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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto IV

Il giardino di Falerina

Derubato di cavallo e spada, Orlando entra nel giardino incantato e affronta un drago, una sirena, un toro di fuoco e giganti che rinascono.

In breve

Una damigella dà a Orlando un libretto con il disegno del giardino incantato di Orgagna e gli spiega le regole: si entra solo all'alba, e bisogna restare casti per tre giorni. Gli racconta anche che la regina del giardino sta fabbricando una spada capace di tagliare ogni incantesimo, per uccidere un certo Orlando. Nella notte Origille, che pensa solo a Grifone, gli ruba Brigliadoro e Durindana. Orlando entra lo stesso, armato di un ramo d'olmo, e uccide il drago della porta.

Dentro trova la maga Falerina: le toglie la spada fatata e, visto che lei non vuole parlare, la lega a un faggio. Poi, seguendo il libretto, supera una prova dopo l'altra: si tappa le orecchie con le rose e uccide la Sirena, si bagna del suo sangue per resistere al toro dal corno di fuoco, si copre gli occhi contro un uccello dalla testa di regina, abbatte un asino dalle scaglie d'oro ed evita la trappola di una Fauna. All'ultima porta un gigante, appena ucciso, rinasce doppio dal proprio sangue: Orlando lega i due giganti con la catena della Fauna, e la porta resta aperta.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

La damigella diede a Orlando un libretto con il disegno del giardino incantato e dei suoi pericoli. «Si può entrare solo all'alba» gli spiegò. «E sta' attento: la regina del giardino, la maga Falerina, si sta fabbricando una spada che taglia qualunque incantesimo. Vuole uccidere un cavaliere che si chiama Orlando.» Non sapeva di parlare proprio con lui!

Quella notte Orlando dormì sull'erba, con Origille accanto. Ma lei pensava solo a Grifone. Mentre lui russava, gli sfilò la spada, saltò su Brigliadoro e scappò di nuovo. Al risveglio Orlando non aveva più né spada né cavallo. Che disperazione! Ma non si arrese: prese un grosso ramo e andò al giardino.

All'alba la roccia si aprì. Sulla porta c'era un drago enorme, che soffiava e sbatteva le ali. Orlando gli diede una gran bastonata sul muso, poi gli saltò in groppa come su un cavallo e lo colpì sulla testa finché il drago cadde. Ma la porta si richiuse alle sue spalle: ora era chiuso dentro!

Seguendo un ruscello arrivò a un palazzo d'oro. Lì c'era Falerina, che si specchiava nella sua spada magica. Orlando gliela tolse di mano e le chiese come si usciva. Lei non disse una parola. Allora Orlando la legò a un albero e aprì il libretto.

Cominciò una prova dopo l'altra. In un lago viveva la Sirena, metà ragazza e metà pesce, che con il suo canto addormentava chiunque. Orlando si riempì l'elmo di rose all'altezza delle orecchie, così non sentiva niente, e finse di dormire russando forte. La Sirena uscì dall'acqua per catturarlo, ma Orlando la afferrò e la sconfisse.

Poi arrivò un toro con un corno di ferro e uno di fuoco. Orlando gli tagliò il corno di ferro, e il fuoco non lo bruciò, perché il libretto gli aveva insegnato come proteggersi. Venne poi un uccello con la testa di una regina, che lasciava cadere un'acqua capace di accecare. Orlando si coprì la faccia con lo scudo e non alzò mai gli occhi. Sconfisse anche un asino dalle scaglie d'oro e una creatura metà donna e metà serpente, che nascondeva una catena tra i fiori.

L'ultima porta era sorvegliata da un gigante. Orlando lo colpì con la spada di Falerina, ma il gigante rinacque doppio: ora erano due! Colpendo quelli, ne sarebbero nati quattro, poi otto... Allora rimise la spada nel fodero. Per ore sollevò i giganti e li sbatté a terra, ma loro si rialzavano sempre.

Alla fine ebbe un'idea. Corse a prendere la catena nascosta tra i fiori e con quella legò stretti tutti e due i giganti. Finalmente la porta restava aperta!

Che cosa farà adesso Orlando? Il poeta ve lo racconterà la prossima volta.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Lode dell'Amore ott. 1–3

Il poeta comincia pregando la donna che ama, luce dei suoi occhi, per la quale un tempo scriveva dolci versi d'amore, di aiutarlo a raccontare questa storia: chi parla di lei, dice, riceve dall'Amore la voce e l'ingegno.

È stato l'Amore a inventare le rime, i versi, la musica e il canto, e a unire in dolce compagnia popoli lontani e dispersi. Senza l'Amore non ci sarebbero gioia e piacere, e sulla terra regnerebbero l'odio e la guerra. L'Amore scaccia l'avarizia e l'ira e dà coraggio per le grandi imprese: e infatti Orlando non compì mai tante prodezze come quando era innamorato. Lo avevamo lasciato nel prato con la damigella: ora continuiamo la storia.

I consigli della damigella ott. 4–10

«Cavaliere» dice la damigella, «se non dovessi portare un messaggio verrei con te nel giardino, ma la mia strada è lunga e non posso perdere un giorno. Ascolta bene: devi essere forte e saggio. Se non vuoi finire mangiato dal drago, che ha già divorato tanta gente, devi restare casto per tre giorni: non c'è altro modo. Il drago è il primo ostacolo, proprio all'entrata. Ti darò un libro dove è disegnato tutto il giardino con quello che c'è dentro, il drago, gli altri pericoli e il palazzo della regina, una brutta incantatrice.

Ieri lei è entrata nel palazzo e ci è rimasta, perché con succhi d'erbe e di radici e con incantesimi sta fabbricando una spada capace di tagliare qualunque cosa fatata. Ci lavora solo con la luna nuova, quando tutto è buio. Sai perché? In Occidente c'è un barone che si chiama Orlando, così forte che fa paura al mondo intero, e il destino ha rivelato alla maga che sarà lui a distruggere il giardino. Dicono che sia fatato dappertutto e che nessuno possa ferirlo: per questo la maga si è fatta quella spada, anche se lei stessa dice di sapere che il suo giardino sarà distrutto da lui.

Ma stavo dimenticando la cosa più importante: nel giardino si può entrare soltanto quando sorge il sole. Non posso fermarmi di più, e mi dispiace. Prendi il libro e studialo bene: Dio ti aiuti.» Gli dà il libro, lo saluta, rimonta sul palafreno e se ne va. Orlando la ringrazia e passeggia per la pianura, perché deve aspettare il mattino.

