Libro III · Canto I
La Fonte della Fata
Per vendicare il padre Agricane, Mandricardo parte da solo, a piedi e senza armi. Una fontana incantata lo mette alla prova: in palio ci sono le armi di Ettore.
In breve
Comincia il terzo libro, ed entra in scena Mandricardo, imperatore di Tartaria, fortissimo e crudele. Un vecchio gli rinfaccia di non aver mai vendicato suo padre Agricane, ucciso da Orlando: punto nel vivo, Mandricardo lascia il regno e parte da solo, a piedi e senza armi, deciso a conquistarsi tutto con il suo solo valore. Trova un padiglione con armi e cavallo, ma appena li prende un fuoco incantato lo avvolge: si salva tuffandosi in una fontana, dove lo accoglie una dama.
È la Fonte della Fata: chi ci finisce resta prigioniero, a meno che non superi la prova delle armi di Ettore di Troia, custodite in un castello. La dama riveste Mandricardo, lo arma e lo porta al castello, dove lui sconfigge in un duello di cinque ore Gradasso, re di Sericana, anche lui prigioniero dell'incantesimo. Poi, invece di riposarsi, si fa portare in un palazzo minacciato dal gigante Malapresa: lo abbatte e passa la notte tra feste, musiche e dame.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Comincia il terzo libro! Boiardo era contento: la tempesta della guerra se n'era andata, e lui poteva tornare alla sua storia. La riprese con un personaggio nuovo.
Lontano, nel Nord, viveva Mandricardo, imperatore della Tartaria. Era fortissimo, ma anche superbo e crudele: voleva intorno a sé solo guerrieri valorosi, e per gli altri erano guai. Un giorno un vecchio gli gridò in faccia: «Tuo padre Agricane è stato ucciso da Orlando, e tu non l'hai mai vendicato! Invece di prendertela con chi non sa difendersi, va' a cercare Orlando!»
Mandricardo si sentì pieno di vergogna e di rabbia. Lasciò il regno e partì da solo, a piedi e senza armi, come un pellegrino. Voleva conquistarsi tutto con il suo coraggio, senza l'aiuto di nessuno.
Cammina cammina, trovò una tenda vicino a una fontana. Dentro c'era un'armatura, e fuori un cavallo. Mandricardo li prese, ma intorno a lui divampò un fuoco magico, e l'armatura cominciò a bruciare come paglia! Per salvarsi, si tuffò nella fontana.
Sotto l'acqua lo aspettava una dama. «Questa è la Fonte della Fata» spiegò. «Chi ci cade resta prigioniero, a meno che non vinca la prova delle armi di Ettore.» Ettore era stato il più grande eroe della città di Troia, tanti secoli prima. Una fata aveva chiuso le sue armi in un castello. Mancava solo la spada... che adesso era Durindana, la spada di Orlando!
La dama diede a Mandricardo vestiti nuovi, un'armatura splendente e un cavallo. Poi lo portò al castello. Lì c'era un altro prigioniero dell'incantesimo, Gradasso, il fortissimo re di Sericana, e Mandricardo doveva batterlo. Combatterono per più di cinque ore! Alla fine caddero insieme sull'erba, ma Mandricardo restò sopra, e Gradasso dovette arrendersi.
Era sera, e la dama gli consigliò di riposare. Ma lui non ne voleva sapere: «Il tempo passato senza mostrare il proprio valore è tempo perso!» Così si fece portare in un palazzo pieno di luci, dove una signora gentile accoglieva i cavalieri. Durante la cena, però, un nano suonò il corno come un disperato. Era arrivato Malapresa, un gigante prepotente che tormentava tutti.
Il gigante sfondò la porta, con un grosso bastone in mano. Mandricardo lo affrontò subito, saltò di lato per evitare un colpo e lo fece crollare a terra. Le dame festeggiarono con balli e canti fino a notte fonda.
Il giorno dopo, però, lo aspettava la prova delle armi di Ettore, la più spaventosa di tutte. Riuscirà a superarla? Ce lo racconterà il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Dopo la tempesta ott. 1–4
Come ai marinai, dopo la burrasca, sembra più dolce vedere il mare calmo e il cielo stellato, e come il pellegrino si rallegra quando, all'alba, esce dalla montagna attraversata di notte e vede la pianura, così il poeta, ora che l'infernale tempesta della guerra se n'è andata e il mondo è tornato in festa, riprende con più gioia la sua bella storia. «Venite ad ascoltare, signori e dame.»
Racconterà le grandi battaglie e il trionfo di Carlo, re di Francia, le imprese d'amore del conte Orlando, e come Ruggiero, un fiore tra i cavalieri, fu tradito e ucciso ingiustamente dal perfido Gano di Maganza. E come sempre racconterà avventure strane e battaglie d'amore, del tempo in cui la virtù fioriva tra cavalieri e dame, come scrive Turpino. Chiede soltanto che lo ascoltiate con piacere.
