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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto VI

Rodamonte sfida il mare

Il vecchio pilota gli predice la tempesta, ma Rodamonte parte lo stesso. Perde quasi tutta la flotta, eppure sbarca: e nessuno riesce a fermarlo.

In breve

Ad Algeri Rodamonte non sopporta più i venti contrari e vuole salpare per la Francia a ogni costo. Il vecchio pilota Scombrano gli predice una tempesta mortale, ma lui parte lo stesso, e la flotta finisce in balia del mare. Intanto Carlo Magno, saputo che Agramante prepara la guerra, organizza le difese: manda il duca Amone a sorvegliare Montalbano e affida la costa di Provenza al duca Namo, con i suoi figli, molti baroni e Bradamante, la sorella di Rinaldo.

Dopo tre giorni di tempesta, parte della flotta si schianta presso Monaco. Sotto una pioggia di frecce e di sassi, Rodamonte sbarca, ferisce gravemente il conte Arcimbaldo, figlio del re longobardo Desiderio, e travolge i difensori. Delle centonovanta navi partite ne restano meno di sessanta, ma lui promette ai suoi le ricchezze della Francia. Desiderio da Savona e Namo da Marsiglia accorrono: i saraceni attaccano i Lombardi, mentre Rodamonte, da solo e a piedi, va incontro alle schiere dei Francesi guidate da Bradamante.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 13

La guerra arriva a Parigi

2 scene su questo canto · 1 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Rodamonte era un giovane re saraceno, fortissimo e molto superbo. I saraceni erano i nemici di Carlo Magno, e il loro re Agramante voleva portare la guerra in Francia. Rodamonte aspettava ad Algeri, in Africa, con il suo esercito e tante navi. Ma il vento soffiava sempre dalla parte sbagliata, e lui non sopportava di aspettare.

«Soffia pure, vento!» gridò. «Stanotte io parto. Tu non mi puoi comandare: solo Agramante può darmi ordini.»

Il suo capitano era Scombrano, un vecchio marinaio con i capelli tutti bianchi. Scombrano sapeva leggere i segni del cielo e del mare. Il sole era sparito tra i nuvoloni, la luna cambiava colore, il delfino saltava di qua e di là. «Signore, arriva una tempesta terribile. Se partiamo, siamo morti.» Ma Rodamonte rispose: «Morto o vivo, io passo!»

La flotta partì, e la tempesta arrivò davvero. I venti si scontravano, cadevano grandine e pioggia, le onde sembravano alte fino al cielo. Le navi si perdevano di vista e i marinai tremavano di paura. Solo Rodamonte era tranquillo. Stava sul ponte senza elmo, come se fosse in una stanza ben chiusa. E mentre gli altri pregavano, lui minacciava il cielo.

Intanto Carlo Magno aveva saputo dell'attacco e preparava le difese. Mandò il vecchio duca Namo a sorvegliare il mare di Provenza, nel sud della Francia. Con lui partì anche Bradamante, la sorella di Rinaldo: una ragazza guerriera, forte e coraggiosa quasi come il fratello. Era la prima volta che compariva nella storia.

Dopo tre giorni e tre notti di tempesta, il vento spinse le navi contro la costa, vicino a Monaco. Gli abitanti corsero sulla spiaggia e lanciarono sassi, frecce e fuoco. Ma Rodamonte, con l'acqua fino alla cintura, avanzava come uno scoglio in mezzo al mare. Nessuno riuscì a fermarlo. Il conte Arcimbaldo uscì dal castello per sbarrargli la strada, ma Rodamonte lo colpì, e i suoi soldati dovettero riportarlo indietro ferito.

Delle centonovanta navi partite, ne restavano meno di sessanta, quasi tutte rotte. I cavalli erano annegati e le provviste perdute. Ma Rodamonte non pensò nemmeno per un momento a tornare indietro. «Per ogni cosa perduta ve ne darò mille» disse ai suoi. «Vi porterò nella ricca Francia!»

