire ogni cosa: il figlio di Pipino si fa il segno della croce, sbigottito.
Lascia subito Marsilio per dare ordini altrove. Poco lontano, Rinaldo ha conciato male Feraguto, che ha perso la spada e si difende a stento con la mazza: Rinaldo lo colpisce spesso con Fusberta e lo ucciderebbe di sicuro. Ma in mezzo al frastuono sente la voce dell'imperatore:
«Figlio, figlio mio caro, oggi bisogna essere forti! Se non troviamo subito un rimedio, siamo alla rovina. Se mai ci fu un giorno amaro per Montalbano e per la Guascogna, se la cristianità deve perire, è oggi.»
A quel grido Rinaldo si volta. Feraguto, a cui non è servito molto essere fatato, è così malconcio e ha l'armatura così ammaccata che non se la sente di continuare, e si riposa fino al giorno dopo. Rinaldo lo lascia stordito sul campo e torna da Carlo, che sta schierando le truppe contro Agramante.
Le schiere di Carlo ott. 58–61
Carlo gli affida la prima schiera: «Va' subito ad attaccarli ai piedi del monte, nel passaggio stretto dove c'è quel re col fuoco su campo nero. Ora capisco che Agramante ha passato il mare, perché quello è re Sobrino: lo conosco bene, è un saraceno valoroso. Va', figlio, non indugiare!» La seconda schiera va ai duchi di Arles e di Baiona, Sigieri e Uberto, della famiglia di Mongrana; la terza al re Otone; la quarta a Daniberto, re di Frisia; la quinta all'irlandese Manibruno; la sesta al re di Scozia; la settima la guida Carlo in persona.
Comincia la battaglia. Rinaldo arriva alla mischia su Baiardo, con la lancia in resta: guai a chi incontra! Chi cade di sella mezzo morto, chi finisce a terra come una rana.
Rinaldo contro Sobrino ott. 62–65
Spezzata la lancia, sguaina Fusberta e si apre la strada. «Chi è costui che fa strage della mia gente, con quel leone sulla sopravveste?» si chiede Sobrino. «Nel regno di Carlo non l'ho mai visto. Dev'essere Rinaldo, di cui parla tutto il mondo: vediamo se è valoroso come si dice.» E gli va incontro con la spada in pugno.
Rinaldo, colpito dalle sue belle armi, pensa: «Il vantaggio è di chi comincia: non sarai tu a cominciare.» E lo colpisce sulla testa a due mani. Ma l'elmo di Sobrino è così buono che non si rompe, e il re resta in sella, anche se il colpo non gli sembra uno scherzo. «Ma sono arrivato alla fine del canto» dice il poeta: «riposatevi un po', e il seguito ve lo racconterò nel prossimo.»
Parole difficili
- diveto ott. 2: divieto; qui il patto che vietava ai Cartaginesi di passare il fiume Ebro, in Spagna.
- Leonida ott. 2: re di Sparta che con pochi uomini difese il passo delle Termopili contro l'enorme esercito persiano.
- campo ott. 5: il colore di fondo dello stemma.
- insegna ott. 6: lo stemma dipinto sullo scudo e sulla bandiera di un cavaliere.
- zigli ott. 6: gigli.
- pedochiosa ott. 11: pidocchiosa, piena di pidocchi.
- branca ott. 11: zampa con gli artigli.
- quartiero ott. 14: stemma diviso in quarti di colori diversi.
- concistoro ott. 17: il consiglio del re, i nobili della corte.
- siniscalco ott. 19: alto funzionario che governa la corte di un re.
- pan cotto per tal pasta ott. 27: pan per focaccia, cioè ripagare con la stessa moneta.
- Brigliador ott. 32: Brigliadoro, il cavallo di Orlando.
- zambello ott. 32: zuffa, mischia.
- ricredente ott. 42: vinto, costretto ad arrendersi.
- livreri ott. 48: levrieri.
- Sisifalto ott. 49: il cavallo di Agramante.
- Fusberta ott. 54: la spada di Rinaldo.
- Mongrana ott. 60: una delle grandi famiglie di paladini.
Il testo di Boiardo
65 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
La più stupenda guerra e la maggiore Che racontasse mai prosa nè verso, Vengo a contarvi, con tanto terrore Che quasi al cominciare io me son perso; Nè sotto re, nè sotto imperatore Fu mai raccolto exercito diverso, O nel moderno tempo, o ne lo antico, Che aguagliar si potesse a quel che io dico.
