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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto V

L'anello rubato

Orlando distrugge il giardino di Falerina, mentre ad Albracca il piccolo Brunello ruba l'anello di Angelica, il cavallo di Sacripante e la spada di Marfisa.

In breve

Orlando potrebbe uscire dal giardino incantato, ma decide di distruggerlo: protetto da un graticcio coperto di terra, arriva sotto un albero che fa piovere mele d'oro pesantissime e ne taglia il tronco. Il giardino sparisce in una nuvola di fumo. Falerina chiede pietà: se lei muore, moriranno anche i prigionieri del suo ponte incantato. Orlando, che non ucciderebbe mai una donna, va con lei a liberarli.

Ad Albracca, mentre Marfisa e Sacripante combattono, arriva il ladro Brunello: si arrampica sulla rupe, sfila l'anello dal dito di Angelica e scappa a nuoto; poi ruba a Sacripante il cavallo da sotto la sella e a Marfisa la spada di mano. Intanto un enorme esercito turco rinforza l'assedio. Il re Galafrone propone di chiedere aiuto a Gradasso, e Sacripante, travestito da pellegrino, attraversa di notte il campo nemico per andare a cercarlo.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 08

Le prove di Falerina

2 scene su questo canto · 2 min

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Capitolo 11

Il giovane nascosto

2 scene su questo canto · 1 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Orlando aveva legato i giganti e ormai poteva uscire dal giardino. Ma non voleva andarsene così. In quel giardino erano morti tanti cavalieri e tante dame: bisognava distruggerlo per sempre.

Il libretto spiegava come fare. In mezzo al giardino c'era un albero altissimo, carico di mele d'oro grosse come una testa. Bastava spezzarne la cima, e l'incantesimo spariva. Ma appena qualcuno si avvicinava, l'albero tremava e faceva piovere le sue mele pesantissime. Nessuno, fino ad allora, ce l'aveva fatta.

Orlando intrecciò dei rami e ci mise sopra zolle d'erba e terra: era come un tetto da portare sulle spalle. Poi corse verso l'albero. Le mele cadevano fitte come neve, e il tetto diventava sempre più pesante. Ma Orlando era fortissimo: arrivò al tronco e lo tagliò con un colpo solo.

Subito la terra tremò e un gran fumo coprì ogni cosa. Quando tornò il sereno, il giardino non c'era più: muri, fontana, palazzo, tutto sparito! Era rimasto solo un grande prato, e Falerina, ancora legata al suo albero. Piangendo, la maga chiese pietà. «Se muoio io, moriranno anche i prigionieri del mio ponte incantato. Se mi salvi, li libererò tutti.» Orlando non avrebbe mai ucciso una donna. Così partì con lei per andare a liberarli.

Intanto, al castello di Angelica, arrivò Brunello, il piccolo ladro mandato da Agramante. Si arrampicò sulla roccia a picco, dove a fatica sarebbe salito un ragno. Poi scivolò tra la gente e, in pieno giorno, sfilò l'anello dal dito di Angelica! Lei gridò «Prendetelo!», ma Brunello saltò giù dalla rupe e sparì nel fiume, nuotando come una rana. Tutti lo credettero annegato.

Non lo era affatto. Uscì dall'acqua e trovò Sacripante e Marfisa che si riposavano dal loro duello. Sacripante, in sella, era così pensieroso che non si accorse di niente. Brunello slacciò la cinghia, sostenne la sella con un palo e gli sfilò il cavallo da sotto! Poi tolse la spada di mano a Marfisa e scappò al galoppo. Marfisa lo inseguì, furiosa, ma lui si voltò a farle uno sberleffo: «Così s'impara!»

Ora Angelica era disperata. Senza l'anello non aveva più difese, e intanto un enorme esercito di Turchi arrivò a rinforzare i nemici intorno al castello. Allora suo padre, il vecchio re Galafrone, propose di chiedere aiuto a Gradasso, il re fortissimo che voleva la spada di Orlando.

Quella notte Sacripante si travestì da pellegrino, cioè da viaggiatore diretto a un luogo santo. Sotto il mantello nascondeva l'armatura e la spada. Passò in mezzo ai nemici senza che nessuno lo guardasse.

Riuscirà a trovare Gradasso? Prima, però, il poeta vuole raccontarci di Rodamonte, che si vanta di conquistare la Francia in tre giorni.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

L'albero dalle mele d'oro ott. 1–9

«Vita lieta, e senza fine, a voi che mi ascoltate con piacere» comincia il poeta. Avevamo lasciato Orlando che, dopo tanta fatica, aveva legato i due giganti al ponte: ha vinto tutto, e ora può uscire dal giardino quando vuole. Ma pensa che andarsene così non sarebbe un onore completo, né soddisferebbe chi lo ha mandato; e sarebbe un gran male lasciare in piedi un giardino dove vengono uccisi crudelmente dame e cavalieri di ogni paese. Così cerca un modo per distruggerlo e mettere fine per sempre a quella usanza spietata.

Legge il libretto e scopre che in mezzo al giardino c'è un albero: se si spezza un ramo della sua cima, il giardino sparisce all'istante. Ma chiunque ci abbia provato ha trovato la morte. Orlando, che non sa che cosa sia la paura, decide di compiere l'impresa. Torna indietro per una valle fino al palazzo, ritrova la maga ancora legata al faggio e la lascia lì.