Poco dopo arrivarono due eserciti cristiani. Da una parte c'era il re Desiderio, il padre di Arcimbaldo. Dall'altra c'erano Namo e i Francesi, e davanti a tutti galoppava Bradamante, con la lancia puntata. I soldati di Rodamonte attaccarono il primo esercito. Lui invece, da solo e a piedi, perché il cavallo l'aveva perso in mare, andò incontro all'altro.

Un solo guerriero contro migliaia di nemici: come andrà a finire? Il poeta promette colpi mai sentiti prima, nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Una voce più forte per Rodamonte ott. 1–4

Il poeta annuncia che deve alzare la voce e trovare versi più superbi: sta per raccontare di un giovane così feroce che quasi mise a ferro e fuoco il mondo. È Rodamonte, l'arrogante, di cui ha già parlato più volte.

L'avevamo lasciato ad Algeri, con il suo esercito accampato in riva al mare. Non vede l'ora di passare in Francia e maledice chi ha creato il mare e il vento, perché non può partire quando vuole. Per arrivare da Sarza, la sua terra lontana, ha già perso più di un mese, e ora soffiano sempre venti contrari. Ma lui è deciso: o annegare, o sbarcare in terra cristiana.

«Soffia pure, vento, se sai soffiare: stanotte io parto. Non sono vassallo tuo né del mare. Solo Agramante mi può comandare, e a lui obbedisco volentieri, perché è un guerriero e non ha mai amato la pace.»

Le profezie del vecchio Scombrano ott. 5–10

Chiama allora il suo capitano, Scombrano, un vecchio marinaio del Marocco tutto bianco di capelli. «Perché mi hai trattenuto qui tanto tempo? Sono già sei giorni: a te sembrano pochi, ma io avrei già bruciato sei Provenze. Stasera si parte, e non voler essere più prudente di me. Se annego, il danno è mio; se muoiono gli altri, è l'ultimo dei miei pensieri. Anzi, quando sarò in fondo al mare, vorrei tirarmi addosso il mondo intero.»

Scombrano risponde: «Signore, il vento è contrario e il mare cresce. Ma mi spaventano di più altri segni: il sole si è spento tra i nuvoloni, la luna si fa ora rossa, ora pallida. Le folaghe giocano sulla sabbia, i gabbiani mi volano sopra la testa, l'airone sale altissimo, e il delfino salta di qua e di là: il mare è sconvolto fino in fondo. Partiremo, visto che lo vuoi, ma siamo morti. Anche se Macone in persona mi garantisse che non morirò così, gli direi: "Vai tu, io resto in porto."»

«Morto o vivo» ribatte Rodamonte, «io passo. Se arrivo in Francia vivo, la conquisto in tre giorni; se ci arrivo morto, spaventerò talmente la gente che scapperanno tutti, e vincerò io.»

La tempesta ott. 11–15

La grande flotta esce dal porto di Algeri con le vele strette al vento. Prima comanda il Maestro, poi si rinforza il Greco e bisogna girare la rotta di colpo; infine la Tramontana e il Libeccio si scontrano e sconvolgono il mare.

Si sentono grida e lo stridere delle corde; mare e cielo hanno il colore della morte, cadono grandine e pioggia, le onde sembrano salire fino al cielo e scoprire il fondo del mare. Le navi, cariche di uomini, provviste, armi e cavalli, sono colpite da ogni parte; l'unica luce è quella dei lampi. Nessuno obbedisce e tutti comandano.

Solo Rodamonte non si spaventa: più il pericolo cresce, più diventa ardito. Tira e scioglie le corde, dà ordini a gran voce ed è obbedito, perché non minaccia: chi non obbedisce, lo butta in mare. Sta sul ponte a testa scoperta, con i capelli induriti dall'acqua gelata che gli risuonano intorno, tranquillo come in una stanza ben chiusa. Intanto la flotta si disperde: dove c'è una nave, l'altra non si trova più.

Carlo Magno prepara le difese ott. 16–27

Lasciamo Rodamonte in mezzo al mare, dice il poeta, e torniamo a Carlo Magno, che ha avuto sentore della spedizione e, pur temendola poco, ha riunito a corte i suoi baroni. «Signori, re Agramante vuole farci guerra. Non gli bastano le sconfitte in cui morirono tanti dei suoi, né la fine di suo padre e di Agolante, uccisi da noi: ora viene a far loro compagnia. Arriveranno per terra in Guascogna, o per mare in Provenza o ad Acquamorta: voglio ogni frontiera chiusa e difesa.»