Il vecchio e il re ott. 5–10
Al tempo di Carlo, figlio di Pipino, dal Nord arriva un saraceno che mette quasi sottosopra il mondo: non si è mai visto un cavaliere più forte e fiero. Si chiama Mandricardo ed è imperatore di Tartaria. Ma è così superbo e crudele che vuole come sudditi solo uomini esperti e forti in battaglia: tutti gli altri li fa uccidere.
Così il regno si svuota, e tutti fuggono. Un giorno un vecchio disperato, portato legato davanti al re, si butta a terra gridando. «Aspetta che abbia parlato, poi fa' di me quello che vuoi. L'anima di tuo padre non può passare il fiume dei morti ed entrare nell'inferno, perché nessuno l'ha vendicata: resta sulla riva a piangere, a testa bassa, mentre tutti gli altri morti passano oltre.
Tuo padre Agricane, non so se lo sai o fai finta di non saperlo per paura, è stato ucciso dal conte Orlando, e tocca a te vendicarlo. Tu invece fai morire chi non ti ha mai offeso: ma non è stimato chi offende chi non può difendersi. Va' a cercare Orlando, che ti saprà rispondere! La tua vergogna la vedono tutti. Codardo! Non ti vergogni di farti vedere in giro?»
Pellegrino senza armi ott. 11–14
Mandricardo non sopporta più di ascoltare: bruciato dall'ira, si chiude da solo nella sua stanza. Dopo averci pensato a lungo, decide di abbandonare il regno: giura che non tornerà più alla sua corte e che si considererà in esilio finché non avrà vendicato il padre.
Affida il governo a una persona degna, va nel tempio dei suoi dèi e offre la corona sul fuoco. Poi parte di notte, senza farsi riconoscere, a piedi e senza armi, come un pellegrino, verso occidente. Non prende armi né cavallo perché nessuno possa dire che ha avuto bisogno di aiuto: è convinto di procurarseli facilmente, così che a compiere l'impresa sia solo il suo valore, non la potenza di un regno.
Il fuoco incantato ott. 15–21
Cammina sempre da solo, attraversa l'Armenia e altre terre, finché un giorno, da una collina, vede un padiglione vicino a una fontana. Scende, deciso a non andarsene senza armi e cavallo, con le buone o con le cattive. Entra senza paura: non c'è nessuno di guardia. Solo una voce esce gorgogliando dalla fontana: «Cavaliere, per il tuo troppo ardire sei prigioniero, e non potrai più andartene.»
Mandricardo non ci fa caso e fruga nel padiglione. Su un tappeto trova un'armatura completa, e fuori, legato a un pino, un cavallo bardato. Si arma, prende il cavallo e fa per andarsene, quando davanti a lui divampa un fuoco. Prima brucia il pino, poi le fiamme si allargano dappertutto, tranne che sulla fontana e sul padiglione: alberi, erba e perfino pietre bruciano, e il cerchio di fuoco si stringe intorno a lui. Le fiamme incantate gli si avventano addosso, e l'elmo, lo scudo, la corazza bruciano come paglia secca.
Ma Mandricardo non perde il suo orgoglio: scende da cavallo, corre attraverso il fuoco e si getta nella fontana, lasciandosi andare a fondo. Non aveva altro modo di salvarsi: le armi e perfino la giubba gli sono bruciate addosso, e si ritrova nudo come quando è nato, nell'acqua fresca. Mentre se la gode, credendosi ormai fuori pericolo, si ritrova tra le braccia di una dama.
La dama nella fontana ott. 22–25
La fontana è tutta di marmo verde, rosso, azzurro e giallo, e l'acqua è così limpida e ferma che sembra cristallo: la dama, senza vesti, si vede come attraverso un velo sottile. Lei abbraccia il cavaliere, lo bacia sulla bocca e gli dice: «Siete prigioniero alla Fonte della Fata, come molti altri. Ma se sarete un vero campione, salverete tanti cavalieri e damigelle che la vostra fama arriverà alle stelle.
Una fata ha costruito questa fontana con la magia, e ha già catturato più cavalieri di quanti se ne possano contare. Qui è prigioniero perfino il fortissimo re Gradasso, signore della Sericana, al di là dell'India: tanto potente, eppure non è riuscito a difendersi! Con lui ci sono il nobile Aquilante, suo fratello Grifone e moltissimi altri. Oltre quella collina c'è un bel castello, dove la fata ha rinchiuso le armi di Ettore: manca soltanto la spada.
Le armi di Ettore ott. 26–32
Ettore di Troia fu il più grande dei cavalieri: nessuno lo ha mai eguagliato in armi o in cortesia. Assediato nella sua città da settanta re, la difese da solo per più di dieci anni, e in un solo giorno sconfisse trenta guerrieri che lo avevano sfidato. Era il più bello e il più gentile dei cavalieri, ma Achille lo uccise a tradimento, e dopo la sua morte Troia andò in rovina tra le fiamme.
