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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XXX

Rinaldo accerchiato dai re

Rinaldo fa strage di re africani ma resta circondato come un orso tra i cacciatori. Carlo carica Agramante, e Orlando, nascosto in un bosco, prega.

In breve

La battaglia di Montalbano si fa terribile. Mentre Rinaldo duella con il vecchio Sobrino, quindici re africani piombano sulla sua schiera e la distruggono. Rinaldo allora lascia Sobrino e si getta nella mischia: uccide Mirabaldo e Bardarico, abbatte Argosto, ma viene accerchiato da Martasino, Marbalusto e Tardoco. Il duca Sigieri accorre in suo aiuto e uccide Tardoco, ma cade sotto la spada di Martasino. Rinaldo stordisce Martasino e ferisce al viso Marbalusto; poi torna all'attacco Sobrino, e Rinaldo, circondato, si difende come un orso assalito dai cacciatori.

Intanto Agramante scende in pianura con il resto dell'esercito, e Carlo Magno guida la carica dei cristiani. La battaglia va avanti e indietro come il mare tra due venti, e da ogni parte del campo i combattenti, come Oliviero, accorrono dove si batte il re. Solo Feraguto, sfinito, si riposa in un bosco vicino al fiume: lì incontra Orlando, che prega di nascosto perché i cristiani vengano sconfitti.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

La battaglia di Montalbano diventava sempre più terribile. Rinaldo stava ancora duellando con il vecchio re Sobrino, quando quindici re africani piombarono sui suoi soldati. Erano tanti come le mosche d'estate, e in un attimo i cristiani dovettero scappare.

Rinaldo si arrabbiò moltissimo. «State attenti, signori: adesso il gioco comincia davvero!» Lasciò Sobrino e spronò il suo cavallo Baiardo dove si combatteva di più. Colpiva a destra e a sinistra con la sua spada, Fusberta, e i nemici fuggivano buttando via archi, lance e scudi.

Ma il superbo Martasino gli si lanciò contro, e con lui arrivarono altri re, tra cui il gigante Marbalusto con un grosso bastone. Lo colpivano da tutte le parti. A un certo punto Rinaldo stava per cadere da un lato, ma un nemico lo colpì dall'altro lato... e così lo rimise dritto in sella!

Il duca Sigieri, un cavaliere di Carlo Magno, vide Rinaldo in pericolo e corse ad aiutarlo. Combatté con grande coraggio e sconfisse uno dei re, ma Martasino lo colpì con forza, e Sigieri cadde e non si rialzò più. Rinaldo, furioso, diede a Martasino un colpo così forte sull'elmo che lo lasciò stordito per un quarto d'ora. Poi colpì anche Marbalusto, che scappò via.

Allora tornò Sobrino, e con lui Rinaldo era circondato. Si difendeva come un orso nel bosco quando i cacciatori gli stanno intorno: si girava contro uno, poi contro l'altro, senza fermarsi mai.

Intanto anche Agramante scese dal monte con il resto del suo esercito, e la pianura si riempì di gente. Carlo Magno chiamò i suoi: «Figli, oggi è il giorno dell'onore! Non abbiate paura di quella folla: un po' di fuoco brucia tanta paglia.» Poi abbassò la lancia e partì alla carica, e tutti lo seguirono.

La battaglia andava avanti e indietro, come il mare quando soffiano due venti opposti: prima scappavano i saraceni, poi i cristiani, poi di nuovo i saraceni. Da ogni parte del campo i cavalieri, come il marchese Oliviero, correvano ad aiutare il loro re. Solo Brunello, il piccolo furfante, se ne stava in disparte, con molta prudenza.

E Orlando? Era nascosto in un boschetto pieno di fiori, vicino al fiume, e pregava. Ma pregava per una cosa strana: che i cristiani perdessero! Sperava che Carlo, nei guai, lo chiamasse in aiuto, e che così, con il suo valore, potesse riconquistare Angelica. Proprio in quel boschetto arrivò Feraguto, stanchissimo, per riposarsi. I due si riconobbero.

Che cosa succederà tra Orlando e Feraguto? Lo vedremo molto presto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

La battaglia più feroce ott. 1–4

«Baroni e dame, oggi vi racconto la battaglia più feroce, smisurata e pericolosa che sia mai stata narrata in versi o in prosa» annuncia il poeta. Ricorderete che Rinaldo aveva colpito il re Sobrino sull'elmo: ma il vecchio, fierissimo, non se ne cura e lo colpisce sulla fronte a due mani. Rinaldo risponde con furia, e tra loro comincia una gran zuffa.

Intanto le due schiere si avvicinano e si mescolano. I saraceni sono di più, ma ogni cristiano ne respinge il doppio. Lance e bandiere si lanciano le une contro le altre, e quando le schiere si scontrano va male per chi è in prima fila: c'è chi trapassa con la lancia scudo e corazza, chi crolla a terra con il cavallo.