Poi chiama il duca Amone: «Visto che se n'è andato quel briccone di tuo figlio, fa' sorvegliare bene Montalbano e avvisami di quello che succede lungo il confine con la Spagna. Lì ci sono i tuoi figli, tutti buoni guerrieri; se avrai bisogno d'aiuto, il tuo parente Ivone e Angelero ti obbediranno come obbedirebbero a me.» Anche Guglielmo, signore di Rossiglione, e Riccardo di Perpignano devono raggiungere Montalbano con i loro uomini.

Il mare verso la Provenza va sorvegliato con ancora più cura, e Carlo affida la costa al duca di Baviera, Namo: impedire lo sbarco è facile, dice, il difficile è indovinare dove sbarcheranno. Con lui andranno i suoi quattro figli, Ansuardo conte di Lorena, Amerigo duca di Savoia, Guido il Borgognone, Roberto d'Asti, Bovo di Dozona e Bradamante: «Tra lei e suo fratello Rinaldo, per coraggio e forza, c'è poca differenza. Dio me la conservi sempre sana!» Chi non obbedisce sarà ribelle alla corona. «Namo mio caro, tieni gli occhi aperti: se li lasci sbarcare, non ci sarà più da ridere. Tienimi informato, e io sarò pronto a mandarti aiuto.»

Così si decide. Amone parte per Montalbano con molti guerrieri; Namo arriva a Marsiglia con trentamila cavalieri e ventimila fanti, e lì assegna a ogni barone una zona da sorvegliare. Nessuno protesta: ognuno prende il suo posto, contento.

Tre giorni in balia delle onde ott. 28–34

Torniamo a Rodamonte. La notte è buia, senza luna né stelle; si sente solo il rumore delle navi che si sfasciano l'una contro l'altra, sotto la grandine e la pioggia. Il vento cresce come se volesse sommergere il mondo, e i marinai si sentono già morti. Gli altri pregano e fanno voti; Rodamonte invece minaccia il cielo e la natura, e dice contro Dio parole da far paura. Per tre giorni e tre notti non si vede un pezzo di cielo sereno.

Il quarto giorno una parte della flotta viene spinta sotto Monaco, e il vento sbatte le navi di traverso contro la roccia. Per di più la gente del posto riconosce i saraceni, corre alla spiaggia gridando: «Addosso a questi cani!» e lancia sulle navi fuoco, pietre, dardi e frecce con la pece accesa.

Rodamonte sta a prua, armato, sotto una pioggia di frecce e di pietre che solo con il peso avrebbe ucciso un gigante. Vuole che la nave vada a terra a vele spiegate, vada come vada; e i suoi lo temono tanto che tutte le navi, al suo comando, vanno a sbattere con la prua sulla spiaggia. Il vento di mezzogiorno porta pioggia e grandine; si sentono solo legni che si spaccano, grida e pianti.

Rodamonte mette piede a terra ott. 35–42

I pagani si dibattono nell'acqua con le armi addosso, sul punto di annegare, e tirano frecce a vuoto; a terra la gente del posto non li lascia avvicinare. Dalla rocca di Monaco esce il conte Arcimbaldo con i suoi Lombardi.

Arcimbaldo, conte di Cremona, è figlio del re Desiderio: fortissimo, astuto ed esperto di guerra. Il padre l'ha mandato a Monaco, ai confini della Provenza, a sorvegliare la costa, mentre lui aspetta a Savona con tutto l'esercito, deciso a sbarrare il passo ad Agramante. Arcimbaldo scende su un cavallo coperto di rosso, schiera i cavalieri sul lido in tre gruppi e corre con fanti e balestrieri in aiuto della gente del posto.

Ma Rodamonte da solo fa più di tutti gli altri insieme. Immerso nell'acqua fino alla cintura, sotto dardi, sassi e fuoco, sembra uno scoglio in mezzo al mare: nessuno osa avvicinarsi, e tutti lo colpiscono da lontano. Avanza a grandi passi e, per superbia, sceglie il punto più ripido. «I cristiani si comportarono bene, signori» dice il poeta, «ma non ci fu niente da fare: a loro dispetto, sbarcò.»