Origille scappa di nuovo ott. 11–14

Gli dispiace molto dover restare casto proprio adesso, perché con lui c'è Origille, e l'amore lo tormenta; ma decide di aspettare. In cielo ci sono la luna e le stelle; il conte si sdraia sull'erba, tutto armato, con lo scudo sotto la testa, e la dama accanto. Orlando dorme e russa forte, senza pensieri. Ma Origille, che è di cattiva natura e pensa solo a raggiungere Grifone, decide di ucciderlo: si avvicina piano piano e gli sfila la spada dal fianco.

Però il conte è tutto coperto dall'armatura, e lei non sa dove colpirlo e non ha il coraggio di provarci. Così lo lascia stare, prende Brigliadoro che pascola lì vicino, ci salta in sella e se ne va, portandosi via Durindana. Quando Orlando si sveglia, all'alba, si accorge che mancano la spada e il cavallo, e pensa di morire dal dolore. Ma vuole entrare nel giardino comunque: anche senza cavallo e senza la sua spada preziosa, il cavaliere non si spaventa.

Il drago della porta d'oriente ott. 15–19

Cammina disperato verso il giardino, con un grosso ramo d'olmo, ripulito delle foglie, come bastone. Il sole sta sorgendo quando arriva al passo del drago. Il muro del giardino è una rupe di pietra viva, tutta di un pezzo, alta mille braccia e lunga trenta miglia di giro. Ed ecco, verso oriente si apre una porta: sulla soglia c'è il drago smisurato, che soffia, sbatte le ali e agita la coda con un fragore che copre ogni altro rumore.

Il drago non esce, fa la guardia sulla porta. Il conte si avvicina coraggioso, con lo scudo al braccio e il bastone in mano. Il serpente spalanca la bocca per inghiottirlo, ma Orlando, esperto di battaglie, gli dà una bastonata in mezzo al muso. Il drago, ancora più infuriato, gli si scaglia contro, e lui lo picchia con il ramo d'olmo; alla fine gli salta in groppa, lo stringe tra le gambe come un cavallo e gli tempesta la testa di colpi a due mani, finché gli rompe il cranio e la bestia cade morta.

Ma la rupe, che si era aperta, si richiude. Orlando non sa che fare: è chiuso dentro e non potrebbe più uscire.

Il palazzo d'oro ott. 20–27

Alla sua destra c'è una fontana: una statua di pietra da cui sgorga acqua dal petto, con scritto in fronte: «Seguendo questo fiume si arriva al bel palazzo del giardino.» Orlando si rinfresca le mani e il viso e poi segue il ruscello, limpidissimo, che scorre tra i fiori. È maggio, e il paese è tutto fiorito e profumato: dolci pianure e colline, boschetti di pini e di abeti, uccelli che cantano sui rami, conigli, caprioli, cervi, lepri e daini che corrono intorno, mansueti e belli da vedere.

Dopo un lungo cammino, ai piedi di una collina, tra gli alberi, vede un palazzo che sembra di marmo. Ma quando si avvicina resta a bocca aperta: non è marmo, sono smalti colorati su lamine d'oro che coprono le mura. La porta, alta dieci passi e larga cinque, è coperta di smeraldi e di rubini, ed è un tesoro come non se ne vedono al mondo.

È aperta, e il conte entra. Nel primo ingresso c'è una dama vestita di bianco, con una corona d'oro, che si specchia nella lama di una spada. Appena lo vede, si spaventa e scappa fuori per il prato. Orlando la insegue e dopo duecento passi la raggiunge e le strappa di mano la spada: è proprio quella fabbricata per ucciderlo, che taglia ogni incantesimo.

La maga legata al faggio ott. 28–33

Poi afferra la maga per i capelli sciolti al vento e la minaccia di morte e di tormenti, se non gli insegna come uscire dal giardino. Lei trema di paura, ma non perde la testa: sta zitta e non risponde. Né le minacce né le buone maniere servono a niente: resta ostinata e muta. Il cavaliere si arrabbia: «Mi costringi a essere crudele: la vergogna sarà mia, ma il danno sarà tuo.» La porta a un faggio e la lega stretta al tronco con lunghi rami flessibili: «E ora, dove sono le porte?»

Lei non risponde, e sembra contenta di vederlo arrabbiato. «Falsa e bugiarda!» dice il conte. «Lo scoprirò anche senza di te: adesso mi ricordo che ho tutto scritto in un libretto, qui sul petto.» Lo tira fuori e guarda il disegno del giardino. Vede, nel muro di roccia, una porta che dà a mezzogiorno; ma per uscire bisogna vincere un toro che ha un corno di fuoco e l'altro di ferro, così appuntito che nessuna armatura gli resiste. E prima ancora c'è un lago difficilissimo da passare, per una cosa molto strana; ma il libro insegna come fare. Orlando non perde tempo e si incammina, lasciando la dama legata al faggio.

La Sirena del lago ott. 34–40

Mentre cammina tra l'erba profumata, riempie di rose l'elmo all'altezza delle orecchie. Poi prova ad ascoltare gli uccelli: vede che muovono il collo e aprono il becco, ma non sente niente. Così arriva al lago, piccolo e grazioso, con l'acqua chiara fino al fondo, dove sono sepolte molte persone.

Appena il conte arriva sulla riva, l'acqua gorgoglia e sale in superficie, cantando, la Sirena: sopra è una ragazza, ma dalla vita in giù, sott'acqua, è tutta pesce e orribile da vedere. Mostra la parte bella e nasconde quella brutta. Canta così dolcemente che uccelli e animali vengono ad ascoltarla, e appena arrivano si addormentano. Orlando non sente niente, ma fa finta di ascoltare; poi, come ha imparato dal libretto, si sdraia sul prato e finge di dormire russando forte.

La bestia ci casca ed esce dall'acqua per ucciderlo, ma il conte la afferra per i capelli. Lei canta più forte che può, perché non sa difendersi in altro modo, ma Orlando ha le orecchie piene di rose. La tira fuori dal lago e le taglia la testa con la spada, come gli ha insegnato il libro. Poi si bagna tutto del suo sangue, armatura e sopravveste, si toglie l'elmo, tira via le rose e lo tinge di sangue anche quello. È il solo modo per difendersi dal toro: il suo corno di fuoco brucerebbe qualunque armatura, e solo il sangue di sirena lo protegge.