Nè quando prima il barbaro Anniballe, Rotto avendo ad Ibero il gran diveto, Con tutta Spagna et Africa alle spalle Spezzò col foco l’Alpe e con lo aceto; Nè il gran re persïano in quella valle Ove Leonida fe’ l’aspro decreto, Con le gente di Scizia e de Etïopia Ebbe de armati in campo maggior copia,
Come Agramante, che sua gente anombra Solo a la vista, senza ordine alcuno. De le sue velle è tanto spessa l’ombra, Che il mar di sotto a loro è scuro e bruno; E sì l’un l’altro il gran naviglio ingombra, Che fu mestier partirse ad uno ad uno, Avendo il vento in poppa alla seconda. Avanti a gli altri è Argosto di Marmonda:
Ne la sua nave è la real bandiera, Che tutta è verde e dentro ha una Sirena; Il re Gualciotto apresso di questo era, Quale era ardito, e bella gente mena, Et era la sua insegna tutta nera, Di bianche columbine al campo piena; E Mirabaldo viene apresso a loro, Che porta il monton nero a corne d’oro.
Il campo ove è il montone, è tutto bianco. E da questi altri venìa longi un poco Sobrin, che è re di Garbo, il vecchio franco, Il qual portava in campo bruno il foco; E dietro mezo miglio, o poco manco, Il re de Arzila seguitava il gioco: Il nome di costui fu Brandirago, Che avea nel campo rosso un verde drago.
Dapoi Brunello, il re de Tingitana, Avea la insegna di novo ritratta, Più vaga assai de l’altre e più soprana, Perchè lui stesso a suo modo l’ha fatta; Come oggi al mondo fa la gente vana, Stimando generosa far sua schiatta E le casate sue nobile e degne Con far de zigli e de leoni insegne.
Così Brunel, la cui fama era poca, Come intendesti, chè era re di novo, Nel campo rosso avea depinta una oca, Che avea la coda e l’ale sopra a l’ovo. De ciò parlando lui con gli altri, gioca — Ben son, dicendo, antico, e ciò ti provo: Chè lo evangelio, che è dritto iudicio, Afferma che la oca era nel principio.
Il re Grifaldo apresso a lui ne viene, Che porta una donzella scapigliata, E quella un drago per l’orecchie tiene: Cotal divisa avea tutta la armata, Benchè sua insegna a questa non conviene, Chè solo è nera e di bianco fasciata. Il re di Garamanta era vicino, Giovane ardito, e nome ha Martasino.
Costui portava nel campo vermiglio Le branche e il collo e il capo de un griffone; E dietro alla sua nave forse un miglio Veniva il re di Septa, Dorilone, Qual porta al campo azurro un bianco ziglio; Poi Soridano, che porta il leone. Il leon bianco in campo verde avia: Costui ch’io dico, è re de la Esperia.
E re di Constantina, Pinadoro, Venne, che al rosso la acquila portava, Ch’è gialla, con due teste, in quel lavoro; E poco apresso Alzirdo il seguitava, Che ha la rosa vermiglia in campo d’oro; E Pulïano alla bandiera blava Segnata avea de argento una corona; Franco è costui, che è re de Nasamona.
Nè ’l re de la Amonìa ponto vi manca, Benchè sua gente è tutta pedochiosa, Dico Arigalte da la insegna bianca, Nè dentro vi ha dipenta alcuna cosa. Poi Manilardo, che porta la branca Qual tutta è d’oro a l’arma sanguinosa: La branca di cui parlo, è di leone. La armata apresso vien di Prusïone.
De la Norizia è re quel Manilardo, Questo altro de Alvarachie, ch’io vi conto. Saper volete qual sia più gagliardo? Nè l’un nè l’altro, a dirvelo ad un ponto. Re di Canara, il qual venne ben tardo, Ma pure apresso di questi altri è gionto, Portava, se Turpin me dice il vero, Nel campo verde un corvo tutto nero.
Era costui nomato Bardarico, Che in occidente ha sua terra lontana. Poi venne Balifronte, il vecchio antico, E Dudrinasso, il re de Libicana; Fo re di Mulga quel vecchio ch’io dico, E porta in campo azurro una fontana; E Dudrinasso alla bandiera e al scudo Porta nel rosso un fanciulletto nudo.