Dietro di lui arrivano i suoi, raccolti mezzi annegati tra i rottami: se n'è salvato nemmeno un terzo, e sono così storditi che non sanno se è giorno o notte. Ma il figlio di Ulieno li difende tutti: appena sull'asciutto, si scatena tra i cristiani come il fuoco nella paglia e in poco tempo disperde i fanti.

Il colpo che spacca lo scudo ott. 43–46

Intanto Arcimbaldo guida i cavalieri sulla spiaggia, in buon ordine, con i pennoni al vento. Passa davanti a tutti e abbassa la lancia contro Rodamonte, che lo aspetta piantato sui due piedi. Il colpo, enorme, lo prende in mezzo allo scudo, ma non lo smuove di un passo.

Rodamonte, con una forza da gigante, cala la spada a due mani: taglia di traverso tutto lo scudo, spacca piastre e maglia e apre ad Arcimbaldo una grave ferita al fianco. Il conte cadrebbe, se i suoi non lo soccorressero: lo riportano alla rocca, si dice, con la morte in bocca.

Sulla spiaggia i barbari uccidono tutti i fanti e la gente del posto, seimilaseicento persone: se ne salvano appena quarantacinque. I cavalieri fuggono verso il castello, e non chiedete se corrono: se i saraceni avessero avuto i cavalli, sarebbero morti anche loro.

Sulla spiaggia, tra i rottami ott. 47–51

Il mare ora è calmo, e Rodamonte fa accampare i suoi sulla riva. Ognuno cerca di recuperare quello che le onde portano a terra: tavole, casse, equipaggiamenti. Da Algeri erano partite centonovanta navi, le meglio fornite che si fossero mai viste; a Monaco ne arrivano meno di sessanta, quasi tutte inservibili. I cavalli sono morti, le provviste perdute.

Ma Rodamonte non pensa neppure a tornare indietro: tutto quel danno, per lui, non vale una paglia. Gira tra i suoi a fare coraggio, chiamandoli per nome: «Compagni, non pensate a quello che ci hanno tolto la fortuna e il mare: per ogni cosa perduta ve ne darò mille. Qui non ci fermiamo, questi contadini sono povera gente. Vi porterò nella ricca Francia, nelle pianure grasse, dove quei cani imbroglioni portano tutti un cerchio d'oro al collo. Siamo arrivati nel posto dove si guadagna.»

Desiderio e Namo accorrono ott. 52–58

Arcimbaldo, chiuso nella rocca di Monaco e ferito a morte, manda un messaggero a suo padre e un altro a Namo, già arrivato a Marsiglia. Re Desiderio, addolorato, parte subito da Savona con la bandiera reale al vento; dall'altra parte Namo si muove in fretta da Marsiglia, deciso a vendicarsi.

Le due armate, i Francesi e gli Italiani, marciano veloci, e una mattina si scorgono da due vallette vicine; in mezzo, sulla spiaggia, è accampato Rodamonte. Il saraceno vede sul monte il re longobardo con tante lance e bandiere che sembra un bosco di abeti, e tante armature che la collina luccica. Chiede le armi e in un attimo è armato di tutto punto.

Balza fuori a piedi, perché il cavallo l'ha perso in mare. Ma alle sue spalle si leva un altro grido: dall'altra parte, sul poggio, arrivano Namo, Ottone, Belengiero, Roberto d'Asti e il conte di Lorena, con Bradamante che guida la schiera. In sella lei sembra proprio suo fratello Rinaldo, ed è bellissima.

Rodamonte vede nemici da ogni parte: quasi lo hanno circondato. Si volta verso i suoi con la faccia scura: «Prendetevi la schiera che volete, a me non importa: l'altra, da solo, la farò a pezzi.» I suoi, che grazie a lui hanno un gran coraggio, si lanciano contro i Lombardi.

Rodamonte da solo contro tutti ott. 59–65

Trombe, tamburi e grida risuonano da ogni parte. Re Desiderio e i suoi cavalieri fanno strage dei pagani; ma i saraceni sono così fieri, per il valore del loro re, che pur essendo meno numerosi cedono terreno solo palmo a palmo.