Il toro di ferro e di fuoco ott. 41–47

Dopo aver vagato a lungo per la pianura, il conte arriva alla porta di mezzogiorno. La roccia si apre, si spalanca una porta di bronzo, ed esce muggendo il toro, scuotendo il ferro e il fuoco sulla fronte. Orlando lo colpisce in testa con la spada che taglia tutto e gli stacca di netto il corno di ferro. Ma il toro attacca con l'altro, quello di fuoco, con tanta furia che il conte resta in piedi a fatica: lo avrebbe bruciato dalla testa ai piedi, se il sangue della sirena non lo proteggesse.

Orlando combatte senza paura, a due mani, menando colpi dritti e rovesci; ha una forza enorme e una spada incantata, e alla fine il toro crolla: gli taglia le gambe e il collo. Ma appena morto, il toro sprofonda sottoterra, la porta si richiude e la roccia torna intera, senza nemmeno un segno.

Il conte non sa più che fare. Riprende il libretto e studia il disegno: deve seguire un ruscello che scorre verso occidente, fino a una grande porta di gioielli custodita da un asinello armato. Ma prima, il libro lo avverte, c'è un altro pericolo. Così si incammina in fretta lungo il fiume, pensando a come affrontarlo.

L'uccello dalla testa di regina ott. 48–55

A metà strada trova un albero altissimo, più di qualunque faggio o pino, tutto coperto di foglie. Appena lo vede da lontano, Orlando si ricorda del libretto e si prepara: si ferma sul fiume, toglie il cimiero dall'elmo e ci lega davanti lo scudo, in modo da coprirsi tutta la faccia e gli occhi. Guarda solo la terra davanti ai suoi piedi e cammina dritto verso il tronco.

Dai rami si alza un grande uccello con la testa e il viso di una regina, i capelli biondi e la corona; ha le piume del collo d'oro e di porpora, il petto e le ali di tutti i colori, la coda verde, oro e vermiglia, le ali con gli occhi come quelle del pavone, e grandi artigli che sembrano di ferro. Guai a chi afferra: lo divora. E lascia cadere un'acqua che, se tocca gli occhi, toglie la vista.

L'uccello vola verso il conte con un gran fracasso, gli gira intorno strillando, e più volte Orlando sta per alzare gli occhi; ma si ricorda del libretto e resta chiuso sotto lo scudo. Allora il mostro alza la coda e lascia cadere l'acqua avvelenata: scende sullo scudo e sul petto sfrigolando come olio bollente, ma non gli tocca gli occhi. Orlando si lascia cadere sull'erba e brancola come se fosse cieco. L'uccello scende, lo afferra per la corazza e lo trascina verso l'albero; ma il conte, con un colpo di rovescio, lo taglia in due e lo uccide. Poi rimette a posto il cimiero e lo scudo e prosegue verso occidente, lungo il fiume, finché arriva alla porta dell'asino, che in quel momento si apre.

L'asino dalle scaglie d'oro ott. 56–61

Non si è mai vista una porta così ricca: è tutta di gioielli e vale un tesoro. A difenderla c'è un asino coperto di scaglie d'oro, con orecchie lunghe due braccia, che piega come code di serpente per afferrare, stringere e legare chi vuole. La sua coda taglia come una spada, e il suo raglio è così forte che fa tremare la terra. Appena il conte si avvicina, la bestia gli si lancia contro.

Orlando la colpisce, e le scaglie incantate non resistono alla sua spada, che taglia ogni incantesimo: le scopre il fianco. Ma l'asino gli afferra lo scudo con le orecchie e lo scuote finché glielo strappa dal braccio. Il conte, furioso, gli taglia tutte e due le orecchie. Allora l'asino si gira e lo colpisce con la coda tagliente, spezzandogli l'armatura; ma Orlando è fatato e se ne cura poco. Con un gran colpo gli taglia l'anca destra e quasi tutta la coscia sinistra: la bestia cade urlando di paura, e con un altro colpo il conte le stacca la testa. Allora tutta la foresta trema, la terra si apre con un boato, la bestia ci sprofonda dentro, e la terra si richiude.

La Fauna della fontana ott. 62–70

Orlando vuole uscire dalla porta di gioielli, ma la porta è sparita e la roccia è di nuovo intera. Riprende il libro, ma ogni volta resta ingannato. Ogni uscita, finora, è stata inutile e pericolosissima. Ne resta una, verso settentrione, ma lì il libro avverte che non servono né forza, né coraggio, né senno: il pericolo è estremo. Davanti alla porta d'argento sta un gigante smisurato con la spada in mano; se qualcuno lo uccide, dal suo sangue ne nascono due, e da ognuno di loro, se ucciso, altri quattro, e così via all'infinito. E prima di arrivarci c'è ancora molto da fare, e ci vuole astuzia. Ma il conte non ci pensa troppo: «Chi resiste, alla fine vince tutto.»

Scendendo verso settentrione trova una valle fiorita con delle tavole apparecchiate intorno a una fontana, piene di coppe d'oro e di cibi squisiti che fumano ancora; e intorno non c'è nessuno. Il conte ha una gran fame, ma prima legge il libretto, e si insospettisce. Oltre la fontana c'è un boschetto di spini fioriti di rose rosse, e lì dentro si nasconde una Fauna crudele, con il viso, il petto e le braccia di donna e il resto del corpo di serpente. Al braccio tiene una catena nascosta tra l'erba e i fiori, che fa un laccio intorno alla fontana: chi, attirato dal profumo del cibo, ci entra, rimane preso, e lei lo trascina nel boschetto.

Orlando si tiene lontano dalla fontana e va dritto verso il bosco. Quando la Fauna se ne accorge, esce urlando e scappa, strisciando nell'erba come una biscia; ma il conte la uccide con un colpo solo, perché quella bestia non sa difendersi.

Il gigante che rinasce ott. 71–76

Proseguendo verso settentrione, Orlando vede la grande porta, con davanti un ponte su un fiume. Sul ponte sta il gigante che ha ucciso tanta gente, con lo scudo, l'elmo e la spada sguainata. Il conte gli si avvicina tranquillo: di battaglie così ne ha fatte tante. Il gigante gli tira un gran colpo, Orlando lo schiva e lo colpisce al fianco con la spada fatata, che gli taglia la corazza e il corpo fino all'altra coscia. Il figlio di Milone esulta, convinto che la battaglia sia finita.