La sua spada la prese la regina Pantasilea, che però morì presto in guerra e la perse; poi l'ebbe Almonte, e ora ce l'ha Orlando: è Durindana, la più lodata di tutte le spade. Le altre armi, invece, le ebbe Enea, parente stretto di Ettore, che lasciò Troia per mare con la sua gente. Una volta Enea cadde nelle mani di un re malvagio, che lo teneva chiuso in un sepolcro sperando di ricavarne un tesoro: la fata lo liberò con un incantesimo e, come ricompensa, volle quelle armi, che lui le diede volentieri.
Poi la fata venne in questo luogo e fece l'incantesimo. Vi porterò là, se volete, e vedrò se avete coraggio. Ma se vi lasciate vincere dalla paura, devo dirvi la verità: morirete in questa fontana, come tanti altri di cui non resterà memoria, con il corpo sul fondo e l'anima all'inferno.»
Nel padiglione ott. 33–37
A Mandricardo quell'avventura sembra vera e non vera, come un sogno. «Verrò dove vuoi e dove devo» risponde, «ma così nudo non so come fare: mi vergogno.» «Non temere» dice la dama, «ci ho già pensato.» Si scioglie i lunghissimi capelli biondi e lo abbraccia, coprendolo tutto con le sue trecce. Così, nascosti entrambi, escono dalla fontana ed entrano a braccetto nel padiglione, che il fuoco non ha toccato ed è pieno di fiori e di rose.
Si riposano un poco su un bel letto con le cortine. Che cosa sia successo poi, il poeta dice di non saperlo, perché non c'erano testimoni; ma aggiunge, con una battuta maliziosa, che secondo Turpino il padiglione tremava tutto intorno al palo.
Dopo un po' la damigella lo veste con le sue mani, con una camicia profumata, una giubba di molti colori, calze vermiglie e speroni d'oro; poi lo arma da capo a piedi, con un elmo ornato di gioielli e uno scudo bianco, e gli porta un grande cavallo. Mandricardo ci salta sopra con un balzo.
Mandricardo contro Gradasso ott. 38–47
La damigella sale su un palafreno legato a un ginepro, e dopo un miglio superano la collina. «Non ti ho ancora detto tutto» spiega lei: «dovrai giostrare con re Gradasso. Ora è lui il campione che difende il castello: prima toccava a Grifone, ma Gradasso lo ha sconfitto da poco. Se ti batte, resterai prigioniero finché un altro cavaliere non ti libererà; se lo butti a terra, affronterai l'ultima prova, la conquista delle armi di Ettore. Al mondo non c'è incantesimo più forte, e finora tutti hanno fallito. Ti aiuteranno la fortuna o il tuo valore.»
Arrivano al castello, il più ricco che si sia mai visto: mura di alabastro e torri coperte di lamine d'oro. Davanti c'è un praticello chiuso da uno steccato di rami di mirto e di alloro intrecciati, e dentro un cavaliere armato. «Quello è re Gradasso» dice la dama, e aggiunge scherzando: «Con lui non sarà come con me, che con te sono sempre stata la più debole.»
Mandricardo abbassa la visiera e sprona a tutta briglia, e Gradasso gli corre incontro. I cavalli sembrano fulmini, e lo scontro è così forte che pare che il cielo precipiti nell'inferno. Nessuno dei due si muove di sella, ma le lance volano in pezzi fino al cielo. Allora mettono mano alle spade, e comincia una battaglia spaventosa: a ogni colpo sprizzano scintille, e il prato si riempie di pezzi di armatura.
Sono due guerrieri di razza, e il duello dura più di cinque ore. Alla fine Mandricardo afferra Gradasso per tirarlo giù di sella, ma anche Gradasso lo afferra, e cadono insieme sul prato. Per fortuna o per caso, Mandricardo resta sopra, e Gradasso deve dichiararsi prigioniero. Il sole sta tramontando quando la damigella entra nel prato, sorridente.
Il palazzo del giardino ott. 48–58
«Cavaliere, non si può impedire quello che vuole la fortuna» dice a Gradasso. Poi si rivolge al vincitore: «Tu, invece, domani affronterai l'avventura più strana che ci sia mai stata in terra o in mare: vedrai le armi di Ettore e chi le custodisce. Ora è tardi, e di notte la porta del castello non si apre mai. Puoi riposare qui tra i fiori, e io veglierò su di te. Oppure, se vuoi, ti porto in un palazzo dove una dama gentile accoglie tutti con onore; ma temo che lì ti capiterebbe qualche guaio, perché un brigante, un gigante di nome Malapresa, che Dio lo maledica, le fa ogni genere di offese. Meglio evitarlo: domani avrai già abbastanza da fare.»
«In fede mia» risponde Mandricardo, «il tempo che non si spende in amore, in cortesia o nel mostrare il proprio valore in armi è tutto tempo perso. Portami in quel palazzo, e se Malapresa viene a darci fastidio, vedremo come va a finire.»
La damigella lo accontenta, e in poco tempo arrivano al giardino, dove il palazzo risplende di tante luci che sembra giorno. Sopra la porta, su una terrazza, un nano fa la guardia giorno e notte: quando suona il corno, accorre tutta la servitù. Se arriva Malapresa, piovono frecce e sassi da ogni balcone; se arriva un cavaliere, dieci damigelle aprono la porta e lo accolgono con tante gentilezze che non vuole più andarsene.