E Dardinello, il giovanetto franco, Ha le sue nave a queste altre congionte. Il quartiero ha costui vermiglio e bianco, Come suolea portare il padre Almonte; E pur cotale insegna, più nè manco, Portava indosso ancora Orlando il conte. Ma ad un di lor portarla costò cara; Questo garzone è re de la Zumara.
Presso vi viene il forte Cardorano, Il re di Cosca; e porta per insegna Un drago verde, il quale ha il capo umano. Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna, E sieco Marbalusto, il re de Orano; Quello avia al scudo una serpe malegna, Che intorno avolto ha il busto tutto quanto, Per non odire il verso de lo incanto.
E Marbalusto un capo de regina Portava, intorno a quello una ghirlanda. Poi Farurante, che è re di Maurina, Che al scudo verde ha una vermiglia banda. Alzirdo ha la sua armata a lui vicina (In campo azurro avea d’oro una gianda); E de Almasilla il re Tanfirïone, Qual porta in bianco un capo di leone.
Or già vien de la corte il concistoro, Che a quella impresa è tutta gente eletta; Mordante avea il governo di costoro. La prima armata vien di Tolometta, Con due lune vermiglie in campo d’oro, Che portava Mordante e la sua setta; Costui fo grande e di persona fiero, Filiol bastardo fo di Carogiero.
Da Tripoli seguia la gente franca: Non fo di questa la più bella armata, Nè più fiorita; e, se nulla vi manca, Da Rugier paladino era guidata. Lui ne lo azurro avea l’acquila bianca, Qual sempre da’ suoi antiqui fu portata. Da poi venìa la armata de Biserta, Ove Agramante ha la sua insegna aperta.
Di Tunici ivi apresso era il naviglio, E quel governa il vecchio Daniforte, Omo saputo e di molto consiglio, Gran siniscalco de la real corte. Portava in campo verde un rosso ziglio Costui, che viene in Franza a tuor la morte; E poscia da Bernica e da la Rassa L’una armata con l’altra insieme passa.
Di queste avea il governo Barigano, Quale ha nutrito il re da piccolino, E porta per insegna quel pagano In campo rosso un candido mastino. Dietro da tutti il gran re di Fizano, Mulabuferso, ha preso il suo camino; Lui porta divisato nel stendardo, Come nel scudo, in campo azurro un pardo.
In cotal modo, come io vi discerno, La grande armata in Spagna se disserra; Il re Agramante ha de tutti il governo: Non fu tal furia mai sopra la terra. Come se aprisse il colmo de lo inferno, Se far volesse al paradiso guerra, E la sua gente uscisse tutta integra, Qual con pallida faccia e qual con negra:
Morti e demonii, dico, tutti quanti, Del fuoco uscendo e d’ogni sepultura, Sarebbono a questi altri simiglianti, Per contrafatte membra e faccia oscura. Il stil diverso e i navigli son tanti, Che cento miglia e più la folta dura, Qual nel litto di Spagna se abandona, E da Maliga tiene a Taracona.
Il re Agramante lui sotto Tortosa Discese, ove il fiume Ebro ha foce in mare; Là se adunò la gente copïosa, E verso Franza prese a caminare A gran giornate, senza alcuna posa. Già la Guascogna sotto a loro appare, Callando l’Alpe, e giù scendono al piano, Sin che fôr gionti sopra a Montealbano.
Di sotto a quel castello, alla campagna, Era battaglia più cruda che mai, Però che il re di Franza e il re di Spagna, Come di sopra già vi racontai, Con lor persone e con sua corte magna E gente de’ suoi regni pure assai, Sono azuffati, e sopra di quel dosso Corre per tutto il sangue un palmo grosso.
Là se vedea Ranaldo e Feraguto, L’un più che l’altro alla battaglia fiero; E il re Grandonio orribile e membruto Avea afrontato il marchese Oliviero; Ad alcun de essi non bisogna aiuto. E Serpentino e il bon danese Ogiero Se facean guerra sopra di quel piano; E il re Marsilio contra a Carlo Mano.
Ma Rodamonte il crudo e Bradamante Avean tra lor la zuffa più diversa; Chè, come io dissi, il bon conte de Anglante Avea de un colpo la memoria persa, Quando il percosse il perfido africante, Che tramortito a dietro lo riversa. Tutta la cosa vi narrai a ponto, Però trapasso e più non la riconto.