Quindici re all'assalto ott. 5–10

Sobrino si difende a stento quando arriva l'orgoglioso Martasino, con Bambirago, Farurante e il gigante Marbalusto; e dietro Alzirdo, Grifaldo, Argosto, Puliano, Tardoco, Mirabaldo, Barolango, Arugalte, Cardorano, Gualciotto e il perfido Dudrinasso. «Di questi quindici, vi prometto, stasera non ne andranno a letto nemmeno cinque» dice il poeta. «Se Fusberta e Durindana non si stancano, ci andranno solo se qualcuno li porta, perché resteranno a terra, fatti a pezzi.»

La prima schiera di Rinaldo, settantamila guasconi, viene travolta in un attimo: quella marea di nemici sembra uno sciame di mosche d'estate o di formiche in una vecchia quercia. Ognuno di quei re si avventa sui cristiani come un drago, e Martasino più di tutti si diverte a svuotare le selle. Le grida e i lamenti sono enormi, e la folla saracena che scende dal monte cresce sempre di più.

Rinaldo si scatena ott. 11–15

Rinaldo vede la sua gente in rotta e si riempie di sdegno: lascia il duello con Sobrino, che aveva la peggio, e digrigna i denti dalla rabbia. «Per Dio, signori, state attenti, che ora il gioco comincia davvero!»

Spinge Baiardo dove la mischia è più fitta, raccomandandosi a Dio. Il primo che trova è Mirabaldo, e lo taglia in due all'altezza della cintura. Argosto di Marmonda, vedendolo, diventa freddo come il ghiaccio. Rinaldo colpisce a destra e a sinistra, e cimieri, sopravvesti e pennacchi volano per aria come falconi. I saraceni scappano ansimando, senza fiato nemmeno per gridare, e guai a chi resta indietro: come Argosto, che Rinaldo raggiunge e spacca quasi fino alla sella. I nemici fuggono in disordine, gettando archi, lance, scudi e bastoni.

Rinaldo accerchiato ott. 16–20

Martasino, che porta per cimiero una testa di grifone su un elmo così robusto da non temere nessuna spada, vede tra il polverone la strage della sua gente e si lancia contro Rinaldo. Lo colpisce all'elmo con un manrovescio da sinistra, così forte da stordirlo. Arrivano anche Tardoco, Bardarico e il grande e grosso Marbalusto, e tutti e quattro lo tempestano di colpi.

Rinaldo si difende a fatica. Con Fusberta spacca a Bardarico elmo e scudo fino a metà del petto; ma Marbalusto lo colpisce in testa con un grosso bastone cerchiato di ferro e quasi lo butta di sella. Rinaldo pende già da un lato, quando Tardoco lo colpisce dall'altro lato, e così lo tiene in sella! Intanto Martasino gli martella addosso e gli fracassa il cimiero, mentre i pagani guidati da Grifaldo e Dudrinasso mettono di nuovo in fuga i cristiani.

Il sacrificio di Sigieri ott. 21–29

I nemici sono così tanti che nessuna difesa basta, e la prima schiera viene distrutta. Allora parte la seconda, guidata dai due migliori cavalieri di Carlo: Sigieri, duca di Arles, e Uberto, duca di Baiona. Uberto incontra Grifaldo e Sigieri Dudrinasso, ed entrambi i pagani finiscono di sella a gambe all'aria.

Poco lontano Rinaldo è in pessime acque: ha ucciso Bardarico, ma Tardoco, Martasino e il gigante re di Orano continuano a colpirlo, uno con il bastone e due con la spada. Sigieri lo riconosce e sprona in suo aiuto. Affronta Tardoco, e dopo molti colpi di taglio e di punta gli pianta la spada nel ventre con tanta forza che la lama passa fino alla sella e ci resta incastrata.

Martasino, che si era voltato per aiutare Tardoco, lo vede ormai perduto e scarica su Sigieri un colpo terribile: gli spacca l'elmo, e né la maglia né la corazza lo salvano. Sigieri cade morto. Rinaldo, infuriato, colpisce Martasino sull'elmo d'acciaio: l'elmo regge, ma il pagano resta stordito per un quarto d'ora senza sapere in che mondo si trovi. Intanto Marbalusto alza a due mani la sua mazza e la cala su Rinaldo; Rinaldo non minaccia, risponde, e con Fusberta, che non sbaglia mai, gli squarcia il viso attraverso l'elmo.

Le grida di Sobrino ott. 30–36

Marbalusto, sconvolto, fugge e incontra Sobrino, che gli grida: «Dov'è Martasino? Dov'è Bardarico, che aveva tanto coraggio? Dov'è Tardoco, quel giovane sconsiderato? Lo so, Rinaldo li ha uccisi tutti! A Biserta nessuno mi credeva quando parlavo della potenza di Carlo, e a fatica mi difesi da Rodamonte: ora la prova la facciamo a nostre spese. Scappa pure tu, se devi: io qui voglio morire senza vergogna.»