Ed ecco, in mezzo alla pianura, l'albero, bellissimo. È così alto che nemmeno una freccia scoccata da un arco turco arriverebbe in cima, eppure il suo tronco non è più grosso di un braccio. Ha rami lunghi e sottili e foglie verdi che cambia ogni giorno e che nascondono spine acute. È carico di mele d'oro, lucide, rotonde e pesanti, grosse come la testa di un uomo. Basta che qualcuno si avvicini battendo i piedi per terra, e l'albero trema e lascia cadere una tempesta di mele: chi viene colpito muore. Il tronco è liscissimo, e in cima è sottile come un dito: nessuno potrebbe salirci. Orlando sa tutto questo, perché l'ha letto nel libro.

La fine del giardino ott. 10–15

Ma più le cose sono difficili, più lui si ostina. Taglia dei rami di faggio, ne fa un graticcio, ci mette sopra zolle d'erba e terra, se lo lega stretto sulle spalle e sulla testa e parte di corsa. È così forte che, come racconta Turpino, una volta portò una colonna intera da Anglante a Brava. Appena arriva sotto l'albero, la pianta trema fino alle radici e le mele cadono fitte come neve.

Il conte corre verso il tronco sotto la tempesta, con il graticcio ormai così carico che il peso da solo basta a schiacciarlo. Ma ci arriva, e non pensa nemmeno ad arrampicarsi: con un colpo solo taglia il tronco, e la cima si spezza.

Subito il prato trema, il sole si nasconde e un fumo copre il monte e la pianura. In mezzo arde un fuoco più grande di una torre: è uno spirito dell'abisso che distrugge il giardino. Quando torna il sereno, la muraglia di roccia, la fontana e il palazzo sono spariti: c'è solo una vasta prateria. Di tutto quello che c'era è rimasta soltanto la maga malvagia, Falerina, legata al tronco come prima.

Falerina chiede pietà ott. 16–24

Vedendo il suo giardino distrutto, Falerina piange forte e non sta più zitta come prima: «Barone, fiore dei forti, lo confesso, merito la morte. Ma se mi uccidi adesso moriranno anche le dame e i cavalieri che ho prigionieri, e sarebbe una grande crudeltà. Ho costruito con l'inganno questo giardino in sette mesi, e tu l'hai distrutto in un giorno. L'ho fatto per vendicarmi di un cavaliere, Ariante, e della sua dama, quella falsa di Origille; ma per mia sfortuna nessuno dei due è mai arrivato qui, e sono morte più persone di quante foglie ha questo faggio.

Nel giardino morivano tutti quelli che arrivavano, ma la maggior parte me li mandava il ponte che ho costruito su un fiume, custodito da un vecchio malvagio che ci porta tanta gente: il ponte si chiude da solo su chi ci arriva. Poco tempo fa ci è passata anche un'incantatrice, la figlia del re Galafrone, che ora, dicono, è assediata con il padre in una fortezza: il vecchio l'aveva presa, ma lei, non so come, è scappata e ha fatto fuggire tutti gli altri.

Adesso però lì ci sono molti prigionieri, e se io muoio il ponte sparirà per sempre e loro con me, e la colpa sarà tua. Se mi salvi, invece, ti giuro che li lascerò tutti liberi. Se non mi credi, portami con te legata come sono, tanto ormai sono disonorata comunque, e distruggerò la torre davanti ai tuoi occhi. Scegli tu: far morire gli altri o salvare me.»

Il conte decide subito: non l'avrebbe uccisa in nessun caso, perché Orlando non ucciderebbe mai una donna, per quanto offeso. Così vanno insieme verso il ponte... Ma qui la storia li lascia, e torna da Marfisa e Sacripante.

Brunello sale sulla rocca ott. 25–31

Il duello va avanti come prima: Marfisa ha un'armatura che nessuna lancia e nessuna spada riescono a ferire, e Sacripante ha un cavallo così veloce che lei colpisce sempre a vuoto. Mentre combattono, arriva all'improvviso alla fortezza Brunello, il ladro africano servitore del re di Fiessa, dopo aver attraversato molti paesi. È Agramante che lo manda, perché si era vantato di entrare nel castello di Albracca e di togliere dal dito della dama dal viso di rosa l'anello che fa svanire ogni incantesimo: serve per trovare Ruggiero, nascosto sul monte di Carena.

Brunello sale leggero sulla rupe, dove a stento salirebbe un ragno, perché il castello è tagliato a picco da ogni parte. C'è un solo sentiero scavato col piccone, e lì stanno le guardie; ma dalla parte del fiume la pietra è liscia, e nessuno la sorveglia, perché senza ali non si può salire. Brunello invece è un maestro ad arrampicarsi: sale come se avesse una corda, raggiunge il muro e si arrampica anche su quello, muovendo braccia e gambe come se nuotasse, tranquillo come su un prato. Passato il muro, va di nascosto come una volpe; ed è pieno giorno, ma lui si nasconde così bene che arriva fino alla principessa.

