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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XXXI

Il palazzo di cristallo

Orlando affronta Ruggiero, ma un incantesimo di Atlante lo trascina fino a un palazzo di cristallo in fondo a una fontana. Finisce il secondo libro.

In breve

Nel bosco, Feraguto lascia cadere l'elmo in una fontana e si trova davanti Orlando. Lo loda come il fiore dei cavalieri, ma aggiunge che nessuno al mondo supera Rinaldo: Orlando si offende e, visto che Feraguto è senza elmo e sfinito, lo lascia lì e torna in battaglia. Il suo arrivo rianima i cristiani di Carlo Magno, che stavano per ritirarsi: Orlando abbatte Grandonio e fa strage di re africani.

Allora lo affronta il giovane Ruggiero, armato di Balisarda, la spada che taglia anche le armi fatate. Il duello è terribile, finché il mago Atlante, per salvare Ruggiero, crea un'illusione: Orlando vede Carlo, Oliviero e Rinaldo trascinati via prigionieri e li insegue fino a un boschetto vicino al mare, dove tutto svanisce. Lì, guardando in una fontana, scorge un palazzo di cristallo pieno di dame che danzano, e ci si tuffa dentro. Intanto Ruggiero travolge i paladini, e con questa sospensione Boiardo chiude il secondo libro.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Nel boschetto vicino al fiume c'era una fontana. Feraguto, stanco e assetato dopo la battaglia, si tolse l'elmo per bere. Ma per la fretta l'elmo gli scivolò di mano e finì in fondo all'acqua! Proprio in quel momento vide Orlando, e si dimenticò subito dell'elmo perduto.

«Sei il migliore dei cavalieri» gli disse. «Però, secondo me, nessuno al mondo è più forte di Rinaldo.» Orlando si offese moltissimo. «Se avessi l'elmo in testa, ti farei vedere io chi è il più forte! Ma sei stanco, e adesso non voglio farti del male.» Saltò in sella e tornò di corsa alla battaglia.

Carlo Magno stava quasi per ritirarsi, perché i suoi soldati non ascoltavano più i suoi ordini. Ma riconobbe da lontano lo scudo di Orlando e alzò le mani al cielo per ringraziare Dio. Tutti i cristiani ritrovarono il coraggio. Orlando buttò giù da cavallo il gigante Grandonio e sconfisse, uno dopo l'altro, molti re africani.

Allora gli venne incontro il giovane Ruggiero. Aveva una spada speciale, Balisarda, che tagliava anche le armature fatate, cioè protette da una magia. Orlando aveva la sua Durindana. Cominciò un duello terribile, e le armature si squarciavano come tele di ragno. Una volta Balisarda passò vicinissima al viso di Orlando, ma per fortuna non lo toccò.

Tutti si erano fermati a guardare. Arrivò anche il mago Atlante, che proteggeva Ruggiero, e vedendolo in pericolo per poco non cadde da cavallo dallo spavento. Così fece un incantesimo: un'illusione, cioè una cosa finta che sembra vera. Orlando vide Carlo Magno, Oliviero e Rinaldo trascinati via prigionieri da una folla di nemici. «Cugino, mi lasci portare via così?» gridava il finto Rinaldo. Orlando lasciò Ruggiero e corse a salvarli.

Senza Orlando, Ruggiero si scatenò. Con la sua lancia fece cadere un cavaliere dopo l'altro, perfino l'arcivescovo Turpino, che finì a gambe all'aria.

Intanto Orlando inseguì la folla fino a un boschetto vicino al mare, dove tutto svanì come fumo. Accaldato, si chinò su una fontana per bere, e nell'acqua vide una meraviglia: un palazzo di cristallo e d'oro, pieno di dame che ballavano e cantavano. Senza pensarci, si tuffò dentro così com'era, con tutta l'armatura! Arrivò su un prato fiorito ed entrò nel palazzo sorridendo, dimenticando perfino perché era lì.

Qui finisce il secondo libro del poema. Boiardo scrisse che in quel momento non riusciva più a cantare, perché sentiva l'Italia piena di lamenti. Ma promise di continuare la storia, e di raccontare la grande battaglia di Carlo Magno nel terzo libro.