Il vecchio si lancia avanti abbattendo uomini e cavalli e trova Rinaldo alle prese con Martasino, che si è ripreso ma ha bisogno di aiuto. Sobrino gli grida da lontano: «Dove sono le prodezze e le arie che ti davi in Africa a chiacchiere? E il coraggio di quel giorno, quando scendevi dal monte disprezzando Orlando? Questo che ti insegue non è il conte, non ha Durindana: eppure ti caccia come un vigliacco qualunque!»

Martasino non lo ascolta nemmeno, tanto Rinaldo lo fa girare. Ma Sobrino colpisce Rinaldo a due mani sul cimiero, una testa di leone con il collo e il petto, e glielo porta via di netto. Rinaldo, furioso, si volta contro di lui; ma intanto Martasino lo colpisce sull'elmo di Mambrino.

Come un orso tra i cacciatori ott. 37–42

Come un orso accerchiato dai cacciatori in un bosco di montagna, che lascia questo e si volta contro quello, vuole vendicarsi di tutti e più si affretta più perde tempo, così è Rinaldo in mezzo ai pagani. Lo colpiscono da ogni parte, veloci come uccelli, dice Turpino; ma il buon cavaliere su Baiardo fa prodezze che non si possono contare.

Intanto Agramante è sceso dal monte, e la pianura è così piena di gente che il mondo sembra svenire per le grida. Davanti c'è il paladino Ruggiero, poi Daniforte, Barigano, il vecchio indovino Atlante, Mulabuferso, il piccolo e falso Brunello, Mordante, Dardinello, Soridano, Prusione, Manilardo, il perfido Balifronte e Tanfirione. Mancano solo Dorilone, re di Ceuta, e Pinadoro: uno ha già conosciuto il figlio di Milone, l'altro è ricchissimo, e si sa che i ricchi restano dietro e mandano avanti i coraggiosi e i disperati. Così i due incoraggiano gli altri ad andare dove la mischia è più fitta.

«Aiutami, ninfa del Parnaso» invoca il poeta, «suona la tromba e dettami i versi: senza aiuto non posso raccontare una battaglia così grande.»

La carica di Carlo ott. 43–50

Carlo Magno ha visto tutto e si rivolge ai suoi: «Figli, è arrivato il giorno che può darci onore per sempre. Speriamo nell'aiuto di Dio, mettendo la vita per amor suo: chi starà contro di noi, se Dio è con noi? Non vi spaventi quella marmaglia, anche se riempie la pianura: un po' di fuoco brucia molta paglia. Se attacchiamo con furia, non reggeranno il primo assalto. Addosso, a briglia sciolta! Già sono in fuga, lo vedo!»

Detto questo, mette la lancia in resta e sprona il cavallo. Chi sarebbe così vile da non seguire il suo signore? Esplode un frastuono di trombe, corni e grida, e i saraceni rispondono con urla altrettanto forti. Le due schiere si corrono incontro e lo spazio tra loro si riduce; non c'è fosso né fiume a dividerle. Le lance volano in pezzi verso il cielo, scudo urta scudo, spada spada. Re, cavalli e cavalieri sono un groviglio solo, e il poeta non riesce più a distinguere chi viene dal cielo e chi dall'inferno. Chi cade non ha scampo, perché la folla gli passa sopra.

La schiera pagana volta le spalle, e i cristiani avanzano oltre metà del campo; ma dopo due tiri d'arco Agramante fa voltare i suoi, e ora sono i cristiani a fuggire davanti a quelli che inseguivano. È come il mare in tempesta, che il maestrale spinge via dalla riva e lo scirocco riporta indietro: così il gioco cambia di continuo, e la gente minuta gira come una foglia a ogni vento.

Duelli nella mischia ott. 51–54

Per tre volte ciascun esercito viene respinto; la quarta volta tornano all'attacco decisi a non fuggire più, petto contro petto. Comincia la battaglia più dura. Il re Pulicano e il buon Ottone d'Inghilterra si affrontano con la spada; Ruggiero abbatte Grifone, cugino del conte Gano; Agramante combatte con Ricardo e alla fine lo butta di sella, poi affronta Gualtiero da Monlione. Barigano si batte con il duca di Baiona, Guglielmiero di Scozia con Daniforte, e re Carlo con Balifronte, a colpi terribili sulla testa. Moridano e il conte Sinibaldo d'Olanda si colpiscono duramente; Daniberto di Frisia affronta Manilardo, Tanfirione il buon Sansone di Piccardia. Brunello, il piccolo furfante, se ne sta in disparte con molta prudenza.

Tutti accorrono ott. 55–59

Di grido in grido la notizia arriva al marchese Oliviero, che ha combattuto tutto il giorno contro Grandonio senza vantaggio per nessuno dei due. Sentendo che Carlo è in pericolo, il cortese barone lascia Grandonio e corre da lui. Lo stesso fa Ogiero il Danese, che stava alla pari con Serpentino: lo abbandona e attraversa colline, valli e boschi fino ai piedi del monte dove Carlo combatte con Balifronte.