Così viene accolto Mandricardo. La signora del giardino lo prende sottobraccio, e dopo una breve passeggiata nella loggia si siedono a cena, serviti come re. Una dama canta accompagnandosi con la lira, raccontando imprese antiche, strane avventure e belle parole d'amore. Ma all'improvviso si sente un gran frastuono: il nano suona il corno come un disperato. «Ahimè! Che succede?» gridano le dame, bianche come morte. Mandricardo invece non cambia espressione, perché è venuto proprio per questo. Il gigante ha sfondato la porta.
La fine di Malapresa ott. 59–62
Malapresa entra urlando, e le mura sembrano tremare alla sua voce. Ha il busto protetto da una pelle di serpente che né spada né lancia possono forare, un elmo di ferro, una barba nera fino a metà del petto, e in mano un grosso bastone ferrato con una catena.
Mandricardo ha appena sguainato la spada e lo attacca subito: con il primo colpo taglia di netto la catena del bastone, con il secondo gli spacca lo scudo di traverso. Il gigante, infuriato, mena il bastone a due mani, ma il cavaliere salta di lato e lo colpisce proprio dove voleva, sotto il ginocchio, dove finisce l'armatura: con un colpo solo gli taglia tutte e due le gambe.
Malapresa crolla a terra, e immaginatevi la festa delle damigelle! Mandricardo non vuole più toccarlo, e lo finisce un servitore. Il gigante viene sepolto lontano, nella foresta.
Festa fino a notte fonda ott. 63–66
Di lui non si parla più, come se non fosse mai esistito. Le dame cominciano un ballo in tondo, al suono di ogni strumento, con canti così allegri che chiunque avrebbe giurato di essere in paradiso. La festa dura buona parte della notte; poi arriva un nuovo gruppo di dame con frutta, dolci e coppe d'oro, e si inginocchiano per servire la signora e il cavaliere.
Alla luce delle torce vanno a riposare, in stanze di seta profumate di rami d'arancio, tra cui volano gli uccellini. Ma il cavaliere non resta solo: una dama rimane a servirlo in tutto ciò che desidera. Quella notte ha molto da fare e da dire, ma ancora di più ne avrà il giorno dopo, conclude il poeta, nel canto più spaventoso che si sia mai sentito. «Addio, signori: il canto finisce qui.»
Parole difficili
- Tramontana ott. 5: il Nord.
- Tartaria ott. 6: il regno dei Tartari, nell'Asia centrale.
- mal fiume ott. 8: il fiume dell'oltretomba che le anime dei morti devono attraversare.
- zambra ott. 11: camera.
- peregrino ott. 13: pellegrino.
- cortina ott. 16: la tenda del padiglione.
- giuppa ott. 21: giubba, la veste imbottita che si porta sotto l'armatura.
- esca ott. 21: materiale secco che prende fuoco subito.
- Sericana ott. 24: il regno di Gradasso, nell'estremo Oriente.
- germano ott. 25: fratello.
- Pantasilea ott. 28: Pentesilea, regina delle Amazzoni, che combatté a Troia.
- Enea ott. 29: l'eroe troiano che dopo la caduta di Troia partì per mare con i suoi.
- monumento ott. 31: tomba, sepolcro.
- palafreno ott. 38: cavallo da viaggio, adatto alle dame.
- genevre ott. 38: ginepro.
- verziero ott. 53: giardino.
- bacinetto ott. 59: elmo di ferro rotondo, a forma di bacinella.
- sergente ott. 62: servitore armato.
Il testo di Boiardo
66 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Come più dolce a’ naviganti pare, Poi che fortuna li ha battuti intorno, Veder l’onda tranquilla e queto il mare, L’aria serena e il cel di stelle adorno; E come il peregrin nel caminare Se allegra al vago piano al novo giorno, Essendo fuori uscito alla sicura De l’aspro monte per la notte oscura;
Così, dapoi che la infernal tempesta De la guerra spietata è dipartita, Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa, E questa corte più che mai fiorita, Farò con più diletto manifesta La bella istoria che ho gran tempo ordita: Venite ad ascoltare in cortesia, Segnori e dame e bella baronia.
Le gran battaglie e il triomfale onore Vi contarò di Carlo, re di Franza, E le prodezze fatte per amore Dal conte Orlando, e sua strema possanza; Come Rugier, che fu nel mondo un fiore, Fosse tradito; e Gano di Maganza, Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele, Lo uccise a torto, il perfido crudele.
E seguirovi, sì come io suoliva, Strane aventure e battaglie amorose, Quando virtute al bon tempo fioriva Tra cavallieri e dame grazïose, Facendo prove in boschi ed ogni riva, Come Turpino al suo libro ce expose. Ciò vo’ seguire, e sol chiedo di graccia Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.