Riuscirà Orlando a uscire da quel palazzo incantato? Bisogna aprire il terzo libro per saperlo.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Chiudete gli affanni in una cassa ott. 1–2

Il sole gira nel cielo e la vita vola via, dice il poeta: a chi la passa senza gioia non sembra durare nemmeno un giorno. Perciò chiede a chi lo ascolta di chiudere in una cassa ogni noia e ogni pensiero pesante, e di perderne la chiave. Lui, cantando, ha già dimenticato i suoi affanni, e riprende la storia da dove aveva lasciato Orlando nel bosco con Feraguto.

L'elmo nella fontana ott. 3–8

Nel bosco c'è una fontana. Orlando è sceso da cavallo sulla riva, armato di tutto punto, con Durindana al fianco. Arriva anche Feraguto, sfinito, bruciato dalla sete e dal caldo dopo la battaglia con Rinaldo. Smonta subito e si toglie l'elmo per bere; ma per la fretta, o per distrazione, l'elmo gli cade nell'acqua e va a fondo, sotto la sabbia. Feraguto non sa che fare: chiede aiuto invano e si lamenta con Macone.

Orlando lo riconosce dallo scudo e dalle armi, si avvicina e lo saluta: «Ti aiuti chi può aiutarti, e abbia tanta pietà di te da non mandarti tra le anime perdute, perché sei un cavaliere di grande valore. Possa tu conoscere la verità e trovare la salvezza eterna: ti doni gioia in cielo e onore in terra, perché sei il fiore dei cavalieri.»

Feraguto alza lo sguardo, vede l'insegna a quarti e si sente fortunato: in quel boschetto ha trovato il migliore dei cavalieri, e gli sembra di averlo in pugno, per catturarlo o per fargli una cortesia. Dimentica l'elmo perduto: «Non mi lamenterò mai più di niente: pensavo di aver perso, e invece sono più contento che per qualsiasi conquista, perché ho visto il fiore dei baroni.»

Rinaldo o Orlando? ott. 9–14

«Ma dimmi, se si può sapere: perché non sei in campo, dove Rinaldo si prende tutto l'onore? L'ha dimostrato su di me, che sono fatato in tutto il corpo tranne che in un punto, eppure mi è servito a poco. Non credo che al mondo ci sia un barone più valoroso di Rinaldo, anche se tutti dicono che tu sei più forte di lui. Se potessi vedere chi di voi due è il migliore, morirei contento. E appena ti ho visto avrei voluto sfidarti, perché dopo essermi difeso dal figlio di Amone tutto il resto mi sembra una favola.»

Orlando si accende d'ira: «È vero, il figlio di Amone è un prode cavaliere. Ma chi loda qualcuno oltre misura offende l'onore degli altri. Se avessi l'elmo in testa, ti mostrerei in poco tempo quel confronto che ti sta tanto a cuore, e forse a tue spese. Ma sei stanco, e adesso non voglio farti del male: torno in battaglia, e guai a chi incontro! Farò vedere se la mia spada taglia come quella di un altro.» E, furioso, salta armato in sella.

Feraguto resta nel bosco, sfinito e senza elmo, e più tardi farà molta fatica a ritrovarlo. Orlando invece corre senza fermarsi fino al cuore della battaglia.

Il ritorno di Orlando ott. 15–19

Carlo e Agramante si affrontano con i loro baroni: nessuno vuole la vergogna, e ognuno preferisce morire piuttosto che cedere un dito di terreno. Lance spezzate, scudi fracassati, bandiere nella polvere, cavalli morti e corpi rovesciati rendono il campo orribile, e i combattenti, mescolati senza ordine, fanno un frastuono come se il mondo crollasse.

Carlo Magno combatte e cerca di guidare i suoi, ma nessuno ascolta più i suoi ordini; e guardando l'esercito di Agramante sta pensando di ritirarsi, quando riconosce Orlando dall'insegna a quarti. Il conte arriva di traverso, superbo e minaccioso: al vederlo si leva un grido, e chi aveva perso coraggio torna avanti. Carlo, da lontano, alza le mani al cielo e ringrazia Dio. Nessun tuono, nessuna tempesta di mare, nessun fuoco, dice il poeta, è paragonabile all'assalto di Orlando.