Il furto dell'anello ott. 32–36

Angelica è in cima alla porta e guarda la battaglia tra Marfisa e Sacripante, circondata da una gran folla. C'è chi indica: «Guarda come colpisce Marfisa! Sacripante si salverà a stento!» E chi risponde: «Si difenderà bene, purché non si faccia prendere e non le lasci uccidere il cavallo.» Brunello non pensa nemmeno ad aspettare la notte: si infila tra la gente e le sfila l'anello.

Angelica non se ne sarebbe nemmeno accorta, se non si fosse spaventata vedendo la sua faccia. Il ladro, con l'anello, corre verso la rupe da dove è salito, e tutti lo inseguono, mentre Angelica si strappa i capelli e grida piangendo: «Prendetelo! Prendetelo! Sono rovinata, se non lo prendete!» Ma lui scavalca il muro, salta giù, scende la parete come se fossero gradini e arriva al fiume. L'acqua è alta e veloce, ma lui nuota come un pesce: si tuffa e sparisce, tenendo fuori solo il muso, proprio come una rana. Dal castello guardano dappertutto e, non vedendolo, lo credono annegato.

Un cavallo e una spada ott. 37–42

Angelica si dispera e si batte il viso. Brunello invece esce dal fiume, attraversa di corsa la campagna e arriva dove Marfisa e Sacripante si stanno riposando dopo il secondo assalto. «Non me ne andrò senza guadagnare qualcosa anche da voi» pensa. «Se non vi spoglio, vi è andata bene; ma visto che siete gente valorosa, sarò cortese: quello che vi lascio, è roba mia che vi regalo.»

Sacripante se ne sta in disparte, triste, pensando al suo regno in fiamme, e non si accorge di niente. «Che razza di uomo è questo, che dorme in piedi e ha un cavallo così bello?» dice il ladro. «La prossima volta starà più sveglio.» Prende un grosso palo, slaccia in fretta la cinghia e infila il legno sotto la sella; e prima che Sacripante se ne accorga, Brunello se ne va con il cavallo, e il re resta a piedi.

Marfisa resta a guardare, così sbalordita che sembra fuori di sé. Il ladro la coglie di sorpresa, le sfila la spada di mano e scappa al galoppo. Marfisa lo insegue minacciando: «Furfante, la pagherai cara!» Ma lui si volta, le fa un gesto di scherno e grida mentre fugge: «Così s'impara!» Tutto il campo gli corre dietro gridando «Prendetelo! Fermatelo!», ma con un cavallo come quello Brunello non ha paura di essere preso.

Angelica disperata ott. 43–48

Sacripante resta stordito e non sa nemmeno come sia andata, se non che ha perso il cavallo. «Dov'è quello che mi ha preso in giro? Come ha fatto, senza che lo vedessi? Un inganno simile deve essere opera degli spiriti. Ma allora la mia dama, con l'anello, mi farà riavere il mio cavallo.» Torna al castello pensieroso, e trova Angelica quasi morta di dolore.

«Anima mia, chi ti ha fatto del male?» le chiede. E lei, tra sospiri e lacrime: «Non ho più difese. Presto Marfisa mi avrà nelle sue mani e mi ucciderà tra i tormenti. Ho perso l'ultima speranza che mi restava, e mi pesa ancora di più perché è successo così, come per scherzo, e non so nemmeno chi mi abbia portato via una cosa tanto preziosa.» Sacripante, che era nel campo, non ne sapeva niente; gli raccontano che il ladro le ha sfilato l'anello dal dito, si è buttato giù dalla rupe ed è annegato nel fiume.

«Per Macone, magari fosse annegato!» dice il re. «Ma non è così: in battaglia mi ha rubato il cavallo da sotto e se n'è scappato per i prati. Marfisa lo sta inseguendo, ma non lo prenderà: conosco bene il cavallo che ha.»

Arrivano i Turchi ott. 49–54

Mentre parlano, la sentinella della rocca grida «All'armi!» e suona la campana: nella pianura arriva un esercito sterminato, con tante bandiere che non se ne vede la fine. Sono più di duecentomila uomini venuti dalla Turchia, guidati dal forte Caramano: li ha chiamati Torindo, che vuole vedere morire Angelica. Si accampano con grandi grida e giurano di non andarsene finché la rocca non sarà crollata.

Angelica trema di paura: i nemici sono sempre di più, e lei non può aspettarsi aiuto da nessuno. Ripensa a quando la soccorse Orlando con tanti buoni guerrieri, e che lei stessa ha mandato in quel giardino incantato; e maledice la sorte, se stessa, il destino e il suo amore per Rinaldo, che l'ha accesa al punto da toglierle ogni aiuto e ogni difesa.

Con lei è rimasto solo Sacripante, ma senza il cavallo che lo reggeva contro Marfisa non esce più a combattere. È angosciato per il regno perduto, ma soffre ancora di più vedendo la sua dama in pericolo: del cavallo e del regno non gli importerebbe niente, se potesse aiutare lei. Il castello ha viveri per tre mesi: prima che finiscano, bisogna trovare una soluzione.