Se non che, essendo quella dama altiera Ora affrontata al saracino ardito, E durando la zuffa orrenda e fiera, Il conte Orlando se fu risentito; E ben serìa tornato volentiera A vendicarse, come aveti odito: Essendo dal pagan sì forte offeso, Gli avria pan cotto per tal pasta reso.
Ma pur, temendo a farli villania, Poi che era de altra mischia intravagliato, Sua Durindana al fodro rimettia, E, lor mirando, stavasi da lato. Quel loco ove era la battaglia ria, Posto è tra duo colletti in un bel prato, Lontano a l’altra gente per bon spaccio, Sì che persona non gli dava impaccio.
Tre ore, o poco più, stettero a fronte La dama ardita e quel forte pagano; E stando quivi a rimirare il conte, Alciando gli occhi vidde di lontano Quella gran gente che callava il monte, E le bandiere poi di mano in mano, Con tal romor che par che ’l cel ruine, Tanta è la folta; e non se vede il fine.
Diceva Orlando: — O re del celo eterno, Dove è questo mal tempo ora nasciuto? Chè il re Marsilio e tutto suo governo Di tanta gente non avrebbe aiuto. Credo io che sono usciti dello inferno, Benchè serà ciascuno il mal venuto E il mal trovato, sia chi esser si vôle, Se Durindana taglia come suole.
Così parlava con molta arroganza, Verso quel monte ratto se distende. Sopra del prato integra era una lanza: Chinosse il conte e quella in terra prende, Chè cotal cosa avea spesso in usanza: Non so se lo atto a ponto ben s’intende; Dico, stando in arcione, essendo armato, Quella grossa asta su tolse del prato.
Con essa in su la coscia passa avante Sopra de Brigliador, che sembra occello. Ma ritornamo a dir del re Agramante, Che, veggendo nel piano il gran zambello, Forte allegrosse di cotal sembiante, E fie’ chiamarsi avante un damigiello, Qual fu di Constantina incoronato, E Pinadoro il re fu nominato.
A lui comanda che vada soletto Tra quelle gente e, senza altra paura, Là dove il grande assalto era più stretto E la battaglia più crudiele e dura, Piglia qualche barone al suo dispetto, Vivo lo porti a lui con bona cura; O quattro o sei ne prenda ad un sol tratto, Acciochè meglio intenda tutto il fatto.
Re Pinadoro parte cavalcando, E prestamente scese la gran costa; Da poi, per la campagna caminando, Non pone a speronare alcuna sosta, Ma poco cavalcò che trovò Orlando, Come venisse per scontrarlo a posta, E disfidandol con molta tempesta Se urtarno adosso con le lancie a resta.
Quivi de intorno non era persona, Benchè fosse la zuffa assai vicina; L’un verso l’altro a più poter sperona A tutta briglia, con molta ruina. Ciascadun scudo al gran colpo risuona, Ma cade a terra il re di Constantina; Sua lancia andò volando in più tronconi, E lui di netto uscì fuor de li arcioni.
Orlando lo pigliò senza contese, Poi che caduto fu de lo afferante, Però che lui non fece altre diffese, Nè puote farle contra al sir de Anglante; E sieco ragionando il conte intese Come quel ch’è nel monte è il re Agramante, Che per re Carlo e Francia disertare, Con tanta gente avia passato ’l mare.
De ciò fu lieto il franco cavalliero: Guardando verso il cel col viso baldo Diceva: O summo Dio, dove è mestiero, Pur mandi aiuto e soccorso di saldo! Chè, se non vien fallito il mio pensiero, Serà sconfitto Carlo con Ranaldo, Et ogni paladin serà abattuto, Onde io serò richiesto a darli aiuto.
Così lo amor di quella che amo tanto Serà per mia prodezza racquistato, E per la sua beltate oggi mi vanto Che, se de incontro a me fosse adunato Con l’arme indosso il mondo tutto quanto, In questo giorno averlo disertato. Ciò ragionava il conte in la sua mente, E Pinadoro odìa de ciò nïente.
Ma il conte, vòlto a lui, disse: Barone, Ritorna prestamente al tuo segnore, Se ti ha mandato per questa cagione Che tu rapporti a lui tutto il tenore. Dirai che il re Marsilio e il re Carlone Fan per battaglia insieme quel furore, E s’egli ha core et animo reale, Venga alla zuffa e mostri ciò che vale.