La furia di Orlando ott. 20–25

Il primo che trova è il gigante Grandonio di Volterna, che con una mazza di ferro ha coperto di morti la pianura: Orlando lo colpisce con la lancia e lo butta di sella mezzo morto. Poi sguaina la spada e scatena una tempesta: non c'è corazza né maglia che resista, e uomini e cavalli cadono dovunque arriva.

Vede Cardorano, re di Mulga, tutto peloso, e lo abbatte morto con un colpo a due mani. Poi insegue il re Gualciotto di Bellamarina, che scappa a gambe levate; ma gli si para davanti Dudrinasso, re di Libicana, non si sa se per sfortuna o per scelta: ha la faccia più feroce che si sia mai vista, una bocca larga più di una spanna, ed è grosso e nero come un corvo. Orlando gli fa volare via la testa insieme all'elmo. Subito dopo punta Tanfirione, re di Almasilla, un mostro che supera la sella di otto palmi e ha la barba fino alla cintura, e gli squarcia il viso da una guancia all'altra.

Orlando contro Ruggiero ott. 26–32

Ormai nessuno osa guardare Orlando in faccia. Ma arriva il giovane Ruggiero, e vede la sua gente ridotta a un monte di corpi. Riconosce Orlando dall'insegna, anche se a fatica, perché il quarto bianco è quasi tutto rosso del sangue dei pagani, e gli va incontro, pieno di forza e di coraggio.

Lo scontro è violento come due venti che si incontrano in mezzo al mare. Le spade sono le migliori del mondo: sapete che cos'è Durindana, e sapete come taglia Balisarda, che non rispetta né incantesimi né armature. È stata fabbricata nel giardino di Orgagna proprio per uccidere Orlando, e già vi è stato raccontato come Brunello la rubò al conte e come arrivò a Ruggiero.

Le armature si squarciano come tele di ragno, e il prato si copre di pezzi di ferro. Ruggiero colpisce Orlando a due mani e gli spacca l'elmo fino alla guancia, perché contro Balisarda non valgono né incantesimi né piastre; ma, come volle Dio, la lama scende tra l'imbottitura e la mascella e lo rade senza toccargli la pelle. Orlando risponde spaccandogli lo scudo fino alla sella, e il colpo scende sulla coscia tagliando l'armatura: la carne no, ma per poco, perché il cielo aiuta i valorosi.

L'inganno di Atlante ott. 33–36

Tutti si sono fermati a guardare. In quel momento arriva Atlante, che cerca il suo Ruggiero, e vedendolo in pericolo di morte per poco non cade da cavallo dal dolore. Allora il falso incantatore crea con la sua magia un grande inganno: una folla rumorosa che fa strage di cristiani. In mezzo si vede Carlo che grida «Aiuto! Aiuto!», e Oliviero in catene, trascinato da un enorme gigante. Rinaldo sembra ferito a morte, con un troncone di lancia nel petto, e grida: «Cugino, mi lasci trascinare via così?»

Orlando resta sbigottito, poi diventa rosso di rabbia. Gira Brigliadoro e, abbandonando Ruggiero e la battaglia, sprona senza sosta dietro a quella folla, che fugge con i prigionieri in mezzo e sembra portata dal vento, tanta è la forza dell'incantesimo.

Ruggiero travolge i cristiani ott. 37–42

Ruggiero, turbato dalla partenza del paladino, prende una lancia, gira Frontino e si getta sui cristiani. Il primo è l'arcivescovo Turpino, a cui non servono né messe né preghiere: finisce a gambe all'aria. Poi Ruggiero piomba sugli altri come un fiume che scende dal monte. Trapassa il duca di Baiona, abbatte re Salamone con tutto il cavallo, poi Belenzero, Avorio, Ottone e Avino, che si ritrovano tutti e quattro nella sabbia a scalciare il vento, e infine Gualtiero da Monlione.