Il piano di Galafrone ott. 55–63

Il re Galafrone si riunisce a consiglio con Sacripante e con la figlia. «Ascoltate» dice il vecchio, «perché ogni altro soccorso mi sembra inutile. Un mio parente regna oltre l'India, nella Sericana: si chiama Gradasso, e al mondo non ha uguali. Ha conquistato da solo settantadue regni, la Spagna e la Francia, e ora, per superbia, si è tolto la corona e ha giurato di non rimetterla finché non avrà compiuto la sua impresa.

Quando vinse la Francia e catturò re Carlo, infatti, Carlo gli promise di mandargli la spada più famosa del mondo, quella di un barone che si chiama Orlando. Gradasso l'ha aspettata invano, e ora ha deciso di tornare in Occidente per catturare Carlo e tutta la sua gente. Nella sua antica capitale, Druantuna, sta radunando un esercito così grande che non se n'è mai visto uno simile sotto la luna; anche se, a confronto della sua forza, quell'esercito per me è niente. Sarebbe il rimedio migliore per salvarci da Marfisa: so che verrebbe subito. Ma non trovo il modo di fargli sapere dell'assedio.»

Poi si volta verso Sacripante: «Figlio mio, tu sei coraggiosissimo e ami tanto me e mia figlia che hai rischiato la vita più volte, e né Mandricardo, che ti prende il regno, né la morte del tuo caro Olibandro ti hanno distolto dall'aiutarci. Ti giuro su Macone che mia figlia e tutto il mio regno saranno sempre ai tuoi ordini; ma è un'offerta inutile, se non troviamo aiuto, e senza Gradasso siamo alla fine. Perciò ti scongiuro: va' a cercarlo nella Sericana. Stasera, col buio, potrai scendere tra i nemici: ci stimano così poco che non fanno nemmeno la guardia.»

Sacripante pellegrino ott. 64–67

Sacripante non fa tante parole: gli dispiace solo di non poter partire subito. Appena fa buio, travestito da pellegrino, attraversa l'accampamento nemico senza che nessuno lo guardi: ha il bastone da pellegrino, ma sotto il mantello porta l'armatura e la spada. Galafrone resta assediato con la figlia, e Sacripante, durante il viaggio, incontrerà una grande avventura.

La sentirete, dice il poeta, insieme ad altre cose meravigliose accadute in India, al Sasso della Fonte. Ma prima voglio raccontarvi di Rodamonte, che non stima il suo Macone più di una foglia secca: il suo dio sono il coraggio e la forza, e non adora ciò che non vede. Questo superbo crede di conquistare da solo il mondo intero, e ora vuole passare in Francia e si vanta di prenderla in tre giorni, come sentirete nel prossimo canto.

Parole difficili

  • arco de Turco ott. 6: l'arco dei Turchi, famoso per la sua potenza.
  • pome ott. 7: frutti, mele.
  • arcata ott. 9: la distanza di un tiro d'arco.
  • sticcia ott. 10: stizza, ostinazione.
  • gradiccia ott. 10: graticcio, un intreccio di rami.
  • tamanta ott. 11: così grande.
  • Brava ott. 11: città della Francia, oggi Blaye, di cui Orlando è signore.
  • spirto d'abisso ott. 14: spirito dell'inferno, demonio.
  • raparsi ott. 30: arrampicarsi.
  • mal cavestro ott. 30: furfante, uno che meriterebbe il capestro, cioè la forca.
  • a nôto ott. 30: a nuoto.
  • cingia ott. 40: cinghia, la fascia che tiene ferma la sella sul cavallo.
  • giotton ott. 42: ghiottone, furfante.
  • fico ott. 42: gesto di scherno fatto con la mano.
  • a cianza ott. 46: per scherzo, alla leggera.
  • Sericana ott. 55: il regno di Gradasso, oltre l'India.
  • bordone ott. 65: il lungo bastone dei pellegrini.
  • schiavina ott. 65: il mantello di lana grossa dei pellegrini.

Il testo di Boiardo

67 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Vita zoiosa, e non finisca mai, A voi che con diletto me ascoltati. Segnori, io contarò dove io lasciai, Poi che ad odire sete ritornati, Sì come Orlando con fatica assai Quei duo giganti al ponte avea legati. Vinto ha ogni cosa il franco paladino, Et a sua posta uscir può del giardino.

2

Ma lui tra sè pensava nel suo core Che, se a quel modo fuora se n’andava, Non era ben compito de l’onore, Nè satisfatto a quella che ’l mandava; Et era ancora al mondo un grande errore, Se quel giardino in tal forma durava, Chè dame e cavallier d’ogni contrate Vi erano occisi con gran crudeltate.

3

Però si pose il barone a pensare Se in alcun modo, o per qualche maniera Quessto verzier potesse disertare; Così la lode e la vittoria intiera Ben drittamente acquistata gli pare, Poi che l’usanza dispietata e fiera Che strugge tante gente pellegrine, Per sua virtute sia condutta a fine.

4

Legge il libretto, e vede che una pianta Ha quel giardino in mezzo al tenimento, A cui se un ramo de cima se schianta, Sparisce quel verziero in un momento; Ma di salirvi alcun mai non si vanta, Che non guadagni morte o rio tormento. Orlando, che non scia che sia paura, Destina de compir questa ventura.