Ma il sangue del gigante si sparge, e appena tocca terra, oltre il ponte, si accende un fuoco: la fiamma cresce e a poco a poco forma un gigante armato e furioso, e poi un secondo. Sembrano figli del fuoco, rapidissimi, con la faccia ardente. Orlando è incerto: non vuole perdere, ma vincere è peggio, perché se li abbatte rinasceranno sempre di più. Si fa coraggio lo stesso, anche se ne dovessero nascere milioni, e va verso la porta. I due giganti, nati già armati di scimitarre, hanno preso la sbarra; ma il conte passa a forza, afferra la sbarra e la fracassa.

La catena della Fauna ott. 77–86

I due giganti lo tempestano di colpi, ma non riescono a ferirlo. Orlando tiene la spada nel fodero, perché ha un'altra idea: ne afferra uno per i fianchi, lo solleva, lo fa girare e lo sbatte a terra sulla schiena. L'altro lo colpisce da tutte le parti; allora Orlando lascia il primo e butta giù anche lui, ma intanto il primo si rialza. Va avanti così per più di quattro ore, senza fine: il conte combatte contro due giganti senza usare la spada, per non moltiplicarli, ma loro gli impediscono di uscire.

Allora Orlando finge di scappare e corre per la campagna; i due giganti tornano sul ponte. Lui crede che si siano fermati per paura, ma non è così: l'incantesimo che li ha creati li tiene lì, a fare la guardia alla porta e al ponte. Orlando torna di corsa nella valletta della fontana, dove la Fauna aveva teso il suo laccio intorno al cibo. È una catena così grossa che il conte fa fatica a trascinarla; se la porta dietro fino al ponte, butta a terra uno dei giganti e gli lega braccia e gambe, mentre l'altro lo tormenta; poi atterra anche il secondo e lo lega con la stessa catena.

Ora la porta non si richiude più, e Orlando può uscire quando vuole. Che cosa farà, dice il poeta, venite a sentirlo la prossima volta: ogni bella canzone, quando dura troppo, stanca, e io voglio farvi divertire senza esagerare. Se tornerete, vi racconterò la fine di questa avventura e altre storie belle e straordinarie.

Parole difficili

  • spirami ott. 1: ispirami, dammi l'ispirazione.
  • sornacchiava ott. 12: russava.
  • matutino ott. 14: il primo mattino, l'alba.
  • braccie ott. 16: braccia; il braccio era un'antica misura di lunghezza, poco più di mezzo metro.
  • zuffellava ott. 16: soffiava, sibilava.
  • balassi ott. 25: balasci, pietre preziose rosse simili al rubino.
  • fatagione ott. 27: incantesimo, in particolare quello che rende invulnerabili.
  • depento ott. 32: dipinto, disegnato.
  • convento ott. 32: vinto, sconfitto.
  • Sirena ott. 36: creatura metà donna e metà pesce, che con il suo canto attira e addormenta.
  • furca ott. 36: forcata, il punto del corpo dove si dividono le gambe.
  • branche ott. 51: zampe con gli artigli.
  • ungione ott. 51: unghione, artiglio.
  • Fauna ott. 68: qui è un mostro con viso, petto e braccia di donna e corpo di serpente.
  • figlio di Melone ott. 73: Orlando, figlio di Milone.
  • sbara ott. 76: sbarra, la trave che chiude la porta.
  • simitara ott. 76: scimitarra, sciabola dalla lama ricurva.

Il testo di Boiardo

86 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Luce de gli occhi miei, spirto del core, Per cui cantar suolea sì dolcemente Rime legiadre e bei versi d’amore, Spirami aiuto alla istoria presente. Tu sola al canto mio facesti onore, Quando di te parlai primeramente, Perchè a qualunche che di te ragiona, Amor la voce e l’intelletto dona.

2

Amor primo trovò le rime e’ versi, I suoni, i canti et ogni melodia; E genti istrane e populi dispersi Congionse Amore in dolce compagnia. Il diletto e il piacer serian sumersi, Dove Amor non avesse signoria; Odio crudele e dispietata guerra, Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.

3

Lui pone l’avarizia e l’ira in bando, E il core accresce alle animose imprese, Nè tante prove più mai fece Orlando, Quante nel tempo che de amor se accese. Di lui vi ragionava alora quando Con quella dama nel prato discese; Or questa cosa vi voglio seguire, Per dar diletto a cui piace de odire.

4

La dama, che col conte era smontata, Gli dicea: Cavalliero, in fede mia, Se non che messagiera io son mandata, Dentro a questo giardin tieco verria; Ma non posso indugiare una giornata Del mio camino, et è lunga la via. Or quel ch’io te vo’ dire, intendi bene: Esser gagliardo e saggio ti conviene.

5

Se non vôi esser di quel drago pasto, Che d’altra gente ha consumata assai, Convienti di tre giorni esser ben casto, Nè camparesti in altro modo mai. Questo dragone fia il primo contrasto Che alla primiera entrata trovarai: Un libro ti darò, dove è depinto Tutto ’l giardino e ciò ch’è dentro al cinto.

6

Il dragone che gli omini divora, E l’altre cose tutte quante dice, E descrive il palagio ove dimora Quella regina, brutta incantatrice. Ier entrò dentro e dimoravi ancora, Perchè con succo de erbe e de radice E con incanti fabrica una spata Che tagliar possa ogni cosa affatata.

7

In questo non lavora se non quando Volta la luna e che tutto se oscura. Or te vo’ dir perchè ha fatto quel brando, E pone al temperarlo tanta cura. In Ponente è un baron, che ha nome Orlando, Che per sua forza al mondo fa paura: La incantatrice trova per destino Che costui desertar debbe il giardino.

8

Come se dice, egli è tutto fatato In ogni canto, e non si può ferire, E con molti guerreri è già provato, E tutti quanti gli ha fatto morire; Perciò la dama il brando ha fabricato, Perchè il baron che io ho detto, abbia a perire, Benchè lei dica che pur scia di certo Che il suo giardin da lui serà deserto.

9

Ma quel che più bisogna avea scordato, E speso ho il tempo con tante parole. Non se può entrare in quel loco incantato Se non aponto quando leva il sole. Poi ch’io son quivi, è bon tempo passato: Più teco star non posso, e me ne dole. Or piglia il libro e ponevi ben cura: Iddio te aiuti e doneti ventura.