Re Pinador lo ringraziava assai, Come colui che molto fo cortese; E torna adietro e non se arresta mai, Sin che il destriero avanti il re discese, Dicendo: Alto segnore, io me ne andai Ove volesti, e dicoti palese Che la battaglia ch’è sopra a quel piano, È tra Marsilio e il franco Carlo Mano.
Nè so circa a tal fatto il tuo pensiero, Ma giù non callerai per mio consiglio, Perchè io trovai nel piano un cavalliero De la cui forza ancor mi meraviglio, Che il scudo e sopraveste de quartiero Ha divisato bianco e di vermiglio; E se ciascun de gli altri serà tale, Il fatto nostro andrà peggio che male.
E disse sorridendo il re Sobrino, Che a questo ragionare era presente: Quel dal quartiero è Orlando paladino: Or scemarà il superchio a nostra gente; Ben lo cognosco insin da piccolino. Così Macon lo faccia ricredente, Come di spada e lancia ad ogni prova Il più fiero omo al mondo non se trova.
Or se saperà se io ragionava invano Dentro a Biserta, allor che io fui schernito, Perchè io lodai di possa Carlo Mano E lo exercito suo tanto fiorito. Traggasi avanti Alzirdo e Pulïano E Martasino, il quale è tanto ardito, Chè Rodamonte, alor cotanto acceso, Per la mia stima adesso è morto o preso.
Tragansi avanti questi giovanetti, Che mostravano aver tanta baldanza, E sono usati a giostra, per diletti, Andar forbiti e ben portar sua lanza. Et acciò che altri forse non suspetti Ch’io dica tal parole per temanza, Gir vo’ con essi; e l’anima vi lasso, Se alcun di lor mi varca avanti un passo.
Re Martasino a questo ragionare De ira e de orgoglio tutto se commosse, E disse: Certamente io vo’ provare, Se questo Orlando è un om di carne e de osse, Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare, Che sin da piccoletto lo cognosse. Chi vol callar, se calla alla pianura: Nel monte aresti chi de onor non cura.
Così parlava il franco Martasino: Non avea il mondo un altro più orgoglioso. Grossetto fu costui, ma piccolino De la persona, e destro e ponderoso, Rosso de faccia e di naso acquilino, Oltra a misura altiero e furïoso; Onde, cridando e crollando la testa, Giù de la costa sprona a gran tempesta.
Re Marbalusto il segue e Farurante; Alzirdo e Mirabaldo viene apresso, E Bambirago e il re Grifaldo avante. Nè il re Sobrin, de cui parlava adesso, Mostra aver tema del segnor de Anglante, Ma più de gli altri tocca il destrier spesso, E con tanto furore andar se lassa, Che a Martasino avanti e a gli altri passa.
Nè valse de Agramante il richiamare, Chè ciascaduno a più furia ne viene; Di esser là giù mille anni a tutti pare, Come livreri usciti di catene. Quando Agramante vede ogniomo andare, Movese anch’esso, e già non se ritiene, Nè pone ordine alcuno alla battaglia, Ma fa seguire in frotta la canaglia.
Lui più de gli altri furïoso e fiero, Sopra de Sisifalto avanti passa, E sieco a lato a lato il bon Rugiero, Et Atalante, che giamai non lassa. Contar l’alto romor non fa mestiero; Ciascun direbbe: Il mondo se fraccassa. Trema la terra e il cel tutto risuona, Cotanta gente al crido se abandona.
Suonando trombe e gran tamburi e corni La diversa canaglia scende al piano. Pochi di lor ne avea di ferro adorni, Chi porta mazze e chi bastoni in mano. Non se numerariano in cento giorni, Sì sterminatamente se ne vano. Ma tutti eran di lor con l’arme indosso Avanti van correndo a più non posso.
In questo tempo il re Marsilïone Gionto era quasi al ponto di morire, Nè più se sosteniva ne lo arcione, Ma già da banda se’ lasciava gire, Però che adosso ha il franco re Carlone, Che ad ambe man non resta di ferire, E, come io dico, lo travaglia forte, Che quasi l’ha condutto in su la morte.
Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante, Qual giù callando al piano era vicino, Con tante insegne e con bandiere avante, Che empìano intorno per ogni confino. Quando vidde callar gente cotante, Fasse la croce il figlio di Pepino; Per meraviglia è quasi sbigotito, Veggendo il gran trapel di novo uscito.