Eppure questa battaglia è uno scherzo, dice il poeta, in confronto a quella vicina, dove Rodamonte combatte contro i baroni di Francia: un fracasso così in guerra non si è mai visto, e lui lo racconterà passo per passo.

Il saggio Namo ferma la sua gente sul monte e la divide in tre. In prima schiera scende Bradamante, la coraggiosa figlia di Amone, spronando con la lancia in resta, con Ansuardo di Lorena e Roberto d'Asti: più di sedicimila uomini. La seconda la guidano Amerigo di Savoia e Guido di Borgogna, con Bovo di Dozona. La terza, di retroguardia, la guida Namo, il buon vecchio, con i suoi quattro figli Avorio, Avino, Belengiero e Ottone e tutta la gente di Baviera.

E il saraceno, senza stendardo né bandiera, si muove contro tutta quella gente che scende dal monte: da solo e a piedi, comincia la battaglia.

«Tornate ad ascoltare, signori» conclude il poeta, «perché tutti i colpi tremendi che avete mai sentito raccontare non sono niente in confronto a quelli che vi dirò.» E alla fine del canto, promette, tornerà da Orlando. «Addio, signori: mi raccomando a voi.»

Parole difficili

  • Sarza ott. 3: il regno di Rodamonte, una terra lontana da Algeri.
  • Greco, o Maestro, o Tramontana ott. 3: nomi dei venti. Il Greco soffia da nord-est, il Maestro da nord-ovest, la Tramontana da nord.
  • parone ott. 5: padrone di una nave, capitano.
  • novaloni ott. 7: nuvoloni.
  • fortuna ott. 7: qui vuol dire tempesta di mare, come nella parola "fortunale".
  • gavine ott. 8: gabbiani.
  • Macon ott. 9: Maometto, che nei poemi cavallereschi i saraceni pregano come un dio.
  • a l’orza ott. 11: con le vele girate per avanzare stringendo il vento.
  • Libezzo ott. 11: il libeccio, vento che soffia da sud-ovest.
  • Acquamorta ott. 18: Aigues-Mortes, porto sulla costa meridionale della Francia.
  • giottone ott. 19: briccone, mascalzone.
  • pegola ott. 32: pece.
  • ballestrieri ott. 38: balestrieri, soldati armati di balestra.
  • girone ott. 46: la cinta di mura del castello, la rocca.
  • zanza ott. 60: cosa da poco, uno scherzo.
  • rubesta ott. 61: gagliarda, fiera.
  • retroguardo ott. 64: retroguardia, la parte dell'esercito che sta dietro.

Il testo di Boiardo

65 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Convienmi alciare al mio canto la voce, E versi più superbi ritrovare; Convien ch’io meni l’arco più veloce Sopra alla lira, perch’io vo’ contare De un giovane tanto aspro e sì feroce, Che quasi prese il mondo a disertare: Rodamonte fu questo, lo arrogante, Di cui parlato ve ho più volte avante.

2

Alla cità d’Algeri io lo lasciai, Che di passare in Franza se destina, E seco del suo regno ha gente assai: Tutta è alloggiata a canto alla marina. A lui non par quella ora veder mai Che pona il mondo a foco et a roina, E biastema chi fece il mare e il vento, Poi che passar non puote al suo talento,

3

Più de un mese di tempo avea già perso De quindi in Sarza, che è terra lontana, E poi che è gionto, egli ha vento diverso, Sempre Greco, o Maestro, o Tramontana; Ma lui destina o ver di esser sumerso, O ver passare in terra cristïana, Dicendo a’ marinari et al patrone Che vol passare, o voglia il vento, o none.

4

Soffia, vento, dicea, se sciai soffiare, Chè questa notte pure ne vo’ gire; Io non son tuo vassallo e non del mare, Che me possiati a forza retenire; Solo Agramante mi può comandare, Et io contento son de l’ubidire: Sol de obedire a lui sempre mi piace Perchè è guerrero, e mai non amò pace.