10

Così dicendo gli dà il libro in mano, E da lui tol combiato la fantina; Ben la ringrazia il cavallier soprano: Lei monta il palafreno e via camina. Va passeggiando il conte per il piano, Poi che indugiar conviene alla mattina; Ben gli rincresce il gioco che gli è guasto Ch’esser conviene a quella impresa casto:

11

Perchè Origille, quella damigella Che avea campata, seco dimorava. Amore e gran desio dentro il martella, Ma pur indugïar deliberava. La luna era nel celo et ogni stella, Il conte sopra a l’erba si posava, Col scudo sotto il capo e tutto armato; La damigella a lui stava da lato.

12

Dormiva Orlando, e sornacchiava forte Senz’altra cura il franco cavalliero; Ma quella dama, che è di mala sorte Et a seguir Grifone avea il pensiero, Fra sè deliberò dargli la morte; E, rivolgendo ciò l’animo fiero, Vien pianamente a lui se approximando, E via dal fianco gli distacca il brando.

13

Tutto è coperto il conte d’armatura: Non scia la dama il partito pigliare, Nè de ferirlo ponto se assicura, Onde destina di lasciarlo stare. Lei prende Brigliadoro alla pastura, E prestamente su vi ebbe a montare, E via camina e quindi s’alontana, E porta sieco il brando Durindana.

14

Orlando fu svegliato al matutino, E del brando s’accorse e del ronzone. Pensati se de questo fu tapino, Che ’l credette morir di passïone; Ma in ogni modo entrar vole al giardino: E, bench’egli abbia perduto il ronzone E il brando di valor tanto infinito, Non se spaventa il cavalliero ardito.

15

Via caminando come disperato, Verso il giardino andava quel barone; Un ramo d’uno alto olmo avea sfrondato, E sieco nel portava per bastone. Il sole aponto alora era levato, Quando lui gionse al passo del dragone; Fermossi alquanto il cavallier sicuro, Guardando intorno del giardino al muro.

16

Quello era un sasso de una pietra viva, Che tutta integra atorno l’agirava; Da mille braccie verso il ciel saliva, E trenta miglia quel cerchio voltava. Ecco una porta a levante s’apriva: Il drago smisurato zuffellava, Battendo l’ale e menando la coda; Altro che lui non par che al mondo s’oda.

17

Fuor della porta non esce nïente, Ma stavi sopra come guardïano; Il conte se avicina arditamente Col scudo in braccio e col bastone in mano. La bocca tutta aperse il gran serpente, Per ingiottire quel baron soprano; Lui, che di tal battaglia era ben uso, Mena il bastone e colse a mezo ’l muso.

18

Per questo fu il serpente più commosso, E verso Orlando furïoso viene; Lui con quel ramo de olmo verde e grosso Menando gran percosse gli dà pene. Al fin con molto ardir gli salta adosso, E cavalcando tra le coscie il tiene; Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta Colpi radoppia a colpi in su la testa.

19

Rotto avea l’osso, e il suo cervello appare, Quella bestia diversa, e cadde morta. Il sasso, che era aperto a questo intrare, S’accosta insieme, e chiuse questa porta. Or non scia il conte ciò che debba fare, E nella mente alquanto se sconforta; Guardasi intorno e non sa dove gire, Chè chiuso è dentro e non potrebbe uscire.

20

Era alla sua man destra una fontana, Spargiendo intorno a sè molta acqua viva; Una figura di pietra soprana, A cui del petto fuor quella acqua usciva, Scritto avea in fronte: Per questa fiumana Al bel palagio del giardin se ariva. Per rinfrescarse se ne andava il conte Le mane e ’l viso a quella chiara fonte.

21

Avea da ciascun lato uno arboscello Quel fonte che era in mezo alla verdura, E facea da se stesso un fiumicello De una acqua troppo cristallina e pura; Tra’ fiori andava il fiume, e proprio è quello Di cui contava aponto la scrittura, Che la imagine al capo avea d’intorno; Tutta la lesse il cavalliero adorno.

22

Onde si mosse a gire a quel palaggio, Per pigliare in quel loco altro partito; E caminando sopra del rivaggio Mirava il bel paese sbigotito. Egli era aponto del mese di maggio, Sì che per tutto intorno era fiorito, E rendeva quel loco un tanto odore, Che sol di questo se allegrava il core.

23

Dolce pianure e lieti monticelli Con bei boschetti de pini e d’abeti, E sopr’a verdi rami erano occelli, Cantando in voce viva e versi queti. Conigli e caprioli e cervi isnelli, Piacevoli a guardare e mansueti, Lepore e daini correndo d’intorno, Pieno avean tutto quel giardino adorno.

24

Orlando pur va drieto alla rivera, Et, avendo gran pezzo caminato, A piè d’un monticello alla costera Vide un palagio a marmori intagliato; Ma non puotea veder ben quel che gli era, Perchè de àrbori intorno è circondato. Ma poi, quando li fu gionto dapresso, Per meraviglia uscì for di se stesso.

25

Perchè non era marmoro il lavoro Ch’egli avea visto tra quella verdura, Ma smalti coloriti in lame d’oro, Che coprian del palagio l’alte mura. Quivi è una porta di tanto tesoro, Quanto non vede al mondo creatura, Alta da diece e larga cinque passi, Coperta de smiraldi e de balassi.

26

Non se trovava in quel ponto serrata, Però vi passò dentro il conte Orlando. Come fu gionto nella prima entrata, Vide una dama che avea in mano un brando, Vestita a bianco e d’oro incoronata, In quella spada se stessa mirando. Come lei vide il cavallier venire, Tutta turbosse e posesi a fuggire.

27

Fuor della porta fuggì per il piano; Sempre la segue Orlando tutto armato, Nè fu ducento passi ito lontano, Che l’ebbe gionta in mezo di quel prato. Presto quel brando gli tolse di mano, Che fu per dargli morte fabricato, Perchè era fatto con tanta ragione, Che taglia incanto et ogni fatagione.

28

Poi per le chiome la dama pigliava, Che le avea sparse per le spalle al vento, E di dargli la morte minacciava E grave pene con molto tormento, Se del giardino uscir non gl’insegnava. Lei, ben che tremi tutta di spavento, Per quella tema già non se confonde, Anzi sta queta e nulla vi risponde;

29

Nè per minaccie che gli avesse a fare Il conte Orlando, nè per la paura Mai gli rispose, nè volse parlare, Nè pur di lui mostrava tenir cura. Lui le lusenghe ancor volse provare, Essa ostinata fo sempre e più dura; Nè per piacevol dir, nè per minaccia Puote impetrar che lei sempre non taccia.