5

Ritorna adietro per una vallata, Che proprio ariva sopra al bel palaggio Ove la dama prima avea trovata, Che mirandosi al brando stava ad aggio; E lui lì presso la lasciò legata, Come sentesti, a quel tronco di faggio; Così la ritrovò legata ancora: Ivi la lascia e non vi fa dimora.

6

De gionger alla pianta avea gran fretta; Et ecco in mezo di quella pianura Ebbe veduta quella rama eletta, Bella da riguardare oltra misura. D’arco de Turco non esce saetta Che potesse salire a quella altura; Salendo e’ rami ad alto e’ fa gran spaccio, Nè volta il tronco alla radice un braccio.

7

Non è più grosso, et ha li rami intorno Lunghi e sotili, et ha verde le fronde; Quelle gietta e rinova in ciascun giorno, E dentro spine acute vi nasconde. Di vaghe pome d’oro è tutto adorno; Queste son grave e lucide e rotonde, E son sospese a un ramo piccolino: Grande è il periglio ad esserli vicino.

8

Grosse son quanto uno omo abbia la testa, E come alcuno al tronco s’avicina, Pur sol battendo i piedi alla foresta, Trema la pianta lunga e tenerina; E cadendo le pome a gran tempesta, Qualunche è gionto da quella roina Morto alla terra se ne va disteso, Perchè non è riparo a tanto peso.

9

Alti li rami son quasi una arcata; Il tronco da lì in gioso è sì polito, Che non vi salirebbe anima nata, E se alcun fosse di salire ardito, Non serìa sostenuto alcuna fiata, Perchè alla cima non è grosso un dito. Ogni cosa sapeva Orlando a ponto: Letto nel libro aveva ciò che io conto.

10

E lui prende nel cor tanto più sticcia Quanto le cose son più faticose, E per trar questo al fin la mente adriccia. Taglia de un faggio le rame frondose Subitamente, e fece una gradiccia; Crosta di prato e terra su vi pose, Poi sopra alle sue spalle e alla testa Stretta la lega, e va che non s’arresta.

11

Aveva il conte una forza tamanta, Che già portava, come Turpin dice, Una colonna integra tutta quanta D’Anglante a Brava per le sue pendice. Or, come gionto fu sotto la pianta, Tutta tremò per sino alla radice. Le sue gran pome, ciascuna più greve, Vennero a terra e spesse come neve.

12

Il conte va correndo tutta fiata, E de gionger al tronco ben s’appresta, Chè già tutta la terra è dissipata, Nè manca di cader l’aspra tempesta. Ora era carca tanto quella grata, Che sol di quel gran peso lo molesta, E se ben presto al tronco non ariva, Quella roina della vita il priva.

13

Come fu gionto a quella pianta gaglia, Non vi crediati che voglia montare; Tutta a traverso de un colpo la taglia: La cima per quel modo ebbe a schiantare. Come fu in terra, tutta la prataglia D’intorno intorno cominciò a tremare; Il sol tutto se asconde e il celo ascura, Coperse un fumo il monte e la pianura.

14

Ove sia il conte non vede nïente, Trema la terra con molto romore. Eravi per quel fumo un fuoco ardente, Grande quanto una torre, e ancor maggiore; Questo è un spirto d’abisso veramente, Che strugge quel giardino a gran furore, E, come al tutto fu venuto meno, Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno.

15

La pietra che ’l verzier suolea voltare, Tutta è sparita e più non se vedia; Ora per tutto si può caminare. Largo è il paese, aperto a prateria, Nè fonte nè palagio non appare; De ciò che vi era, sol la dama ria, Io dico Falerina, ivi è restata, Sì come prima a quel tronco legata.

16

La qual piangendo forte lamentava, Poi che disfatto vidde il suo giardino, Nè come prima tacita si stava Negando dar risposta al paladino; Ma con voce piatosa lo pregava Che aggia mercè del suo caso tapino, Dicendogli: Baron, fior de ogni forte, Ben ti confesso ch’io merto la morte.

17

Ma se al presente me farai morire, Sì come io ne son degna in veritade, E dame e cavallier farai perire, Che son pregioni, e fia gran crudeltade. Acciò che intendi quel che ti vo’ dire, Sappi che io feci con gran falsitade Questo verziero e ciò che gli era intorno, In sette mesi; ora è sfatto in un giorno.

18

Per vendicarme sol de un cavalliero E de una dama sua, falsa, putana, Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero, Ha consumata molta gente umana; Nè ancora mi bastò questo verziero: Io feci un ponte sopra a una fiumana, Dove son prese e dame e cavallieri, Quanti ne arivan per tutti e’ sentieri.

19

Quel cavalliero è nomato Arïante, Origilla è la falsa che io contai. Or de costoro io non dico più avante, A benchè vi serìa da dire assai. Per mia sventura tra gente cotante Alcun de questi duo non gionse mai, E già più gente è morta a tal dannaggio Che non ha rami o fronde questo faggio.

20

Perchè al giardin, che fu meraviglioso, Tutti eran morti quanti ne arrivava; Ma il numero più grande e copïoso, Il ponte ch’io t’ho detto, mi mandava, Perchè avea in guarda un vecchio doloroso, Che molta gente sopra vi guidava. Il ponte non bisogna che io descriva, Ma per sè stesso chiude chi ve ariva.