Così tutti, da ogni parte del campo, accorrono a spron battuto dove il re e i suoi baroni si battono contro Agramante, e presto non si combatte più in nessun altro luogo. Anche Marsilio, Balugante, Grandonio di Volterna e Serpentino, vedendo il polverone sul monte, capiscono che è arrivato Agramante e tornano indietro per aiutarlo. Ma con loro non c'è Feraguto.

Orlando nel bosco ott. 60–63

Feraguto è stato così malconcio da Rinaldo che si è fermato a riposare presso il fiume, e per quel giorno non torna più. È un luogo bellissimo, pieno di fiori e di uccellini che riempiono il boschetto con il loro canto. Lì è nascosto anche Orlando: dopo aver lasciato Pinadoro, è sceso da Brigliadoro e prega Dio con devozione che le sante bandiere dai gigli d'oro siano abbattute, e con loro Carlo e la sua gente. Mentre prega, Feraguto lo trova.

Quando si riconoscono, nessuno dei due sospetta dell'altro; ma come andrà a finire tra loro, il poeta lo racconterà più avanti. Intanto l'assalto si rinnova così feroce che teme gli manchi la voce: «Mi riposo un poco, poi tornerò con rime più belle a cantare la battaglia e le prodezze di Ruggiero. Venite ad ascoltare, baroni cortesi, perché fin dal principio vi ho promesso cose nuove e piacevoli.»

Parole difficili

  • usbergo ott. 4: corazza di maglia di ferro.
  • settanta miglia ott. 8: settantamila.
  • formigoni ott. 8: formiconi, grosse formiche.
  • cavezzi ott. 12: pezzi.
  • affrezzati ott. 14: affannati, senza fiato per la fretta.
  • tarca ott. 15: targa, scudo.
  • polvino ott. 16: polverone.
  • manriverso ott. 17: manrovescio, colpo dato di rovescio.
  • barbuta ott. 18: pezzo dell'armatura che protegge il mento e la parte bassa del viso.
  • fio de Amon ott. 19: figlio di Amone, cioè Rinaldo.
  • masella ott. 29: mascella.
  • elmo de Mambrino ott. 36: l'elmo di Rinaldo, appartenuto un tempo al re saraceno Mambrino.
  • figlio di Melone ott. 41: Orlando, figlio di Milone.
  • ninfa di Parnaso ott. 42: una Musa, protettrice dei poeti; il Parnaso è il monte delle Muse.
  • arcate ott. 49: tiri d'arco, cioè la distanza a cui arriva una freccia.
  • maestrale ott. 49: vento freddo che soffia da nord-ovest.
  • giottone ott. 54: ghiottone, furfante.
  • zigli d'oro ott. 61: i gigli d'oro, l'insegna del re di Francia.

Il testo di Boiardo

63 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Baroni e dame, che ascoltati intorno Quella prodezza tanto nominata, Che fa de fama il cavallier adorno Alla presente etade e alla passata, Io vengo a ricontarvi in questo giorno La più fiera battaglia e sterminata, E la più orrenda e più pericolosa Che racontasse mai verso nè prosa.

2

Se vi amentati bene, aveti odito Ove sia questa guerra e tra qual gente, E come il re Sobrin fosse ferito Dal pro’ Ranaldo in su l’elmo lucente; Ma tanto era feroce il vecchio ardito, Che mostrava di ciò curar nïente; E, vòlto contra il sir de Montealbano, Sopra la fronte il colse ad ambe mano.

3

Ranaldo a lui rispose con ruina, E tra lor duo se cominciò gran zuffa; Ma l’una schiera e l’altra se avicina, E tutti se meschiarno alla baruffa. Benchè sia più la gente saracina, Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa: Grande è il romor, orribile e feroce Di trombe, di tamburi e de alte voce.

4

Di qua, di là le lancie e le bandiere L’una ver l’altra a furia se ne vano, E, quando insieme se incontrâr le schiere Testa per testa, a mezo di quel piano, Mal va per quei che sono alle frontiere, Perchè alcun scontro non ariva in vano; Qual con la lancia usbergo e scudo passa, Qual col destriero a terra se fraccassa.

5

E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino L’un sopra a l’altro gran colpi rimena, Benchè ha disavantaggio il saracino, E dalla morte se diffende apena. Ecco gionto alla zuffa Martasino, Quello orgoglioso che ha cotanta lena; E Bambirago è seco, e Farurante, E Marbalusto, il quale era gigante.

6

Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso, Argosto di Marmonda e Pulïano; Tardoco e Mirabaldo era con esso, Barolango, Arugalte e Cardorano, Gualciotto, che ogni male avria commesso, E Dudrinasso, il perfido pagano. De quindeci ch’io conto, vi prometto, Stasera non andrà ben cinque a letto.