Il re Marsilio abandonò di saldo, Per porre altrove l’ordine et aiuto. Poco lontano ad esso era Ranaldo, Che male avea condotto Feraguto. Benchè ancor fosse alla battaglia caldo, Il brando pur di man gli era caduto; Or con la mazza ben gran colpi mena, Ma de la morte se diffende appena.
Ranaldo l’avria morto in veritate, Come io vi dico, e sempre il soperchiava, Perchè poco estimava sue mazzate, E de Fusberta a lui spesso toccava. Tra le percosse orrende e sterminate Odì re Carlo, che a voce chiamava: Sì forte lo chiamò lo imperatore, Che pur intese intra tanto romore.
Figlio, cridava il re, figlio mio caro, Oggi d’esser gagliardo ce bisogna; Se tosto non se prende un bon riparo, Noi siam condotti alla ultima vergogna. Se mai fu giorno doloroso e amaro Per Montealbano e per tutta Guascogna, Se la Cristianità debbe perire, Oggi è quel giorno, omai non de’ venire.
A questo crido de lo imperatore Il franco fio de Amon fu rivoltato, Abenchè combattesse a gran furore Con Feraguto, come io vi ho contato; Il qual de la battaglia avia il peggiore, E poco gli giovava esser fatato: Tanto l’avea Ranaldo urtato e pisto, Che un sì malconzo più non fu mai visto.
E sì fu per affanno indebilito, Et avea l’armi sì fiaccate intorno, Che intrare a nova zuffa non fu ardito, Ma prese posa insino a l’altro giorno. Ranaldo al campo lo lasciò stordito, Tornando a Carlo, il cavalliero adorno, Che ordinava le schiere a fronte a fronte Verso Agramante, che discende il monte.
De le schiere ordinate la primiera Dètte il re Carlo a lui, come fu gionto, Dicendo: Va via ratto alla costiera, Ove e nemici giù callano a ponto. Fa che sieco te azuffi a ogni maniera Nel piè del monte, sì come io ti conto; Apizza la battaglia al stretto loco, Ove è quel re che ha in campo nero il foco.
Ora certanamente me divino Che il re Agramante avrà passato il mare, Chè quel da tale insegna è re Sobrino: Ben lo cognosco e scio ciò che può fare. Di certo egli è gagliardo saracino. Or via, filiolo, e non te indugïare! Poi la seconda schiera Carlo dona Al duca de Arli e al duca di Baiona.
Entrambi son del sangue di Mongrana: Sigieri il primo, e l’altro ha nome Uberto. Poscia il re Otone e sua gente soprana L’altra schiera ebbe sopra al campo aperto. La quarta, ch’era a questa proximana, Governa il re di Frisa, Daniberto; La quinta poi il re Carlo arriccomanda A Manibruno, il quale era de Irlanda.
El re di Scozia giù mena la sesta; La settima governa Carlo Mano. Or se incomincia il crido e la tempesta. Gionto alla zuffa è il sir de Montealbano, Sopra Baiardo, con la lancia a resta: Tristo qualunche iscontra sopra il piano! Qual mezo morto de lo arcion trabocca, Qual come rana per le spalle insprocca.
Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta: Ben vi so dir che spaccia quel cammino. Or chi è costui che mia gente diserta, Diceva, a lui guardando, il re Sobrino, Et ha il leon sbarato alla coperta? Io non cognosco questo paladino. Nel gran paese dove Carlo regna, Mai non viddi colui, nè questa insegna.
Ma debbe esser Ranaldo veramente, Di cui nel mondo se ragiona tanto. Or provarò se egli è così valente, Come de lui se dice in ogni canto. Nel dir sperona il suo destrier corrente Quel re che di prodezza ha sì gran vanto; La lancia rotta avia prima nel piano, Ma ver Ranaldo vien col brando in mano.
Ranaldo il vidde e, stimandol assai Per le belle arme e per la appariscenza, Fra sè diceva: Odito ho sempre mai Che il bon vantaggio è di quel che incomenza; Al mio poter tu non cominciarai, Chè chi coglie de prima, non va senza. Così dicendo sopra de la testa Ad ambe man lo tocca a gran tempesta.
Ma l’elmo che avea in capo era sì fino Che ponto non fu rotto nè diviso, E nïente se mosse il re Sobrino, Benchè non parve a lui colpo da riso. Ma già son gionto a l’ultimo confino Del canto consueto; onde io me aviso Che alquanto riposar vi fia diletto: Poi serà il fatto a l’altro canto detto.