I saraceni che si erano nascosti per paura di Orlando tornano coraggiosi, e dietro Ruggiero entrano nella mischia Agramante, Martasino, Mordante, Barigano, Sobrino, il vecchio Atlante, Dardinello e Mulabuferso. Ultimo di tutti c'è Brunello, che incoraggia gli altri ad andare avanti per raccogliere quello che cade. Ruggiero apre la strada così bene che non ha ancora sguainato la spada, perché la sua lancia è ancora intera. «Vi assicuro che oggi Carlo cadrà e la corte di Francia sarà sconfitta» dice il poeta, «ma è un peso troppo grande per ora: lo racconterò nel terzo libro.»

Il palazzo di cristallo ott. 43–48

Prima, però, vediamo che cosa succede a Orlando. Insegue l'incantesimo, e tutti sembrano fuggire tremando davanti a lui, fino alla spiaggia del mare, non lontano dalla selva delle Ardenne. Lì c'è un boschetto di allori circondato da una fontana, dove la folla maledetta svanisce in fumo. Il conte resta stupito e, assetato per il gran caldo, entra nel bosco per sua sfortuna.

Lega Brigliadoro a un alloro e si china sulla riva per bere. Nell'acqua vede una meraviglia: una sala di cristallo piena di dame che suonano e danzano, cantando con voci d'amore, in un palazzo decorato d'oro e di pietre preziose. Il giorno sta già tramontando quando Orlando decide di vedere come va a finire e, senza pensarci più, si tuffa nell'acqua così com'è, armato.

Arriva subito sul fondo e si ritrova in piedi in un prato fiorito come non se ne sono mai visti. Si avvia verso il palazzo, così felice che quasi non ricorda più perché sia lì né da dove venga. Davanti a lui c'è una porta aperta, d'oro e di zaffiro, ed entra sorridendo, mentre le dame gli danzano intorno.

Addio al secondo libro ott. 49–50

Qui il poeta si ferma: questo libro non ha più fiato, e il terzo lo ascolterete un'altra volta. «Allora, con rime scelte e versi migliori, canterò battaglie e amori di fuoco. I tempi non saranno sempre così duri: ma ora, sentendo l'Italia piena di lamenti, non solo non canto, ma sospiro appena.» E dedica il libro a chi ha il cuore gentile: «A voi, giovani innamorati e damigelle, sono scritte queste storie di cortesia e di valore, non agli animi malvagi che fanno la guerra per rabbia. Addio: in vostro onore finisce questo libro.»

Parole difficili

  • amantinente ott. 2: immediatamente.
  • fiumana ott. 3: corso d'acqua; qui il ruscello della fontana.
  • quartiero ott. 7: l'insegna di Orlando, divisa in quarti bianchi e vermigli.
  • fatato ott. 9: reso invulnerabile da un incantesimo.
  • fio de Amon ott. 11: figlio di Amone, cioè Rinaldo.
  • parangone ott. 12: paragone, confronto.
  • spana ott. 24: spanna, la distanza tra pollice e mignolo con la mano aperta.
  • figlio de Melone ott. 25: Orlando, figlio di Milone.
  • dramma ott. 27: piccolissima unità di peso: «non manca una dramma» vuol dire che non manca nulla.
  • libezio ott. 28: libeccio, vento di sud-ovest.
  • Balisarda ott. 28: la spada di Ruggiero, capace di tagliare anche le armi fatate.
  • Orgagna ott. 29: il regno della maga Falerina, dove c'era il giardino incantato.
  • tela di ragna ott. 30: ragnatela.
  • guanzale ott. 31: la parte dell'elmo che protegge la guancia.
  • farsata ott. 31: imbottitura portata sotto l'armatura.
  • Frontino ott. 37: il cavallo di Ruggiero.
  • lupino ott. 38: legume di poco valore: «non c'è vantaggio di un lupino» vuol dire nessuna differenza.
  • selva de Ardena ott. 43: la foresta delle Ardenne.

Il testo di Boiardo

50 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Il sol, girando in su quel celo adorno, Passa volando e nostra vita lassa, La qual non sembra pur durar un giorno A cui senza diletto la trapassa; Ond’io pur chieggio a voi che sete intorno, Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa, Et ogni affanno et ogni pensier grave Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.