5

Così dicendo chiamò un suo parone Che è di Moroco et è tutto canuto; Scombrano chiamato era quel vecchione, Esperto di quella arte e proveduto. Rodamonte dicea: Per qual cagione M’hai tu qua tanto tempo ritenuto? Già son sei giorni, a te forse par poco, Ma sei Provenze avria già posto in foco.

6

Sì che provedi alla sera presente Che queste nave sian poste a passaggio, Nè volere esser più di me prudente, Chè, s’io me anego, mio serà il dannaggio; E se perisce tutta l’altra gente, Questo è il minor pensier che nel core aggio, Perchè, quando io serò del mare in fondo, Voria tirarmi adosso tutto il mondo.

7

Rispose a lui Scombrano: Alto segnore, Alla partita abbiam contrario vento; Il mare è grosso e vien sempre maggiore. Ma io prendo de altri segni più spavento, Chè il sol callando perse il suo vigore, E dentro a i novaloni ha il lume spento; Or si fa rossa, or pallida la luna, Che senza dubbio è segno di fortuna.

8

La fulicetta, che nel mar non resta, Ma sopra al sciutto gioca ne l’arena, E le gavine che ho sopra alla testa, E quello alto aeron che io vedo apena, Mi dànno annunzio certo di tempesta; Ma più il delfin, che tanto se dimena, Di qua, di là saltando in ogni lato, Dice che il mare al fondo è conturbato.

9

E noi se partiremo al celo oscuro, Poi che ti piace; et io ben vedo aperto Che siamo morti, e de ciò te assicuro; E tanto di questa arte io sono esperto, Che alla mia fede te prometto e giuro, Quando proprio Macon mi fésse certo Ch’io non restassi in cotal modo morto, — Va tu, direbbi, ch’io mi resto in porto.

10

Diceva Rodamonte: O morto, o vivo, Ad ogni modo io voglio oltra passare, E se con questo spirto in Franza arivo, Tutta in tre giorni la voglio pigliare; E se io vi giongo ancor di vita privo, Io credo per tal modo spaventare, Morto come io serò, tutta la gente, Che fuggiranno, et io serò vincente.

11

Così de Algieri uscì del porto fuore Il gran naviglio con le vele a l’orza; Maestro alor del mare era segnore, Ma Greco a poco a poco se rinforza; In ciascaduna nave è gran romore, Chè in un momento convien che si torza: Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto Urtarno il mare insieme a rio baratto.

12

Allor se cominciarno e’ cridi a odire, E l’orribil stridor delle ritorte; Il mar cominciò negro ad apparire, E lui e il celo avean color di morte; Grandine e pioggia comincia a venire, Or questo vento, or quel si fa più forte; Qua par che l’unda al cel vada di sopra, Là che la terra al fondo se discopra.

13

Eran quei legni di gran gente pieni, De vittuaglia, de arme e de destrieri, Sì che al tranquillo e ne’ tempi sereni Di bon governo avean molto mestieri; Or non vi è luce, fuor che di baleni, Nè se ode altro che troni e venti fieri, E la nave è percossa in ogni banda: Nullo è obedito, e ciascadun comanda.

14

Sol Rodamonte non è sbigotito, Ma sempre de aiutarse si procaccia; Ad ogni estremo caso egli è più ardito, Ora tira le corde, or le dislaccia; A gran voce comanda et è obedito, Perchè gietta nel mare e non minaccia; Il cel profonda in acqua a gran tempesta: Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.

15

Le chiome intorno se gli odìan suonare, Che erano apprese de l’acqua gelata; Lui non mostrava de ciò più curare, Come fusse alla ciambra ben serrata. Il suo naviglio è sparso per il mare, Che insieme era venuto di brigata; Ma non puote durare a quella prova: Dov’è una nave, l’altra non si trova.

16

Lasciamo Rodamonte in questo mare, Che dentro vi è condutto a tal partito: Ben presto il tutto vi vorò contare; Ma perchè abbiati il fatto ben compito, Di Carlo Mano mi convien narrare, Che avea questo passaggio presentito, E, benchè poco ne tema, o nïente, Avea chiamata in corte la sua gente.