Nel tempo che il re Carlo de Pipino Mantenne in Franza stato alto e giocondo, Uscì di Tramontana un Saracino, Che pose quasi lo universo al fondo; Nè dove il sol se leva a matutino, Nè dove calla, nè per tutto il mondo, Fo mai trovato in terra un cavalliero Di lui più franco e più gagliardo e fiero.
Mandricardo appellato era il Pagano, Qual tanta forza e tale ardire avia, Che mai non vestì l’arme il più soprano, Ed era imperator di Tartaria; Ma fo tanto superbo ed inumano Che sopra alcun non volse segnoria, Che non fosse in battaglia esperto e forte: A tutti gli altri facea dar la morte.
Onde fo il regno tutto disertato, Abandonò ciascuno il suo paese. Ora trovosse un vecchio disperato, Qual, non sapendo fare altre diffese, Passando avanti al re preso e legato Con alti cridi a terra se distese, Facendo sì diverso lamentare Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.
— Mentre ch’io parlo, disse il vecchio, aspetta, E poi farai di me quel che ti pare. L’anima del tuo patre maledetta Non può il mal fiume allo inferno passare, Perchè scordata se è la sua vendetta. Sopra alla ripa stassi a lamentare: Stassi piangendo e tien la testa bassa, Chè ogni altro morto sopra li trapassa.
Il tuo patre Agrican, non scio se ’l sai, O nol saper te infingi per paura, Dal conte Orlando occiso fo con guai: A te del vendicar tocca la cura. Tu fai morir chi non te offese mai, E meni per orgoglio tanta altura; Non è stimato, datelo ad intendere, Chi offende quel che non si può deffendere.
Va, trova lui, che ti potrà respondere, E mostra contra a Orlando il tuo furore. La tua vergogna non si può nascondere: Troppo è palese ogni atto de segnore. Codardo e vile, or non ti dèi confondere Pensando alla onta grande e il disonore Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco Che hai faccia de apparire in alcun loco?
Così cridava il vecchio ad alta voce, Come io vi conto, e più volea seguire; Se non che Mandricardo, il re feroce, A lo ascoltar non puote sofferire. Una ira sì rovente il cor li coce, Che se convenne subito partire, E ne la zambra se serrò soletto, Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.
Dopo molto pensar prese partito Suo stato e tutto il regno abandonare. Per non esser da altrui mostrato a dito, Giurò nella sua corte mai tornare, Ma reputar se stesso per bandito Sin che il suo patre possa vendicare; Nè a sè ritenne tal pensiero in petto, Ma palesollo e poselo ad effetto.
Avendo a tutto il regno proveduto Di bon governo de ottima persona, Nel tempio de’ suoi Dei ne fo venuto, E sopra al foco offerse la corona; Poi se partì la notte scognosciuto, Ed a fortuna tutto se abandona: Senza arme, a piede e come peregrino Verso ponente prese il suo camino.
Arme non tolse e non mena destriero, Per non voler che al mondo fosse detto Che alcuno aiuto a lui facea mestiero Per vendicar sua onta e suo dispetto. E lui prosume molto de legiero De acquistarse arme e un bon destrier eletto, Sì che ponga ad effetto el suo disegno Sol sua prodezza, e non forza di regno.
Così, soletto sempre caminando, Passò gli Armeni ed altra regïone, E, da un colletto un giorno remirando, Presso a una fonte vidde un paviglione. Là giù se calla, nel suo cor pensando, Se vi trova arme dentro, nè ronzone, Per forza, o bona voglia a ogni partito Non se levar de là, se non fornito.
Poichè fu gionto in su la terra piana, Ne la cortina entrò senza paura. Non vi è persona proxima, o lontana, Che abbia del pavaglion guarda nè cura; Solo una voce uscì de la fontana, Qual gorgogliava per quella acqua pura, Dicendo: Cavallier, per troppo ardire Fatto èi pregione, e non potrai partire.
O che lui non odette, o non intese, Alle parole non pose pensiero, Ma per il pavaglione a cercar prese, Se ivi trovasse nè arme, nè destriero. L’arme a un tapete tutte eran distese, Ciò che bisogna aponto a un cavalliero; E lì fuori ad un pino in su quel sito Legato era un ronzon tutto guarnito.
Quello ardito baron senza pensare L’arme se pose adosso tutte quante. Preso è il destriero e, via volendo andare, Subito un foco a lui fèsse davante. Nel pino prima si ebbe a divampare, E, quello acceso sin sotto le piante, Per ogni lato il foco se trabocca, Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.
Gli arbori e l’erbe e pietre di quel loco Tutte avamparno a gran confusïone; La fiamma cresce intorno a poco a poco, Tanto che dentro chiuse quel barone. A lui se aventa lo incantato foco Ne l’elmo, el scudo, ed ogni guarnisone, E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia Gli ardeano a cerco, come arida paglia.
El cavallier per cosa tanto istrana Lo usato orgoglio ponto non abassa; Smonta de arcion quella anima soprana, Per mezo il foco via correndo passa. Come fu gionto sopra alla fontana, Dentro vi salta e al fondo andar si lassa; Nè più potea campare ad altra guisa: Arso era tutto insino alla camisa.