21

Nè è molto tempo che una incantatrice, Quale è figliola del re Galafrone, Che ora col patre, sì come se dice, Assedïata è dentro ad un girone, Passando alor di qua, quell’infelice, Al ponte fo condutta dal vecchione, E poi, con modo che io non sazo dire, Partisse, e tutti gli altri fie’ fuggire.

22

Ma molti vi ne sono ora al presente, Perchè ne prende sempre il vecchio assai, E, come io serò occisa, incontinente Il ponte e lor non si vedran più mai, E meco perirà cotanta gente: E tu cagion di tutto il mal serai. Ma se mi campi, io ti prometto e giuro Che lasciarò ciascun franco e sicuro.

23

E se non dài al mio parlar credenza, Menami teco, come io son, legata, (Presa, o disciolta, io non fo differenza, Chè ad ogni modo io son vituperata), E disfarò la torre in tua presenza, E tutta salvarò quella brigata. Piglia il partito, adunque, che ti pare, O fa l’altri morire, o mi campare.

24

Presto questo partito prese il conte, Chè morta non l’avrebbe ad ogni guisa; Ni per grave dispetto, ni per onte Avrebbe Orlando una donzella occisa. D’acordo adunque se ne vanno al ponte.... Ma più di lor la istoria non divisa, E torna ove lasciò, poco davante, Marfisa alla battaglia e Sacripante.

25

La zuffa per quel modo era durata, Che io vi contai ne l’assalto primiero; Marfisa di tal arme era adobbata, Che di ferirla non facea mistiero Ponta di lancia, ni taglio di spata; E Sacripante aveva il suo destriero Che è sì veloce che si vede apena, Onde la dama indarno e’ colpi mena.

26

Ma mentre che tra lor sopra quel piano È la battaglia de più colpi spessa, A benchè ciascadun al tutto è vano, Chè essa non nôce a lui nè lui ad essa, Brunello il ladro, il quale era Africano, E fo servente del gran re de Fiessa, Avea passate molte regïone, E de improviso è già gionto al girone.

27

Agramante mandò questo Brunello, Perchè davanti a lui se era avantato Venire ad Albracà dentro al castello, Ove è la dama dal viso rosato, E tuore a lei di dito quello annello, Quale era per tale arte fabricato, Che ciascaduno incanto a sua presenza Perdea la possa con la appariscenza.

28

Fatto era questo per trovar Rugiero, Che era nascoso al monte di Carena, E però questo ladro tanto fiero Vien con tal fretta e tal tempesta mena. Sopra a quel sasso n’andava legiero, Che non vi avria salito un ragno a pena, Però che quel castello in ogni lato A piombo, come muro, era tagliato.

29

E sol da un canto vi era la salita, Tutta tagliata a botta di piccone, E sol da questa è la intrata e la uscita, Dove alla guarda stan molte persone; Ma verso il fiume è la pietra polita, Nè di guardarvi fasse menzïone, Però che con ingegno, nè con scale, Nè se vi può salir, se non con l’ale.

30

Brunello è da raparsi sì maestro, Che su ne andava come per un laccio; Tutta quella alta ripa destro destro Montava, e gionse al muro in poco spaccio. A quello ancor se attacca il mal cavestro, Menando ambiduo piedi e ciascun braccio, Come egli andasse per una acqua a nôto, Nè fu bisogno al suo periglio un voto;

31

Perchè montava cotanto sicuro, Come egli andasse per un prato erboso. Poi che passato fu sopra del muro, A guisa de una volpe andava ascoso; E non credati che ciò fosse al scuro, Anci era il giorno chiaro e luminoso; Ma lui di qua e di là tanto si cella, Che gionto fu dove era la donzella.

32

Sopra la porta quella dama gaglia Si stava ascesa, riguardando il piano, E remirava attenta la battaglia Che avea Marfisa con quel re soprano. Gran gente intorno a lei facea serraglia: Chi parla, e chi fa cenno con la mano, Dicendo: Ecco Marfisa il brando mena! Re Sacripante la camparà apena.

33

Altri diceva: E’ farà gran diffese Contra quella crudele il buon guerrero, Pur che non venga con seco alle prese, E guardi che non pera il suo destriero. A questo dire il ladro era palese, Che alla notte aspettar non fa pensiero; Tra quella gente se ne va Brunello Tutto improviso, e prese quello annello.

34

E non l’arebbe la dama sentito, Se non che sbigotì della sua faccia. Lui con l’anel che gli ha tolto de dito, Di fuggir prestamente si procaccia, Correndo al sasso dove era salito. Dietro tutta la gente è posta in caccia; Chè Angelica piangendo se scapiglia Cridando: Ahimè tapina! piglia! piglia!

35

Piglia! piglia! cridava, ahimè tapina! Chè consumata son, s’el non è preso. Ciascun per agradire alla regina A suo poter avrebbe il ladro offeso. Lui passa il muro e salta la roina, Per quella pietra se ne va sospeso, E per la ripa va mutando il passo Come per gradi, e giongie al fiume basso.

36

Nè vi crediati che fusse confuso, Benchè quella acqua sia grossa e corrente: Come un pesce a natare egli era aduso; Entra nel fiume, e di lui par nïente. Fuor de l’acqua teniva aponto il muso, E pareva una rana veramente; Quei del castel, guardando in ogni lato E nol veggendo, il credeno affocato.