2

Et io, quivi a voi tuttavia cantando, Perso ho ogni noia et ogni mal pensiero, E la istoria passata seguitando, Narrar vi voglio il fatto tutto intiero, Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando, Con Feraguto, quel saracin fiero, Qual, come gionse in su l’acqua corrente, Orlando il ricognobbe amantinente.

3

Era in quel bosco una acqua di fontana; Sopra alla ripa il conte era smontato, Et avea cinta al fianco Durindana, E de ogni arnese tutto quanto armato. Or così stando in su quella fiumana, Gionse anche Feragù molto affannato, Di sete ardendo e d’uno extremo caldo Per la battaglia che avea con Ranaldo.

4

Come fu gionto, senza altro pensare Discese de lo arcione incontinente; Trasse a sè l’elmo e, volendo pigliare De l’onda fresca al bel fiume lucente, O per la fretta, o per poco pensare, L’elmo gli cadde in quella acqua corrente, Et andò al fondo sin sotto l’arena: Di questo Feraguto ebbe gran pena.

5

L’elmo nel fondo basso era caduto, Nè scia quel saracin ciò che si fare, Se non in vano adimandare aiuto E al suo Macone starsi a lamentare. In questo Orlando l’ebbe cognosciuto Al scudo e a l’arme che suolea portare; Et appressato a lui in su la riviera, Lo salutò parlando in tal maniera:

6

Chi te puote aiutare, ora te aiute, Et usi verso te tanta pietate, Che non te mandi a l’anime perdute, Essendo cavallier di tal bontate. Così te dricci alla eterna salute Cognoscimento de la veritate; Nel ciel gioia te doni e in terra onore, Come tu sei de’ cavallieri il fiore.

7

Alciando Feraguto il guardo altiero A quel parlar cortese che ho contato, Incontinente scorto ebbe il quartiero, E ben se tenne alora aventurato, Poi che la cima de ogni cavalliero Aveva in quel boschetto ritrovato, Parendo a lui de averlo a sua balìa O de pigliarlo o farli cortesia.

8

E fatto lieto, dove era dolente Per quel bello elmo che è caduto al fondo, — Non vo’, disse, dolermi per nïente Più mai di caso che mi venga al mondo; Perchè, dove io stimai de esser perdente, Più contento mi trovo e più iocondo Che esser potesse mai de alcuno acquisto, Dapoi che ’l fior d’ogni barone ho visto.

9

Ma dimmi, se gli è licito a sapere: Perchè nel campo, ove è battaglia tanta, Non te ritrovi a mostrar tuo potere, Dove Ranaldo sol de onor si vanta? Sopra di me ben l’ha fatto vedere, Che son fatato dal capo alla pianta Per tutti e membri, fora che un sol loco; Ma ciò giovato me è nïente, o poco.

10

Nè credo che abbia il mondo altro barone Qual superchi Ranaldo di valore, Benchè per tutto sia la opinïone La qual ti tien di lui superïore; Ma se veder potessi il parangone E provar qual di voi fosse il migliore Di fortezza, destrezza e de ardimento, E poi morissi, io moriria contento.

11

E certo che io te volsi disfidare Come io te viddi et ebboti compreso, Chè ogn’altra cosa fabula mi pare, Poichè dal fio de Amon me son diffeso. Odendo Orlando questo ragionare, De ira e de sdegno fu nel core acceso, Onde rispose: E’ si può dir con vero Ch’el fio de Amone è prodo cavalliero.

12

Ma quel parlare e lunga cortesia Qual tanto loda alcun fuor di misura, Ne offende l’onor de altri in villania. Se tu tenessi in capo l’armatura, In poco d’ora si dimostraria Quel parangon de che hai cotanta cura; Se il valor di Ranaldo ti è palese, Me provaresti, e forse alle tue spese.

13

Poscia che stracco sei di gran travaglia, Non ti farebbe adesso [a]dispiacere, Chè tornar voglio in campo alla battaglia, E, mal per qual che sia, farò vedere Se la mia spada al par d’una altra taglia. Così parlando il conte, al mio parere, Con molta fretta et animo adirato Sopra al destrier salì de un salto armato.

14

Rimase Feraguto alla foresta, Che era affannato, come io ve contai, Et era disarmato de la testa, E penò poi ad aver l’elmo assai. Ma il conte Orlando menando tempesta Via va correndo, e non se posa mai Sin che fu gionto a ponto in quelle bande Ove è la zuffa e la battaglia grande.