30

Turbossi il cavallier nel suo coraggio, Dicendo: Ora me è forza esser fellone; Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio, Benchè di farlo io ho molta ragione. Così dicendo la mena ad un faggio, E ben stretta la lega a quel troncone Con rame lunghe, tenere e ritorte, Dicendo a lei: Or dove son le porte?

31

Lei non risponde al suo parlar nïente, E mostra del suo crucio aver diletto. Ahi, disse il conte, falsa e fraudolente! Ch’io lo posso sapere al tuo dispetto. Or mo di novo mi è tornato a mente Che in un libretto l’aggio scritto al petto, Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. Così dicendo sel trasse di seno.

32

Guardando nel libretto ove è depento Tutto il giardino e di fuore e d’intorno, Vede nel sasso, ch’è d’incerco acento, Una porta che n’esce a mezogiorno; Ma bisogna a l’uscir aver convento Un toro avanti, che ha di foco un corno, L’altro di ferro, et è tanto pongente, Che piastra o maglia non vi val nïente.

33

Ma prima che vi ariva, un lago trova, Dove è molta fatica a trapassare, Per una cosa troppo strana e nova, Sì come apresso vi vorò contare; Ma il libro insegna vincer quella prova. Non avea il conte a ponto a indugïare, Ma via camina per l’erba novella, Lasciando al faggio presa la donzella.

34

Via ne va lui per quelle erbe odorose, E, poi che alquanto via fu caminato, L’elmo a l’orecchie empì dentro di rose, Delle qual tutto adorno era quel prato. Chiuse l’orecchie, ad ascoltar si pose Gli uccei, ch’erano intorno ad ogni lato: Mover li vede il collo e ’l becco aprire, Voce non ode e non potrebbe odire,

35

Perchè chiuso se aveva in tal’ maniera L’orecchie entrambe a quelle rose folte, Che non odiva, al loco dove egli era, Cosa del mondo, ben che attento ascolte; E caminando gionse alla rivera, Che ha molte gente al suo fondo sepolte. Questo era un lago piccolo e iocondo D’acque tranquille e chiare insino al fondo.

36

Non gionse il conte in su la ripa apena, Che cominciò quell’acqua a gorgoliare; Cantando venne a sommo la Sirena. Una donzella è quel che sopra appare, Ma quel che sotto l’acqua se dimena, Tutto è di pesce, e non si può mirare, Chè sta nel lago da la furca in gioso; E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.

37

Lei comincia a cantar sì dolcemente, Che uccelli e fiere vennero ad odire: Ma, come erano gionti, incontinente Per la dolcezza convenian dormire. Il conte non odìa de ciò nïente, Ma, stando attento, mostra di sentire. Come era dal libretto amaestrato, Sopra la riva se colcò nel prato.

38

E’ mostrava dormir ronfando forte: La mala bestia il tratto non intese, E venne a terra per donarli morte; Ma il conte per le chiome ne la prese. Lei, quanto più puotea, cantava forte, Chè non sapeva fare altre diffese, Ma la sua voce al conte non attiene, Che ambe l’orecchie avea di rose piene.

39

Per le chiome la prese il conte Orlando, Fuor di quel lago la trasse nel prato, E via la testa gli tagliò col brando, Come gli aveva il libro dimostrato, Sè tutto di quel sangue rossegiando, E l’arme e sopraveste in ogni lato, L’elmo se trasse e dislegò le rose; Tinto di sangue poi tutto se ’l pose.

40

Di quel sangue avea tocco in ogni loco, Perchè altramente tutta l’armatura Avrebbe consumata a poco a poco Quel toro orrendo e fora di natura, Che avea un corno di ferro et un di foco. Al suo contrasto nulla cosa dura, Arde e consuma ciò che tocca apena: Sol se diffende il sangue di sirena.

41

Di questo toro sopra vi ho contato, Che verso mezogiorno è guardïano. Il conte a quella porta fu arivato, Poi che ebbe errato molto per il piano. Il sasso che ’l giardino ha circondato, S’aperse alla sua gionta a mano a mano, E una porta di bronzo si disserra: Fuora uscì il toro a mezo della terra.

42

Muggiando uscitte il toro alla battaglia, E ferro e foco nella fronte squassa, Nè contrastar vi può piastra nè maglia, Ogni armatura con le corne passa. Il conte con quel brando che ben taglia, A lui ferisce ne la testa bassa, E proprio il gionse nel corno ferrato: Tutto di netto lo mandò nel prato.

43

Per questo la battaglia non s’arresta; Con l’altro corno, ch’è di foco, mena Con tanta furia e con tanta tempesta, Che il conte in piede si mantiene apena. Arso l’avria da le piante alla testa, Se non che il sangue di quella sirena Da questa fiamma lo tenìa diffeso, Che avrebbe l’arme e il busto insieme acceso.

44

Combatte arditamente il conte Orlando, Come colui che fu senza paura; Mena a due mano irato e fulminando Dritti e roversi fuor d’ogni misura. Egli ha gran forza et incantato ha il brando, Onde a’ suoi colpi nulla cosa dura; Ferendo e spalle e testa et ogni fianco, Fece che ’l toro al fin pur venne manco.

45

Le gambe tagliò a quello e il collo ancora, Con gran fatica se finì la guerra. Il toro occiso senza altra dimora Tutto se ascose sotto della terra; La porta, che era aperta alora alora, A l’asconder di quel presto si serra; La pietra tutta insieme è ritornata, Porta non vi è, nè segno ove sia stata.

46

Il conte più non scia quel che si fare. Chè de l’uscita non vede nïente; Prende il libretto e comincia a guardare, D’intorno al cerchio va ponendo mente; Vede il viaggio che debbe pigliare Dietro ad un rivo che corre a ponente, Ove di zoie aperta è una gran porta; Uno asinello armato è la sua scorta.

47

Ma presto narrarò com’era fatto Questo asinello, e fu gran meraviglia. Dio guardi il conte Orlando a questo tratto, Che alla riva del fiume il camin piglia. Via ne va sempre caminando ratto, E sieco nella mente se assotiglia, Perchè ’l libro altro ancor gli avea mostrato, Prima che gionga a l’asinello armato.

48

Così pensando, a mezo del camino Uno arbore atrovò fuor di misura: Tanto alto non fo mai faggio nè pino, Tutto fronzuto di bella verdura. Come da longe il vide il paladino, Ben si ricorda di quella scrittura Che gli mostrava il suo libretto aponto, Però provede prima che sia gionto.