Chè, come io dissi, e piastre e maglia e scudo Gli ardeano atorno, come foco di esca; Arse la giuppa, e lui rimase ignudo Sì come nacque, in mezo a l’onda fresca; E, mentre che a diletto il baron drudo Per la bella acqua se solaccia e pesca, Parendo ad esso uscito esser de impaccio, Ad una dama se ritrova in braccio.
Era la fonte tutta lavorata Di marmo verde, rosso, azurro e giallo, E l’acqua tanto chiara e riposata, Che traspareva a guisa de cristallo; Onde la dama che entro era spogliata, Così mostrava aperto senza fallo Le poppe e il petto e ogni minimo pelo, Come de intorno avesse un sotil velo.
Questa ricolse in braccio quel barone, Basandoli la bocca alcuna fiata, E disse ad esso: Voi seti pregione, Come molti altri, al Fonte de la Fata; Ma, se sereti prodo campïone, Cotanta gente fia per voi campata, Tanti altri cavallieri e damigelle, Che vostra fama passarà le stelle.
Perchè intendiati il fatto a passo a passo, Fece una fata ad arte la fontana, Che tanti cavallieri ha posti al basso, Che nol potria contar la gente umana. Quivi pregione è il forte re Gradasso, Quale è segnor di tutta Sericana; Di là da la India grande è il suo paese: Tanto è potente, e pur non se diffese!
Seco pregione è il nobile Aquilante E lo ardito Grifon, che è suo germano, Ed altri cavallieri e dame tante, Che a numerarli me affatico invano. Oltre a quel poggio che vedeti avante, Edificato è un bel castello al piano, Ove rinchiuse dentro ha quella fata L’arme di Ettorre, e mancavi la spata.
Ettor di Troia, il tanto nominato, Fu la excellenzia di cavalleria, Nè mai si trovarà, nè fu trovato Chi il pareggiasse in arme o in cortesia. Ne la sua terra essendo assedïato Da re settanta ed altra baronia, Dece anni a gran battaglie, e più, contese: Per sua prodezza sol sè la difese.
Mentre ch’egli ebbe il grande assedio intorno, Se può donar tra gli altri unico vanto Che trenta ne sconfisse in un sol giorno, Che de battaglia avea mandato il guanto; Poi d’ogni altra virtù fu tanto adorno, Che il par non ebbe il mondo tutto quanto, Nè il più bel cavallier, nè il più gentile; A tradimento poi lo occise Achile.
Come fu morto, andò tutta a roina Troia la grande e consumosse in foco. Or dir vi vo’ di sua armatura fina Come se trovi adesso in questo loco. Prima la spata prese una regina Pantasilea nomata; e in tempo poco, Essendo occisa in guerra, perse il brando; Poi l’ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.
Tal spata Durindana è nominata (Non scio se mai la odesti racordare), Che sopra a tutti e’ brandi vien lodata. Or de l’altre arme vi voglio contare: Poi che fu Troia tutta dissipata, Gente da quella se partì per mare Sotto un lor duca nominato Enea; Lui tutte l’arme excetto il brando, avea.
De Ettorre era parente proximano El duca Enea, che avea quella armatura, E questa fata, per un caso istrano, Trasse tal duca de disaventura, Che era condotto a un re malvaggio in mano, Che ’l tenea chiuso in una sepoltura: Stimando trar da lui tesoro assai, Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.
La Fata con incanto lo disciolse, Per arte il trasse fuor de il monumento, E per suo premio le belle arme volse, E il duca de donarle fu contento. Lei poscia a questo loco se racolse E fece l’opra de lo incantamento Onde io vi menarò, quando vi piaccia, E provarò se in core aveti audaccia.
Ma quando non ve piaccia de venire, E vinto vi trovati da viltate, Contro a mia voglia me vi convien dire Quel che serà di voi la veritate: In questa fonte vi convien perire, Come perita vi è gran quantitate, De quai memoria non serà in eterno, Chè il corpo è al fondo e l’anima a lo inferno.
A Mandricardo tal ventura pare Vera e non vera, sì come si sogna; Pur rispose alla dama: Io voglio andare Ove ti piace e dove mi bisogna; Ma così ignudo non scio che mi fare, Chè me ritiene alquanto la vergogna. Disse la dama: Non aver pavento, Chè a questo è fatto bon provedimento.
E soi capegli a sè sciolse di testa, Chè ne avea molti la dama ioconda, Ed abracciato il cavallier con festa Tutto il coperse de la treccia bionda; Così, nascosi entrambi di tal vesta, Uscîr di quella fonte la bella onda, Nè ferno al dipartir lunga tenzone, Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.
Non lo avea tocco, come io disse, il foco, Pieno è di fiori e rose damaschine. Loro a diletto se posarno un poco Entro un bel letto adorno de cortine. Già non scio dir se fecero altro gioco, Chè testimonio non ne vide el fine; Ma pur scrive Turpin verace e giusto Che il pavaglion crollava intorno al fusto.
Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa Tra fresche rose e’ fior che mena aprile, La damigella prese una camisa Ben perfumata, candida e sotile; Poi de una giuppa a più color divisa Di sua man vestì il cavallier gentile; Calcie gli diè vermiglie e speron d’oro, Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.
Dopo lo arnese lo usbergo brunito Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco, E uno elmo a ricche zoie ben guarnito Li porse e cotta d’arme e scudo bianco; Indi condusse un gran destriero ardito, E Mandricardo non parve già stanco, Nè che lo impacci l’arme, o guarnisone: D’un salto armato entrò sopra allo arcione.
La damigella prese un palafreno Che ad un verde genevre era legato, E, caminando un miglio o poco meno, Passarno il colle e gionsero al bel prato, Dicendo a lui la dama: Intendi appieno, Chè tutto il fatto ancor non te ho contato: Acciò che intenda ben quel che hai a fare, Col re Gradasso converrai giostrare.
Adesso del castello è campïone E diffensore il re tanto membruto; Cotale impresa prima ebbe Grifone, Qual da lui poco avanti fu abattuto. Se quel te vince, restarai pregione Sin che altro cavallier ti doni aiuto; Ma se lui getti sopra alla pianura, Te provarai a l’ultima ventura.
Provar convienti al glorïoso acquisto Di prender l’arme che fôrno di Ettòre; Più forte incanto il mondo non ha visto, E sino a qui ciascun combattitore Ce è reuscito a tale impresa tristo, Nè par che gionga alcuno a tanto onore; E tu la proverai, poichè èi venuto: Fortuna o tua virtù ti darà aiuto.
Così parlando gionsero al castello. Mai non se vidde il più ricco lavoro: Le mura ha de alabastro, e il capitello De ogni torre è coperto a piastre d’oro. Verdeggiava davanti un praticello Chiuso de mirto e de rami de aloro Piegati insieme a guisa di steccato, E stavi dentro un cavalliero armato.
— El re Gradasso è quel che avanti appare, Disse la dama, dentro a quel ridotto. Ora con me non averai a fare, Chè sempre teco mi trovai di sotto. E Mandricardo, odendo tal parlare, La vista a l’elmo se chiuse di botto; Spronando a tutta briglia e gran tempesta, A mezo il corso l’asta pose a resta.
Da l’altra parte il forte re Gradasso Contra di lui se mosse con gran fretta. Alcun de’ duo corsier non mostra lasso, Anci sembravan folgore e saetta, E se incontrarno insieme a tal fraccasso, Che par che nello inferno il cel si metta, E la terra profondi e la marina: Odita non fu mai tanta ruina.
Ni quel, ni questo se mosse de arcione, E sì fiaccarno l’una e l’altra lanza, Che sino a l’aria andava ogni troncone: Un palmo integro d’esse non avanza. Or veder se conviene il parangone De’ cavallieri e l’ultima possanza, Perchè, voltati con le spade in mano, Se razuffarno insieme in su quel piano.
Cominciâr la battaglia orrenda e scura: Già non mostrava un scherzo il crudo gioco, Chè pure a riguardarlo era paura, Perchè a ogni colpo se avampava un foco. A pezzi sì ne andava ogni armatura, Già ne era pieno il prato in ogni loco; E lor pur drieto, e non guardano a quella: Ciascuno a più furor tocca e martella.
Duo guerrier son costor di bona raccia, E ben lo dimostravan ne lo aspetto: Cinque ore e più durò tra lor la traccia, Pervennero alla fine in questo effetto: Che Mandricardo il re Gradasso abraccia Per trarlo de lo arcione al suo dispetto, E il re Gradasso a lui se era afferrato, Sì che ne andarno insieme in su quel prato.
Non so se fu fortuna o fusse caso, Quando caderno entrambi de lo arcione, Di sopra Mandricardo era rimaso, E convenne a Gradasso esser pregione. Già se ne andava il sol verso l’occaso Allor che se finì la questïone, E la donzella di cui vi ho parlato, Con piacevol sembiante entrò nel prato;
Ed a Gradasso disse: O cavalliero, Vetar non pôsse quel che vol fortuna: Lasciar questa battaglia è di mestiero, Perchè la notte vene e il cel se imbruna; Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero; E dir ti scio che mai sotto la luna Fo sì strana ventura in terra, o in mare, Come al presente converrai provare.
Come di novo il giorno sia apparito, Vedrai l’arme di Ettorre e chi le guarda; Ora che il sole all’occidente è gito, Entrar non pôi, chè l’ora è troppo tarda. In questo tempo pigliaren partito Che tua persona nobile e gagliarda Qua sopra a l’erba prenda alcun riposo, Sin che il sol se alci al giorno luminoso.
Dentro alla rocca non potresti entrare (Di notte mai non se apre quella porta); Tra fiori e rose qua pôi riposare, Ed io vegliando a te farò la scorta. Ben, se ti piace, te posso menare Ove una dama grazïosa e accorta Onora ciascaduno a un suo palagio, Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.