15

Come io ve dissi nel passato giorno, Re Carlo et Agramante alla frontiera Avea ciascuno e’ suoi baroni intorno: Battaglia non fu mai più orrenda e fiera. Non vi è chi voglia di vergogna scorno, Ma ciascun vol morir più volentiera E che sia il spirto e l’animo finito, Che abandonar del campo preso un dito.

16

Le lancie rotte e’ scudi fraccassati, Le insegne polverose e le bandiere, E’ destrier morti e’ corpi riversati Facean quel campo orribile a vedere; E’ combattenti insieme amescolati, Senza governo on ordine de schiere, Facean romore e crido sì profondo, Come cadesse con ruina il mondo.

17

Lo imperator per tutto con gran cura Governa, combattendo arditamente, Ma non vi giova regula o misura: Suo comandar stimato è per nïente; E benchè egli abbia un cor senza paura, Pur, mirando Agramante e sua gran gente, De retirarse stava in gran pensiero, Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.

18

Correndo venìa il conte di traverso, Superbo in vista, in atto minacciante. Levosse il crido orribile e diverso, Come fu visto quel segnor de Anglante; E, se alcun forse avea l’animo perso, Mirando il paladin se trasse avante; E ’l re Carlon, che ’l vidde di lontano, Lodava Idio levando al cel le mano.

19

Or chi contarà ben l’assalto fiero? Chi potrà mai quei colpi dessignare? Da Dio l’aiuto mi farà mestiero, Volendo il fatto aponto racontare; Perchè ne l’aria mai fu trono altiero, Nè groppo di tempesta in mezo al mare, Nè impeto d’acque, nè furia di foco, Qual l’assalir de Orlando in questo loco.

20

Grandonio di Volterna, il fier gigante, Gionto era alora alla battaglia scura; Con un baston di ferro aspro e pesante Copria de morti tutta la pianura. Questo trovosse al conte Orlando avante, E ben gli bisognava altra ventura, Chè tal scontro di lancia ebbe il fellone, Che mezo morto uscì fuor de l’arcione.

21

Quel cadde tramortito alla foresta; Il conte sopra lui non stette a bada, Ma trasse il brando e mena tal tempesta Come a ruina lo universo cada, Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa. Non si trova riparo a quella spada, Nè vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia, Chè omini e l’arme a gran fraccasso taglia.

22

Cavalli e cavallieri a terra vano, Ovunque ariva il conte furïoso. Ecco tra gli altri ha visto Cardorano, Quel re di Mulga, che è tutto peloso. Il paladin il gionse ad ambe mano, E parte il mento e ’l collo e ’l petto gioso; Lui cade de l’arcion morto di botto, Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:

23

Il re Gualciotto di Bellamarina, Qual ben fuggia da lui più che di passo; E ’l conte fra la gente saracina Segue lui solo e mena gran fraccasso, Chè porlo in terra al tutto se destina; Ma avanti se gli oppose Dudrinasso, A benchè dir non sappia in veritate Se sua sciagura fosse, o voluntate.

24

Costui ch’io dico, è re de Libicana. Un volto non fu mai cotanto fiero: Larga la bocca avea più de una spana; Grosso e membruto e come un corbo nero. Orlando lo assalì con Durindana Et ispiccolli il capo tutto intiero; Via volò l’elmo, e dentro avia la testa: Già per quel colpo il conte non s’arresta,

25

Perchè adocchiato avea Tanfirïone, Re de Almasilla, orrenda creatura, Che esce otto palmi e più sopra a l’arcione, Et ha la barba insino alla cintura. A questo gionse il figlio de Melone, E ben gli fece peggio che paura, Perchè ambedue le guanze a mezo ’l naso Partì a traverso il viso a quel malvaso.

26

Nè a sì gran colpi in questo assalto fiero Giamai se allenta il valoroso conte. Più non se trova re nè cavalliero Qual pur ardisca di guardarlo in fronte, Quando vi gionse il giovane Rugiero, E vidde fatto di sua gente un monte: Un monte rasembrava più nè meno, Tutto di sangue e corpi morti pieno.