37

Angelica per questo se dispera, E ben se batte il viso la meschina. Brunello uscì dapoi della rivera, Per la campagna via forte camina; Gionse dove era la battaglia fiera Tra il re circasso e la forte regina. Ivi firmosse alquanto per mirare, Ma l’uno e l’altro alor se vol posare;

38

Perchè il secondo assalto era bastato, E ciascadun di lor vol prender posa. Dicea Brunello: Io non serò firmato, Che io non guadagni vosco alcuna cosa. Se non vi spoglio, aveti bon mercato; Ma poi che seti gente valorosa, Io voglio usarvi alquanta cortesia: Ciò che io vi lascio, è della robba mia.

39

Così dicea Brunello in la sua mente, E vede a Sacripante quel destriero, Il qual da parte si stava dolente Avendo del suo regno gran pensiero, Che gli parea vedere in foco ardente, Come contato avea quel messaggiero; E tal doglia di questo ha Sacripante, Che non se avede quel che abbi davante.

40

Diceva lo Africano: Or che omo è questo Che dorme in piede, et ha sì bon ronzone? Per altra volta io lo farò più desto. E prese in questo dire un gran troncone, E la cingia disciolse presto presto, E pose il legno sotto dello arcione; Nè prima Sacripante se ne avede, Che quel se parte, e lui rimane a piede.

41

A questa cosa mirava Marfisa, Et avea preso tanta meraviglia, Che, come fosse dal spirto divisa, Stringea la bocca et alciava le ciglia. Il ladro la trovò tutta improvisa In tal pensiero, e la spata li piglia; Quella attamente li trasse di mano, E via spronando fugge per il piano.

42

Marfisa il segue e cridando il minaccia, Giotton, dicendo, e’ ti costarà cara! Ma lui si volta e fagli un fico in faccia, E fuggendo dicea: Così se impara! Il campo è tutto in arme e costui caccia, Cridando: Piglia! piglia! para! para! Ma lui, che si trovava un tal destriero, De lo esser preso avea poco pensiero.

43

Or Sacripante rimase stordito Per meraviglia, e non avria saputo Dire a qual modo sia quel fatto gito, Se non che esso il destriero avea perduto. Dove è colui, dicea, che m’ha schernito? Or come fece, ch’io non l’ho veduto? Esser non puote che uno inganno tanto Non sia da spirti fatto per incanto.

44

E se gli è ciò, mia dama con l’annello Ancor farami avere il bon destriero. Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello Che possa riparare a tal mestiero? Così dicendo tornasi al castello Pensoso, anzi turbato nel pensiero; Ma, come gionto fu dentro alla porta, Angelica trovò che è quasi morta:

45

Quasi morta di doglia la donzella, Pensando che riceve un tal dannaggio; Re Sacripante per nome l’appella, Dicendo: Anima mia, chi te fa oltraggio? Lei sospirando, piangendo favella, Dicendo: Ormai diffesa più non aggio. Presto nelle sue man me avrà Marfisa, E serò in pena e con tormento occisa.

46

Aggio perduta tutta la diffesa Che aver suoleva a l’ultima speranza, E so che prestamente serò presa, E poco tempo de viver me avanza. E tanto questo danno più mi pesa, Quanto io l’ho recevuto come a cianza, E più non sazo, trista, dolorosa, Chi m’abbia tolta così cara cosa.

47

Non sapea il re di quel fatto nïente, Chè era nel campo, come aveti odito; Ma detto gli fu poi da quella gente Come il ladro l’annel tolse de dito E fuggitte alla ripa prestamente, E fu impossibil de averlo seguito, Perchè se era giettato giù del sasso, Sì che egli era affocato al fiume basso.

48

Il re diceva: Se Macon mi vaglia, Che costui non deve esser affocato (Così foss’egli!), perchè alla battaglia Il mio destrier di sotto m’ha robbato, E fuggito ne è via per la prataglia. Benchè Marfisa l’abbia seguitato, Non serà preso, e ben lo so di certo, Chè del destrier ch’egli ha, ne sono esperto.

49

Mentre che tra costor se ragionava, E ’l dir de l’una cosa l’altra spiana, Colui che in guarda a l’alta rocca stava, A l’arme! crida, e suona la campana; E dà risposta a chi lo dimandava, Che una gran gente ariva in su la piana, Con tante insegne grande e piccoline, Che ne stupisce e non ne vede il fine.

50

Or questa gente che là giù venìa, Perchè sappiati il fatto ben certano, Venuta è tutta quanta de Turchia (Qua la conduce il forte Caramano): Ducento millia e più quella zinia, Che con gran cridi se accampa nel piano. Torindo questa gente fa venire, Chè vol vedere Angelica perire.

51

Sono accampati sopra alla pianura, E ciascadun giurando se destina Mai non partirse, che di quella altura Verrà la rocca al basso con roina. Angelica tremava di paura Veggendosi diserta, la meschina, Chè il campo de’ nemici è sì cresciuto; Lei de alcuno altro non aspetta aiuto.