49

Fermosse sopra il fiume il cavalliero, E ’l scudo prestamente desimbraccia, Da l’elmo tolse via tutto il cimiero, Alla fronte di quello il scudo allaccia, Sì che ’l copria davanti tutto intiero, Verso la vista e sopra della faccia. Dinanti ai piedi aponto in terra guarda: Altro non vede e il suo camin non tarda.

50

E come il loco avea prima avisato, Al tronco drittamente via camina. Un grande occello ai rami fu levato, Che avea la testa e faccia di regina, Coi capei biondi e il capo incoronato; La piuma al collo ha d’oro e purpurina, Ma il petto, il busto e le penne maggiore Vaghe e dipente son d’ogni colore.

51

La coda ha verde e d’oro e di vermiglio, Et ambe l’ale ad occhi di pavone; Grande ha le branche e smisurato artiglio, Proprio assembra di ferro il forte ungione. Tristo quello omo a chi dona di piglio! Chè lo divora con destruzïone. Smaltisce questo occello una acqua molle, Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.

52

Levosse dalle rame con fraccasso Quel grande occello, e verso il conte andava, Il qual veniva al tronco passo passo Col scudo in capo, e gli occhi non alciava, Ma sempre a terra aveva il viso basso; E l’occellaccio d’intorno agirava, E tal rumor faceva e tal cridare, Che quasi Orlando fie’ pericolare.

53

Chè fu più volte per guardare in suso; Ma pur se ricordava del libretto, E sotto il scudo se ne stava chiuso. Alciò la coda il monstro maledetto, E l’acqua avelenata smaltì giuso. Quella cade nel scudo, e per il petto Calla stridendo, come uno oglio ardente; Ma nella vista non toccò nïente.

54

Orlando se lasciò cadere in terra, Tra l’erba, come ceco, brancolando. Calla l’occello e nel sbergo l’afferra, E verso il tronco il tira strasinando. Il conte a man riversa un colpo serra; Proprio a traverso lo gionse del brando, E da l’un lato a l’altro lo divise, Sì che, a dir breve, quel colpo l’occise.

55

Poi che mirato ha il conte quello occello, Sotto il suo tronco a l’ombra morto il lassa, E raconcia il cimiero alto a pennello, E ’l scudo al braccio nel suo loco abassa. Verso la porta dove è l’asinello, Drieto a ponente, in ripa al fiume passa, E poco caminò che ivi fu gionto, E vide aprir la porta in su quel ponto.

56

Mai non fo visto sì ricco lavoro Come è la porta nella prima faccia. Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro; Non la diffende nè spata nè maccia Ma uno asino coperto a scaglie d’oro, Et ha l’orecchie lunghe da due braccia: Come coda di serpe quelle piega, E piglia e strengie a suo piacere, e lega.

57

Tutto è coperto di scaglia dorata, Come io vi ho detto, e non si può passare; Ma la sua coda taglia come spata, Nè vi può piastra, nè maglia durare; Grande ha la voce e troppo smisurata, Sì che la terra intorno fa tremare. Ora alla porta il conte s’avicina: La bestia venne a lui con gran roina.

58

Orlando lo ferì de un colpo crudo, Nè lo diffende l’incantata scaglia; Tutto il scoperse insino al fianco nudo, Perchè ogni fatason quel brando taglia. L’asino prese con l’orecchie il scudo, E tanto dimenando lo travaglia, Di qua di là battendo in poco spaccio, Che al suo dispetto lo levò dal braccio.

59

Turbosse oltra misura il conte Orlando, E mena un colpo furïosamente; Ambe l’orecchie gli tagliò col brando, Chè quella scaglia vi giovò nïente. Esso le croppe rivoltò cridando, E mena la sua coda, che è tagliente, E spezza al franco conte ogni armatura: Lui è fatato, e poco se ne cura;

60

E de un gran colpo a quel colse ne l’anca Dal lato destro, e tutta l’ha tagliata, E dentro agionse nella coscia stanca. Non è riparo alcuno a quella spata; Quasi la tagliò tutta, e poco manca. Cadde alla terra la bestia incantata, Cridando in voce di spavento piena, Ma il conte ciò non cura e il brando mena.

61

Mena a due mano il conte e non s’arresta, Benchè cridi la bestia a gran terrore. Via de un sol colpo gli giettò la testa Con tutto il collo, o la parte maggiore. Alor tutta tremò quella foresta, E la terra s’aperse con rumore; Dentro vi cadde quella mala fiera; Poi se ragionse, e ritornò com’era.

62

Or fora il conte se ne vuole andare, Et alla ricca porta èsse inviato, Ma dove quella fosse non appare: Il sasso tutto integro è riserrato. Lui prende il libro e comincia a mirare; Poi che ogni volta rimane ingannato E dura indarno cotanta fatica, Non sa più che se facci, o che se dica.

63

Ciascuna uscita sempre è stata vana E con arisco grande di morire; Pur la scrittura del libretto spiana Che ad ogni modo [non] se puote uscire Per una porta volta a tramontana, Ma là non vi val forza, e non ardire, Nè ’l proprio senno nè l’altrui consiglio, Chè troppo è quello extremo e gran periglio.

64

Perchè un gigante smisurato e forte Guarda la uscita con la spata in mano, E se egli avvien che dato li sia morte, Duo nascon del suo sangue sopra il piano, E questi sono ancor de simil sorte: Ciascun quattro produce a mano a mano, Così multiplicando in infinito Il numero di lor forte et ardito.

65

Ma prima ancor che se possa arivare A quella porta, che è tutta d’argento, Perchè è serrata, vi è molto che fare, E bisognavi astuzia e sentimento. Ma il conte a questo non stette a pensare, Come colui che avea molto ardimento, Seco dicendo a sua mente animosa: Chi può durare, al fin vince ogni cosa.

66

Così fra sè parlando il camin prese Giù per la costa verso tramontana, E vide, come al campo giù discese, Una valle fiorita e tutta piana, Ove tavole bianche eran distese, Tutte apparate intorno alla fontana; Con ricche coppe d’oro in ogni banda, Eran coperti de optima vivanda.

67

Nè quanto intorno se puote mirare, Disotto al piano e di sopra nel monte, Non vi è persona che possi guardare Quella ricchezza che è intorno alla fonte; E le vivande se vedean fumare. Gran voglia di mangiare aveva il conte; Ma prima il libracciol trasse del petto, E, quel leggendo, prese alto sospetto.