27

Cognobbe Orlando a l’insegna del dosso, A benchè [a] poco se ne discernia, Chè il quarto bianco quasi è tutto rosso, Pel sangue de’ Pagan che morti avia. Verso del conte il giovane fu mosso: Ben vi so dir che ormai de vigoria, De ardire e forza e di valore acceso, Una sol dramma non vi manca a peso.

28

E se incontrarno insieme a gran ruina: Tempesta non fu mai cotanto istrana, Quando duo venti in mezo la marina Se incontran da libezio a tramontana. De le due spade ogniuna era più fina: Sapeti ben qual era Durindana, E qual tagliare avesse Balisarda, Che fatasone e l’arme non riguarda.

29

Per far perire il conte questo brando Fu nel giardin de Orgagna fabricato: Come Brunello il ladro il tolse a Orlando, E come Rugier l’ebbe, è già contato, Più non bisogna andarlo ramentando; Ma, seguendo l’assalto incominciato, Dico che un sì crudele e sì perverso Non fu veduto mai ne l’universo.

30

Come loro arme sian tela di ragna, Tagliano squarci e fanno andare al prato. Di piastre era coperta la campagna, Ciascadun de essi è quasi disarmato, E l’un da l’altro poco vi guadagna: Sol di colpi crudeli han bon mercato; E tanto nel ferir ciascun s’affretta, Che l’una botta l’altra non aspetta.

31

Sopra de Orlando il giovane reale Ad ambe mano un gran colpo distese, E spezzò l’elmo dal cerchio al guanzale, Chè fatason, nè piastra lo diffese. Vero che al conte non tocca altro male, Come a Dio piacque; chè il colpo discese Tra la farsata aponto e le mascielle, Sì che lo rase e non toccò la pelle.

32

Orlando ferì lui con tanta possa, Che spezzò il scudo a gran destruzïone, Nè lo ritenne nerbo, o piastra grossa, Ma tutto lo partì sino a lo arcione; E fuor discese il colpo ne la cossa, Tagliando arnese et ogni guarnisone: La carne non tagliò, ma poco manca, Chè il celo aiuta ogni persona franca.

33

Fermate eran le gente tutte quante A veder questi duo sì ben ferire; Et in quel tempo vi gionse Atalante, Qual cercava Rugiero, il suo disire; E come visto l’ebbe a sè davante Per quel gran colpo a risco de morire, Subito prese tanto disconforto, Che quasi dal destrier cadde giù morto.

34

Incontinente il falso incantatore Formò per sua mala arte un grande inganno E molta gente finse, con romore, Che fanno a Cristïan soperchio danno. Nel mezo sembra Carlo imperatore Chiamando: Aiuto! aiuto! con affanno: Et Olivier legato alla catena, Un gran gigante trasinando il mena.

35

Ranaldo a morte là parea ferito, Passato de un troncone a mezo il petto, E cridava: Cugino, a tal partito Me lasci trasinar con tal dispetto? Rimase Orlando tutto sbigotito, Mirando tanto oltraggio al suo cospetto, Poi tutto il viso tinse come un foco Per la grande ira, e non trovava loco.

36

A gran roina volta Brigliadoro, E Rugiero abandona e la battaglia, Nè prende al speronare alcun ristoro. Avanti ad esso fugge la canaglia, Menando li pregioni in mezo a loro, Che gli ha de intorno fatto una serraglia; E proprio sembra che li porti il vento, Tanta è la forza de lo incantamento!

37

Rugier, poichè partito è il paladino, Rimase assai turbato ne la mente; Prese una lancia e, rivolto Frontino, Con molta furia dà tra nostra gente, E sopra al campo ritrovò Turpino. Nè vespro o messa a lui valse nïente, Nè paternostri on altre orazïone, Chè a gambe aperte uscì fuor de l’arcione.