52

Or si va di quel tempo racordando Che la soccorse il franco paladino Con tanti bon guerreri, io dico Orlando, Che avea mandato a quel falso giardino; La fortuna e sè stessa biastemando, E l’amor de Ranaldo e il rio destino, Qual l’ha tanto infiammata e tanto accesa, Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa.

53

Sol sieco è Sacripante, il bon guerriero, Ma questo alla battaglia non uscia, Poi che perduto aveva quel destriero Che contra di Marfisa il mantenia, E stava del suo regno in gran pensiero, Che avea perduto, e in gran melenconia; Ma più pena sentiva e più dolore, Veggiendo quella dama in tanto errore.

54

Del destriero e del regno che è perduto Non avrebbe quel re doglia, nè cura, Pur che potesse dare alcuno aiuto A quella dama che è in tanta paura. Il castel per tre mesi è proveduto Di vittualia dentro a l’alte mura; Prima adunque che ’l tempo sia finito, Bisogno è di pigliare altro partito.

55

Venne in consiglio lo re Galafrone Col re circasso e sua figlia soprana. Disse quel vecchio: Oditi una ragione, Chè ogni altra di soccorso mi par vana. Un mio parente tiene la regione Di là da l’India, detta Sericana, E lui Gradasso si fa nominare, Qual di prodezza al mondo non ha pare.

56

Settanta duo reami in sua possanza Ha conquistato con la sua persona, E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza; Per lo universo il suo nome risuona. Ora di novo per molta arroganza Ha tolto dal suo capo la corona, Et ha giurato mai non la portare Se non compisce quel ch’egli ha da fare.

57

Perchè al tempo passato, alora quando Vinse la Franza e prese Carlo Mano, Quel gli promise de mandare un brando Che al mondo non è un altro più soprano, Qual era de un baron che ha nome Orlando. Ora ha aspettato molto tempo in vano, Onde destina tornare in Ponente, E prender Carlo e tutta la sua gente.

58

E dentro alla città di Druantuna, Che è la sua sedia antiqua e stabilita, Per far passaggio gran gente raduna; E, secondo che intendo per odita, Tanta non ne fui mai sotto la luna Un’altra fiata ad arme insieme unita; Benchè reputo quella gente a cianza, Dico a rispetto de la sua possanza.

59

Sì che a camparci de man di Marfisa, Questo serebbe lo optimo rimedio; Ma non ritrovo il modo nè la guisa A far sapere a lui di questo assedio; Ch’io so che lui verrebbe alla recisa, Nè mai mi lasciarebbe in tanto attedio: Ma non scio trovar modo nè vedere Che questa cosa gli faccia assapere.

60

Seguiva Galafron con questo dire A Sacripante voltando le ciglia: Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire, E tanto amor mi porti et a mia figlia, Che tu sei posto più volte a morire, Nè Mandricardo, che ’l tuo regno piglia, Nè il tuo caro Olibandro, che hai perduto, Mai ti puote distor dal nostro aiuto.

61

Dio faccia che una volta meritare Possiamo te con degno guidardone, Ben ch’io non credo mai poterlo fare; Ma ciò che abbiamo e le proprie persone Seran disposte nel tuo comandare. Ciò te giuro a la fede di Macone, Che la mia figlia e tutto il regno mio Seran disposti sempre al tuo desio.

62

Ma questo proferirti fia perduto, Chè serà il regno e noi seco diserti, Se non trovamo a qualche modo aiuto; Et io che tutti quanti li aggio experti E lungamente ho il fatto proveduto E i soccorsi palesi e li coperti, Dico che siamo a l’ultimo perire, Se ’l re Gradasso non se fa venire.

63

Sì che, figlio mio caro, io te scongiuro Per nostro amore e tua virtù soprana, Che non ti para questo fatto duro Di ritrovar Gradasso in Sericana; E questa sera, come il cel sia scuro, Potrai callar nell’oste in su la piana, Chè quella gente ne stima sì poco, Che non fa guarda al campo in verun loco.

64

Sacripante non fie’ molte parole, Come colui che ha voglia de servire, E de altro nella mente non si dole, Se non che presto non si può partire; Ma come a ponto fu nascoso il sole, E cominciosse il celo ad oscurire, Iscognosciuto, come peregrino, Per mezo l’oste prese il suo camino.

65

Nè mai sopra di lui fu riguardato; Va di gran passo e porta il suo bordone, Ma sotto la schiavina è bene armato Di bona piastra, et ha il brando al gallone. Rimase Galafrone assedïato Con la sua figlia nel forte girone; E Sacripante, che de andare ha cura, Trovò nel suo vïaggio alta ventura.

66

Questa odirete, come l’altre cose Che insieme tutte quante sono agionte. E seran ben delle meravigliose, Perchè fu in India al Sasso della Fonte; Ma primamente, gente dilettose, Io ve vorò contar di Rodamonte: Di Rodamonte vo’ contarvi in prima, Che una vil foglia il suo Macon non stima;

67

E meno ancor s’accosta ad altra fede: Tien per suo Dio l’ardire e la possanza, E non vole adorar quel che non vede. Questo superbo, che ha tanta arroganza, Pigliar soletto tutto il mondo crede, Et al presente vol passar in Franza, E prenderla in tre giorni si dà vanto, Come odirete dir ne l’altro canto.