7

Se non vien men Fusberta e Durindana, Non vi andranno, se non vi son portati, Ma restaranno in su la terra piana, Morti e destrutti e per pezzi tagliati. Ora torniamo alla gente africana E a questi re, che al campo sono entrati Con tal romore e crido sì diverso, Che par che il celo e il mondo sia sumerso.

8

La prima schiera, qual menò Ranaldo, Che avea settanta miglia di Guasconi, Fu consumata da costor di saldo, E’ cavallier sconfitti con pedoni. Così come le mosche al tempo caldo, O ne l’antiqua quercia e’ formigoni, Tal era a remirar quella canaglia Senza numero alcuno alla battaglia.

9

Ma de quei re ciascun somiglia un drago Adosso a’ nostri; ogniom taglia e percote, E sopra a tutti Martasino è vago De abatter gente e far le selle vote; E così Marbalusto e Bambirago Al campo di costui sieguon le note, E gli altri tutti ancor senza pietate Pongono i nostri al taglio de le spate.

10

Il crido è grande, i pianti e la ruina Di nostra gente morta con fraccasso, Crescendo ognior la folta saracina, Che giù del monte vien correndo al basso. E Farurante mai non se raffina; Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso, Tardoco, Bardarico e Pulïano Senza rispetto tagliano a due mano.

11

Ranaldo, combattendo tutta fiata Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore, Veduta ebbe sua gente sbaratata, Onde ne prese gran disdegno al core, E lascia la battaglia cominciata, Battendo e’ denti de ira e de furore. Stati per Dio, segnori, attenti un poco, Chè or dadovero si comincia il gioco.

12

Battendo e’ denti se ne va Ranaldo, Gli omini e l’arme taglia d’ogni banda; Ove è il zambello più fervente e caldo Urta Baiardo e a Dio si racomanda. Il primo che trovò fu Mirabaldo, E in duo cavezzi fuor d’arcione il manda; Tanto fu il colpo grande oltra misura, Che per traverso il fesse alla centura.

13

Questo veggendo Argosto di Marmonda, Divenne in faccia freddo come un gelo, Mirando quel per forza sì profonda Tagliar quest’altri come fosse un pelo. Ranaldo se gli mena alla seconda, Facendo squarzi andare insino al celo; Cimieri e sopraveste e gran pennoni Volan per l’aria a guisa de falconi.

14

Di teste fesse e di busti tagliati, Di gambe e braccie è la terra coperta, E’ Saracini in rotta rivoltati Fuggendo e ansando con la bocca aperta; Nè puon cridar, tanto erano affrezzati. Sempre Ranaldo tocca di Fusberta, Facendo di costor pezzi da cane: Tristo colui che là oltra rimane!

15

Sì come Argosto, che in dietro rimase, E Ranaldo il ferì con gran possanza, E sino in su l’arcione il partì quase: Tre dita non se tenìa della panza. E quelle genti perfide e malvase Chi gietta l’arco e chi gietta la lanza, E chi lascia la tarca e chi il bastone, Tutti fuggendo a gran confusïone.

16

Combatte in altra parte Martasino, Che ha per cimiero un capo de grifone, E sotto a quello uno elmo tanto fino, Che non teme di brando offensïone. Costui, veggendo per quel gran polvino Sua gente persa e la destruzïone Che fa tra loro il sir di Montealbano, Là s’abandona con la spada in mano.

17

Gionse a Ranaldo dal sinistro lato E ne l’elmo il ferì de un manriverso; Quasi stordito lo mandò nel prato, Tanto fu il colpo orribile e diverso. Tardoco ancor di novo era arivato, E Bardarico gionse di traverso Con Marbalusto, che è sì grande e grosso; Ciascun tocca Ranaldo a più non posso.

18

Lui da cotanti se diffende apena, Sì spesso del colpire è la tempesta; Ciascun de questi quattro è di gran lena, Nè l’un per l’altro di ferir se arresta. Ranaldo irato a Bardarico mena, E colse de Fusberta ne la testa, E fesse l’elmo e la barbuta e ’l scudo: A mezo il petto andò quel colpo crudo.

19

Ma lui gionse ne l’elmo Marbalusto, Il qual portava in mano un gran bastone, Che avea ferrato tutto intorno il fusto; Lui gionse ne la testa il fio de Amone. Cotanta forza ha quel pagan robusto, Che quasi lo giettò fuor de lo arcione; Già tutto da quel canto era piegato, Ma Tardoco il ferì da l’altro lato.

20

Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella, Ferendo, come io dico, a l’altro canto, E Martasino adosso gli martella, Et il cimier gli ruppe tutto quanto. E, mentre che Ranaldo stava in quella, Il popol de’ Pagan, che era cotanto, Da Grifaldo guidato e Dudrinasso, Di novo i nostri posero in fraccasso.