Perchè un ladron, che Dio lo maledica! Quale è gigante e nome ha Malapresa, Alla donzella, come sua nemica, Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa; Onde non pigliarai questa fatica, Chè converresti sieco aver contesa, Nè a te bisogna più briga cercare, Perchè domane avrai troppo che fare.
Rispose Mandricardo: In fede mia, Tutto è perduto il tempo che ne avanza, Se in amor non si spende, o in cortesia, O nel mostrare in arme sua possanza; Onde io ti prego per cavalleria Che me conduci dentro a quella stanza Qual m’hai contata; e farem male, o bene, Se Malapresa ad oltraggiar ce viene.
Per compiacere adunque al cavalliero, La damigella se pose a camino. Lei era a palafreno, esso a destriero, Sì che in poca ora gionsero al giardino Ove è posto il palagio del verziero, Qual lustreggiava tutto quel confino; Cotanti lumi accesi avea de intorno, Che si cerniva come fusse il giorno.
Sopra alla porta del palagio altano Era un verone adorno a meraviglia, Ove si stava giorno e notte un nano, Che di far guarda molto se assotiglia. Come suonato ha il corno, a mano a mano Corre de intorno tutta la famiglia, E, se egli è Malapresa, il rio ladrone, Saette e sassi tran da ogni balcone.
Se egli è barone, o cavalliero errante, Dece donzelle, ad onorare avezze, Apron la porta e con lieto sembiante Al cavallier fan festa e gran carezze; E notte e giorno il servon tutte quante, Con sì bon viso e tal piacevolezze E con tanto piacere e tanta zoglia, Che indi a partirse mai non li vien voglia.
Dunque a tal modo tra le dame accolto Fu Mandricardo con faccia serena. La dama del verzier con lieto volto A braccio sieco festeggiando il mena; Nè passeggiarno per la loggia molto, Che con diletto se assettarno a cena, Serviti alla real di banda in banda De ogni maniera de optima vivanda.
A lor davanti cantava una dama, E con la lira a sè facea tenore, Narrando e’ gesti antichi e di gran fama, Strane aventure e bei motti d’amore; E mentre che de odire avean più brama, Odirno per la corte un gran romore. Ahimè! ahimè! dicean; che cosa è questa, Che ’l nano suona il corno a tal tempesta?
Così dicean le dame tutte quante, E ciascuna nel viso parea morta. Già Mandricardo non mutò sembiante, Chè era venuto a posta per tal scorta. Perchè intendiati il tutto, quel gigante De cui vi dissi, avea rotta la porta, E del romore e gran confusïone Che ora vi conto, lui ne era cagione.
Entrò cridando quel dismisurato: Parean tremar le mura alla sua voce; De una spoglia di serpe ha il busto armato, Che spata o lancia ponto non vi noce. Portava in mano un gran baston ferrato Con la catena il malandrin feroce; In capo avea di ferro un bacinetto, Nera la barba e grande a mezo il petto.
Quando egli entrava ne la loggia aponto, Tratto avea Mandricardo il brando apena; Nè stette a calcular la posta, o il conto, Ma nel primo arivare assalta e mena, Ed ebbe nella cima il baston gionto, E via tagliò di netto la catena. Ricopra il colpo e tira un manroverso, E tagliò tutto il scudo per traverso.
Per questo colpo il gigante adirato Menò del suo baston, che a due man prese; E il cavallier de un salto andò da lato, E ben de gioco a quella posta rese; A ponto gionse dove avea segnato, Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese, E spezzò quello e le calcie di maglia, Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.
Quel cade a terra. A voi lascio pensare Se le donzelle ne menavon festa. Più Mandricardo nol volse toccare, Onde un sergente li partì la testa. Fuor del palagio il fecer trasinare, E longi il sepellirno alla foresta; Le gambe gettâr sieco in quella fossa: Di lui più mai non si parlò da possa.
Come se stato mai non fosse al mondo, Di lui più non si fa ragionamento. Le dame cominciarno un ballo in tondo, Suonando a fiato, a corde ogni instromento, Con voci vive e canto sì iocondo, Che ciascun qual ne avesse intendimento, Essendo poco a quel giardin diviso, Giurato avria là dentro il paradiso.
Così durando il festeggiar tra loro, Bona parte di notte era passata, E stando incerco come a consistoro, Venne di dame una nova brigata: Chi ha frutti, chi confetti e coppe d’oro, E ciascuna fu presto ingenocchiata, E la dama cortese e il cavalliero Se renfrescarno senza altro pensiero.
De bianche torze vi è molto splendore, E girno a riposar senza sospetti. Parate eran le zambre a grande onore De fina seta e bianchissimi letti; Rame de aranci intorno e molto odore, E per quei rami stavano occelletti, Che a’ lumi accesi se levarno a volo. Ma qua non stette il cavallier lui solo,
Perchè una dama il rimase a servire De ciò che chieder seppe, più ni meno. La notte ivi ebbe assai che fare e dire, Ma più ne avrà nel bel giorno sereno, Come tornando potereti odire Lo orrendo canto e di spavento pieno, Che il maggior fatto mai non fo sentito. Addio, segnori: il canto è qui finito.