68

Guardando quel libretto, il paladino Vide la cosa sì pericolosa. Di là dal fonte è un boschetto di spino, Tutto fiorito di vermiglia rosa, Verde e fronzuto; e dentro al suo confino Una Fauna crudel vi sta nascosa: Viso di dama e petto e braccia avia, Ma tutto il resto d’una serpe ria.

69

Questa teneva una catena al braccio, Che nascosa venìa tra l’erba e’ fiori, E facea intorno a quella fonte un laccio, Acciò, se alcun, tirato da li odori, Intrasse alla fontana dentro al spaccio, Fosse pigliato con gravi dolori; Essa, tirando poi quella catena, A suo mal grado nel boschetto il mena.

70

Orlando dalla fonte si guardava, E verso il verde bosco prese a gire. Come la Fauna di questo si addava, Uscì cridando e posesi a fuggire; Per l’erba, come biscia, sdruciellava, Ma presto il conte la fece morire De un colpo solo e senza altra contesa, Chè quella bestia non facea diffesa.

71

Poi che la Fauna fu nel prato morta, Ver tramontana via camina il conte, E poco longi vide la gran porta, Che avea davanti sopra un fiume un ponte. Su vi sta quel che ha tanta gente morta, Col scudo in braccio e con l’elmo alla fronte; Par che minacci con sembianza cruda, Armato è tutto et ha la spada nuda.

72

Orlando se avicina a quel gigante, Nè de cotal battaglia dubitava, Perchè in sua vita ne avea fatto tante, Che poca cura di questa si dava. Quello omo smisurato venne avante, Et un gran colpo de spata menava. Schifosse il conte e trassese da lato, E quel ferisce col brando affatato.

73

Gionse al gigante sopra del gallone, Non lo diffese nè piastra nè maglia, Ma, fraccassando sbergo e pancirone, Insino a l’altra coscia tutto il taglia. Ora se allegra il figlio di Melone, Credendo aver finita ogni battaglia, E prese de l’uscir molto conforto, Poi che vide il gigante a terra morto.

74

Quello era morto, e ’l sangue fuora usciva, Tanto che ne era pien tutto quel loco; Ma, come fuor del ponte in terra ariva, Intorno ad esso s’accendeva un foco. Crescendo ad alto quella fiamma viva Formava un gran gigante a poco a poco; Questo era armato e in vista furibondo, E dopo il primo ancor nascìa il secondo.

75

Figli parean di ’l foco veramente, Tanto era ciascun presto e furïoso, Con vista accesa e con la faccia ardente. Ora ben stette il conte dubbïoso; Non scia quel che far debba nella mente: Perder non vole, e ’l vincere è dannoso, Però, ben che li faccia a terra andare, Rinasceranno, e più vi avrà che fare.

76

Ma de vincere al fin pur se conforta, Se ne nascesser ben mille migliara, Et animoso se driccia alla porta. Quei duo giganti avean presa la sbara; Ciascuno aveva una gran spada torta, Perchè eran nati con la simitara. Ma il conte a suo mal grado dentro passa, Prende la sbarra e tutta la fraccassa.

77

Unde ciascun di lor più fulminando Percote adosso del barone ardito; Ma poca stima ne faceva Orlando, Chè non puotea da loro esser ferito. Lui riposto teneva al fianco il brando, Perchè avea preso in mente altro partito; Adosso ad un di lor ratto se caccia, E sotto l’anche ben stretto l’abbraccia.

78

Aveano entrambi smisurata lena, Ma pur l’aveva il conte assai maggiore. Leval il conte ad alto e intorno il mena, Nè vi valse sua forza, o suo vigore, Chè lo pose riverso in su l’arena. L’altro gigante con molto furore Di tempestare Orlando mai non resta Da ciascun lato e basso e nella testa.

79

Lui lascia il primo, com’era disteso, E contra a questo tutto se disserra; Sì come l’altro a ponto l’ebbe preso, E con fraccasso lo messe alla terra. L’altro è levato de grande ira acceso: Orlando lascia questo e quello afferra; E, mentre che con esso fa battaglia, Levasi il primo e intorno lo travaglia.

80

Andò gran tempo a quel modo la cosa, Nè se potea sperare il fin giamai; Non può prendere il conte indugia, o posa, Chè sempre or l’uno or l’altro gli dà guai. Durata è già la zuffa dolorosa Più che quattro ore, con tormento assai Per l’uno e l’altro; abenchè ’l conte Orlando A duo combatte e non adopra il brando.

81

Per non multiplicarli, il cavalliero Batteli a terra e non gli fa morire, Ma per questo non esce del verziero, Ch’e' duo giganti il vetano a partire. Lui prese combattendo altro pensiero Subitamente, e mostra di fuggire; Per la campagna va correndo il conte, Ma quei due grandi ritornarno al ponte.

82

Ciascun sopra del ponte ritornava, Come de Orlando non avesse cura; E lui, che spesso in dietro si voltava, Credette che restasser per paura; Ma quella fatason che li creava Quivi li tenea fermi per natura. Sol per diffesa stan di quella porta, E fanno al fiume et al suo ponte scorta.

83

Il conte questo non aveva inteso, Ma via da lor correndo se alontana; Alla valletta se ne va disteso, Che ha ’l bel boschetto a lato alla fontana, Dove la Fauna avea quel laccio teso Per pascerse de sangue e carne umana. Tavole quivi son da tutte bande; Il laccio è teso intorno alle vivande.

84

Era quel laccio tutto di catena Come di sopra ancora io v’ho contato. Orlando lo distacca e dietro il mena, Strasinando alle spalle, per il prato: Tanto era grosso, che lo tira appena. Con esso al ponte ne fu ritornato, E pose un de’ giganti a forza a terra, E braccie e gambe a quel laccio gl’inferra.

85

Benchè a ciò fare vi stesse buon spaccio, Perchè l’altro gigante lo anoiava; Ma a suo mal grado uscì di quello impaccio, Et ancora esso per forza atterrava; Come l’altro il legò proprio a quel laccio. Ora la porta più non se serrava, E puote Orlando a suo diletto uscire; Quel che poi fece, tornati ad odire.

86

Perchè se dice che ogni bel cantare Sempre rincresce, quando troppo dura, Et io diletto a tutti vi vo’ dare Tanto che basti, e non fuor di misura; Ma, se verreti ancora ad ascoltare, Racontarovi di questa ventura Che aveti odita, tutto quanto il fine, Et altre istorie belle e pellegrine.