21

Tanta la gente sopra a’ nostri abonda, Che non vi val diffesa a ogni maniera, A benchè alcun però non se nasconda. Ma tutta consumata è quella schiera, Onde al soccorso mosse la seconda, Che alle baruffe entrò ben volentiera; Nè soi megliori aveva il re de Francia Di questi dui, de ardire e di possancia:

22

Del duca d’Arli, dico, il bon Sigieri, E ’l bono Uberto, duca di Baiona, Usi in battaglia e’ franchi cavallieri; E l’uno e l’altro avea forte persona. Via se ne vanno al par [d]e’ bon guerrieri, De arme e de cridi il cel tutto risuona. E par che ’l mondo sieco se comova; Or la battaglia al campo se rinova.

23

Uberto se incontrò col re Grifaldo, Sigiero e Dudrinasso l’africante; Uscîr d’arcione e’ duo pagan di saldo, Voltando verso il celo ambe le piante. Vicino a questo loco era Ranaldo, Qual combattendo, come io dissi avante, Con quei pagan, condutto era a mal porto, Benchè de’ quattro Bardarico ha morto.

24

Pur sempre il re Tardoco e Martasino E quel gigante il quale è re de Orano, Toccano adosso al nostro paladino, L’un col bastone e’ duo col brando in mano. Ora Sigieri, essendo là vicino, Presto cognobbe il sir de Montealbano, E là per dargli aiuto se abandona: A tutta briglia il suo destrier sperona.

25

E mena al re Tardoco in prima gionta, E tra lor duo se cominciò la danza, Con gran percosse di taglio e di ponta. Ma pur Sigieri il saracino avanza, Come Turpino al libro ce raconta; Al fin gli messe il brando per la panza, E le rene forò sotto al gallone, Via più de un palmo passò ancor l’arcione.

26

Nè avendo ancora il brando rïavuto, Chè forte ne l’arcione era inchiavato, Per voler dare al re Tardoco aiuto Aponto Martasino era voltato; Ma, poi che il vidde a quel caso venuto, Che il freno aveva e il brando abandonato, Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa, E la barbuta e l’elmo gli fraccassa.

27

Tanta possanza avea quel maledetto, Che per la fronte gli partì la faccia, E ’l collo aperse e giù divise il petto, Chè non vi valse usbergo, nè coraccia. Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto, E con Fusberta adosso a lui se caccia: Dico Ranaldo adosso a Martasino Lascia un gran colpo in su l’elmo acciarino.

28

Forte era l’elmo, come aveti odito, E per quel colpo ponto non se mosse, Ma rimase il pagano imbalordito, Chè la barbuta al mento se percosse, E stette un quarto de ora a quel partito, Che non sapeva in qual mondo se fosse; E, mentre che in tal caso fa dimora, Re Marbalusto col baston lavora.

29

Ad ambe mano alzò la grossa maccia, E sopra al fio de Amon con furia calla; Ranaldo a lui rimena, non minaccia, Con sua Fusberta che giamai non falla. Meza la barba gli tolse di faccia, Chè la masella pose in su la spalla, Nè elmo, o barbuta lo diffese ponto, Chè ’l viso gli tagliò, come io vi conto.

30

Smarito di quel colpo il saracino Subitamente se pose a fuggire, E ritrovò nel campo il re Sobrino, Qual, veggendo costui in tal martìre, Ove è, cridava, dove è Martasino E Bardarico, che ebbe tanto ardire? Ov’è Tardoco, il giovane mal scorto? Scio che Ranaldo ogniun di loro ha morto.

31

Non fu dato credenza al mio parlare; Da Rodamonte apena me diffese, Quando a Biserta io presi a racontare La possanza di Carlo in suo paese. Se io dissi veritate ora si pare, Chè faciamo la prova a nostre spese; Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna, Chè qua voglio io morir senza vergogna.

32

Così dicendo quel crudo vecchiardo Via va correndo e Marbalusto lassa; Tagliando e’ nostri senza alcun riguardo E sempre dissipando avanti passa. Da ciascun canto quel pagan gagliardo Destrieri insieme et omini fraccassa. E ne lo andare il forte saracino Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.

33

Perchè, dapoi che in sè fu rivenuto, Fu con Ranaldo di novo alle mano, Ma certamente gli bisogna aiuto, Chè male il tratta il sir de Montealbano. Come Sobrino il fatto ebbe veduto, Cridava, essendo alquanto anco lontano: Ove son le prodezze e l’arroganze Che dimostravi in Africa di zanze?

34

Ov’è lo ardir che avesti, e quella fronte Che dimostravi in quello giorno, quando Con tal ruina giù callavi il monte E che stimavi tanto poco Orlando? Or questo che ti caccia non è il conte, Che avevi morto e preso al tuo comando; Questo non è colui che ha Durindana: E pur ti caccia a guisa de puttana.

35

Non guarda Martasino a tal parlare, E ponto non l’intende e non l’ascolta, Chè certamente aveva altro che fare, Tanto Ranaldo lo menava in volta. Ma il re Sobrin non stette ad aspettare: Avendo ad ambe man sua spada tolta, Percosse di gran forza il fio d’Amone Sopra al cimier, che è un capo di leone.