38

Rugier lo lascia e a gli altri se abandona, Come dal monte corre il fiume al basso; Colse nel petto al duca di Baiona, E tutto lo passò con gran fraccasso. Re Salamon, che in capo ha la corona, Andò col suo destrier tutto in un fasso; Dà a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino: Tra lor non fu vantaggio de un lupino;

39

Chè tutti quattro insieme nel sabbione Se ritrovarno a dar de’ calci al vento. Rugier tutti gli abatte, el fier garzone, E sempre cresce in forza et ardimento; Poi riscontrò Gualtier da Monlïone, E fuor di sella il caccia con tormento. Non fu veduto mai cotanta lena: Quanti ne trova, al par tutti li mena.

40

Già gli altri saracin, che prima ascosi Per la tema de Orlando eran fuggiti, Or più che mai ritornano animosi, E sopra al campo se mostrano arditi. Rugier fa colpi sì meravigliosi, Che quasi sono e’ nostri sbigotiti, Nè posson contrastare a tanta possa; La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.

41

Però che ’l re Agramante e Martasino Dopo Rugiero entrarno al gran zambello, Mordante e Barigano e ’l re Sobrino, Atalante il mal vecchio e Dardinello, Mulabuferso, il franco saracino; E dietro a tutti stava il re Brunello, Benchè conforta ogniom che avanti vada, Per governar qualcosa che gli cada.

42

Rugier davanti fa sì larga piazza Che non bisogna a lor troppa possancia, Nè fuor del fodro ancor la spada cazza, Però che resta integra la sua lancia. Ben vi so dir che Carlo oggi tramazza, E fia sconfitta la corte di Francia..... Ma non posso al presente tanto peso: Nel terzo libro lo porrò disteso.

43

Prima vi vo’ contar quel che avenisse Del conte Orlando, il quale avea seguito Quel falso incanto, sì come io vi disse, Ove sembrava Carlo a mal partito. Parea che avanti a lui ciascun fuggisse Tremando di paura e sbigotito, Sin che fôr gionti al mare in su l’arena, Poco lontani alla selva de Ardena.

44

Di verde lauro quivi era un boschetto Cinto d’intorno de acqua di fontana, Ove disparve il popol maledetto: Tutto andò in fumo, come cosa vana. Ben se stupitte il conte, vi prometto, Per quella meraviglia tanto istrana, E sete avendo per la gran calura, Entrò nel bosco in sua mala ventura.

45

Come fu dentro, scese Brigliadoro Per bere al fonte che davanti appare; Poi che legato l’ebbe ad uno alloro, Chinosse in su la ripa a l’onde chiare. Dentro a quell’acqua vidde un bel lavoro, Che tutto intento lo trasse a mirare: Là dentro de cristallo era una stanza Piena di dame: e chi suona, e chi danza.

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Le vaghe dame danzavano intorno, Cantando insieme con voce amorose, Nel bel palagio de cristallo adorno, Scolpito ad oro e pietre prezïose. Già se chinava a l’occidente il giorno, Alor che Orlando al tutto se dispose Vedere il fin di tanta meraviglia, Nè più vi pensa e più non se consiglia;

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Ma dentro a l’acqua, sì come era, armato Giettossi e presto gionse insino al fondo, E là trovosse in piede ad un bel prato: Il più fiorito mai non vidde il mondo. Verso il palagio il conte fu invïato, Et era già nel cor tanto giocondo, Che per letizia s’amentava poco Perchè fosse qua gionto e di qual loco.

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A lui davante è una porta patente, Qual d’oro è fabricata e di zafiro, Ove entrò il conte con faccia ridente, Danzando a lui le dame atorno in giro. Mentre che io canto, non posa la mente, Chè gionto sono al fine, e non vi miro; A questo libro è già la lena tolta: Il terzo ascoltareti un’altra volta.

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Alor con rime elette e miglior versi Farò battaglie e amor tutto di foco; Non seran sempre e’ tempi sì diversi Che mi tragan la mente di suo loco; Ma nel presente e’ canti miei son persi, E porvi ogni pensier mi giova poco: Sentendo Italia de lamenti piena, Non che or io canti, ma sospiro apena.

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A voi, legiadri amanti e damigielle, Che dentro ai cor gentili aveti amore, Son scritte queste istorie tanto belle Di cortesia fiorite e di valore; Ciò non ascoltan queste anime felle, Che fan guerra per sdegno e per furore. Adio, amanti e dame pellegrine: A vostro onor di questo libro è il fine.