36

Un capo di leone e il collo e il petto Portava il pro’ Ranaldo per cimiero, Ma il re Sobrino il tolse via di netto, Chè tutto il fraccassò quel colpo fiero; Onde prese de ciò molto dispetto, E volta a quel pagano il cavalliero; Ma, mentre che si volta, Martasino Percosse lui ne l’elmo de Mambrino.

37

Come ne l’alpe, alla selva men folta, Da’ cacciatori è l’orso circondato, Quando l’armata è d’intorno aricolta, Chi tra’ davanti e chi mena da lato; Lui lascia questo, e a quello altro si volta, Chè de ciascun vole esser vendicato, E mentre che a girarse più se affretta, Più tempo perde e mai non fa vendetta:

38

Cotale era Ranaldo in quel zambello, Sendo condutto a quei pagani in mezo; A lui sempre feriva or questo, or quello, Et esso a tutti attende e fa ’l suo pezo. Ciascuno de quei re sembrava ocello, Come scrive Turpino, il quale io lezo; Tanto eran presti e scorti nel ferire, Ch’io nol posso mostrar, nè in rima dire.

39

Come io vi dico, senza alcun riguardo Qual dietro mena, e qual tocca davante; Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo Pur fa gran prove, e non potria dir quante. Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo, Del monte era disceso il re Agramante, E di tanta canaglia il piano è pieno, Che par che al crido il mondo venga meno.

40

Poco davanti è Rugier paladino, Daniforte vien dietro e Barigano, Et Atalante, quel vecchio indivino, Mulabuferso, che è re di Fizano, E ’l re Brunello, il falso piccolino, Mordante, Dardinello e Sorridano, E sieco Prusïone e Manilardo E Balifronte, il perfido vecchiardo.

41

Re de Almasilla vien Tanfirïone: Chi potria racordar tutti costoro? Mancavi il re di Septa, Dorilone, Che dietro ne venìa con Pinadoro. Provato ha l’uno il figlio di Melone, E l’altro è copïoso di tesoro: Perchè e’ ricchi ebban seguir tutti quanti, Mandan gli arditi e’ disperati avanti.

42

Per tal cagione indetro era rimaso Il re di Constantina e quel di Cetta, E ben confortan gli altri in questo caso A gire avanti, ove è la folta stretta. Ora me aiuta, ninfa di Parnaso, Suona la tromba e mieco versi detta; Sì gran baruffa me apparecchio a dire, Che senza aiuto io non potrò seguire.

43

Re Carlo tutto il fatto avea veduto, E a’ soi rivolto il franco imperatore Dicea: Filioli, il giorno oggi è venuto, Che sempre al mondo ce può fare onore. Da Dio dovemo pur sperare aiuto, Ponendo nostra vita per suo amore, Nè perder se può quivi, al parer mio: Chi starà contra noi, se nosco è Iddio?

44

Nè vi spaventi quella gran canaglia, Benchè abbia intorno la pianura piena; Chè poco foco incende molta paglia, E piccol vento grande acqua rimena. Se forïosi entramo alla battaglia, Non sosterranno il primo assalto apena. Via! Loro adosso a briglie abandonate! Già sono in rotta; io il vedo in veritate.

45

Nel fin de le parole Carlo Mano La lancia arresta e sprona il corridore. Or chi serìa quel traditor villano Che, veggendo alla zuffa il suo segnore, Non se movesse sieco a mano a mano? Qua se levò l’altissimo romore; Chi suona trombe e chi corni, e chi crida: Par che il cel cada e il mondo se divida.

46

Da l’altra parte ancora e’ Saracini Facean tremar de stridi tutto il loco. Correndo l’un ver l’altro, son vicini: Discresce il campo in mezo a poco a poco, Fosso non vi è, nè fiume, che confini, Ma urtarno insieme gli animi di foco, Spronando per quel piano a gran tempesta; Ruina non fu mai simile a questa.

47

Le lancie andarno in pezzi al cel volando, Cadendo con romore al campo basso, Scudo per scudo urtò, brando per brando, Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso. Questa mistura a Dio la racomando: Re, caval, cavallier sono in un fasso, Cristiani e Saracini, e non discerno Qual sia del celo e qual sia de l’inferno.

48

Chi rimase abattuto a quella volta, Non vi crediati che ritrovi iscampo, Chè adosso gli passò quella gran folta, Nè se sviluppâr mai di quello inciampo; Ma la schiera pagana in fuga è volta, E già de’ nostri è più de mezo il campo; Ferendo e trabuccando a gran ruina, Via se ne va la gente saracina.

49

Essendo da due arcate già fuggiti, Pur li fece Agramante rivoltare; Allora e’ nostri, in volta e sbigotiti, Incominciarno il campo abandonare, Fuggendo avanti a quei che avean seguiti: Come intraviene al tempestoso mare, Che il maestrale il caccia di riviera, Poi vien sirocco, e torna dove egli era.

50

Così tra Saracini e Cristïani Spesso nel campo se mutava il gioco, Or fuggendo or cacciando per quei piani, Cambiando spesso ciascaduno il loco, Benchè e signori e’ cavallier soprani Se traesseno a dietro a poco a poco. Pur la gente minuta e la gran folta, Com’una foglia ad ogni vento volta.

51

Tre fiate fu ciascun del campo mosso, Non potendo l’un l’altro sostenire. La quarta volta se tornarno adosso, E destinati son de non fuggire. Petto con petto insieme fu percosso; L’aspra battaglia e l’orrendo ferire Or se incomincia e la crudel baruffa: Questo con quello e quel con questo ha zuffa.

52

Re Pulicano e Ottone, il bono anglese, Se urtarno insieme con la spada in mano; Rugiero al campo de’ Cristian distese, Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano. Ricardo et Agramante alle contese Stettero alquanto sopra di quel piano, Ma al fin lo trasse il Saracin de arcione, Poi rafrontò Gualtier da Monlïone,

53

E Barigano, el duca de Baiona, E Gulielmier di Scoccia e Daniforte; De Carlo Mano la real corona Feritte in testa Balifronte a morte. Re Moridano avea franca persona, Nè de lui Sinibaldo era men forte, Sinibaldo de Olanda, il conte ardito: Costor toccâr l’un l’altro a bon partito.

54

Apresso Daniberto, il re frisone, Col re de la Norizia, Manilardo; Brunello il piccolin, che è un gran giottone, Stava da canto con molto riguardo. Ma poco apresso il re Tanfirïone S’affrontò con Sansone, il bon picardo; E gli altri tutti, senza più contare Chi qua, chi là se avean preso che fare.

55

È la battaglia in sè ramescolata, Come io ve dico, a questo assalto fiero; De crido in crido al fin fu riportata Sin là dove era il marchese Oliviero, Che combattuto ha tutta la giornata Contra a Grandonio, il saracino altiero, E fatto ha l’un a l’altro un gran dannaggio, Benchè vi è poco o nulla d’avantaggio.

56

Ma, sì come Olivier per voce intese L’alta travaglia ove Carlo è condotto, Forte ne dolse a quel baron cortese: Lasciò Grandonio e là corse di botto. Così fu reportato anche al Danese, Qual combatteva, e non era al desotto, Anci ben stava a Serpentino al paro; De la lor zuffa vi è poco divaro.

57

Ma, come oditte che ’l re Carlo Mano Entrato era a battaglia sì diversa, Subitamente abandonò il pagano, Io dico Serpentin, l’anima persa, E via correndo il cavallier soprano Poggetti e valli e gran macchie atraversa, Sin che fu gionto sotto a l’alto monte Ove azuffato è Carlo e Balifronte.

58

Così a ciascun che al campo combattia, Fu l’aspra zuffa subito palese, Ove il re Carlo e la sua baronia Contra Agramante stava alle contese. L’un più che l’altro a gran fretta venìa A spron battuti e redine distese, E sì ve se adunarno a poco a poco, Che ormai non è battaglia in altro loco.

59

Però che ’l re Marsilio e Balugante, Grandonio di Volterna e Serpentino E l’altre gente sue, ch’eran cotante, Mirando per quel monte il gran polvino, Ben se stimarno che gli era Agramante, Et ormai gionger dovea per confino, Onde tornarno adietro a dargli aiuto; Ma già con lor non viene Feraguto.

60

Però che era fiaccato in tal maniera Dal pro’ Ranaldo, come io vi contai, Che, stando a rinfrescarsi alla riviera, Più per quel giorno non tornò giamai. Vago fu molto il loco dove egli era, De fiori adorno e de occelletti gai, Che empìan di zoia il boschetto cantando, E là in nascosto stava ancora Orlando;

61

Perchè, poi che esso lasciò Pinadoro (Non scio se ricordate il convenente), Venne in quel bosco e scese Brigliadoro, E là pregava Iddio devotamente Che le sante bandiere a zigli d’oro Siano abattute, e Carlo e la sua gente; E pregando così come io ve ho detto, Lo trovò Feraguto in quel boschetto.

62

Nè l’un de l’altro già prese sospetto, Come se fôrno insieme ravisati; Ma qual fosse tra lor l’ultimo effetto, Da poi vi narrarò, se me ascoltati. Or l’aspro assalto che di sopra ho detto, Quale ha tanti baron ramescolati, Si rinovò sì crudo e sì feroce, Che io temo che al contar manchi la voce.

63

Onde io riprenderò di posa alquanto, Poi tornarò con rime più forbite, Seguendo la battaglia de che io canto, Ove l’alte prodezze fiano odite Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto. Baron cortesi, ad ascoltar venite, Perchè al principio mio io me dispose Cantarvi cose nove e dilettose.