17

E disse a lor: Segnori, io aggio nova Che guerra ci vuol fare il re Agramante. Nè lo spaventa la dolente prova, Ove fur morte de sue gente tante; Nè par che dalla impresa lo rimova L’esempio de suo patre e di Agolante, Che morti fur da noi con vigoria: Or ne viene esso a fargli compagnia.

18

Ma pure in ogni forma ce bisogna Guarnir per tutto il regno a bona scorta, Perchè, oltra al vituperio e alla vergogna, La trista guarda spesso danno porta. Costor verranno o per terra in Guascogna, O per mare in Provenza, o ad Acquamorta, E però voglio che con gente armata Ogni frontiera sia chiusa e guardata.

19

Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone, Et a lui disse: Poi che se ne è andato Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone, Farai che Montealban sia ben guardato. Manda tua gente fore a ogni cantone, E fa che incontinente io sia avisato Ciò che se faccia in terra et in marina Per tutta Spagna, dove te confina.

20

Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero, Sì che non te bisogna una gran gente; Se pure aiuto te farà mestiero, Io commetto ad Ivone, il tuo parente, E qui presente impono ad Angelero Che ciascadun te sia tanto obediente Come proprio seriano a mia persona, Sotto a l’oltraggio di questa corona.

21

Così a Guielmo, il sir de Rosiglione, Et a Riccardo, quel di Perpignano; Con tutte le sue gente e sue persone Vengano ad aloggiare a Montealbano. Di questo non si fece più sermone; Lo imperator, rivolto a l’altra mano, Disse: Segnori, or con più providenza Convien guardarsi il mar verso Provenza.

22

Però voglio che il duca de Bavera Di quella regïone abbia la impresa: In mare, in terra tutta la rivera Contra questi Africani abbia diffesa. Benchè sia cosa facile e leggiera Vetare a’ Saracin la prima scesa, La gran fatica fia de indovinare Il loco a ponto ove abbino a smontare.

23

Per questo voglio che con sieco mena Tutti quattro i suoi figli a quel riparo, Et oltra a questi il conte de Lorena, Dico Ansuardo, il mio paladin caro, E Bradiamante, la dama serena, Chè di Ranaldo vi è poco divaro Di ardire e forza a questa sua germana; Così Dio sempre me la guardi sana!

24

Et Amerigo, duca di Savoglia, E Guido il Borgognon vada in persona, E la sua gesta sieco si raccoglia, Roberto de Asti e Bovo de Dozona. Chi non obedirà, sia chi si voglia, Serà posto ribello alla corona. Ora, Naimo mio caro, intendi bene: Tenire aperti gli occhi ti conviene.

25

In molte parte te convien guardare, Per non essere accolto allo improviso, Chè, stu li lasci a terra dismontare, Non andarà la cosa più da riso. Tien la vedetta per terra e per mare, E fa che de ogni cosa io n’abbia aviso, Ch’io starò sempre in campo proveduto A dare, ove bisogni, presto aiuto.

26

Fu in cotal forma il consiglio fermato, Sì come avea disposto Carlo Mano, E ciascadun da lui tolse combiato, Et andò il duca Amone a Montealbano, Da molti bon guerreri accompagnato; E il duca Naimo per monte e per piano, Con pedoni e cavalli in quantitade, Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

27

Trenta migliara avea de cavallieri, Et ha vinti migliara de pedoni; E tra lor cominciarno a far pensieri Qual terra ciascadun de quei baroni Tenesse al suo governo volentieri; Nè già vi fôr tra lor contenzïoni, Ma ciascun, come a Naimo fu in talento, Prese la guarda e rimase contento.

28

Torniamo a Rodamonte, che nel mare Ha gran travaglia contra alla fortuna; La notte è scura e lume non appare De alcuna stella, e manco della luna. Altro non se ode che legni spezzare L’un contra a l’altro per quella onda bruna, Con gran spaventi e con alto romore: Grandine e pioggia cade con furore.

29

Il mar se rompe insieme a gran ruina, E ’l vento più terribile e diverso Cresce d’ognior e mai non se raffina, Come volesse il mondo aver somerso. Non sa che farsi la gente tapina, Ogni parone e marinaro è perso; Ciascuno è morto e non scia che si faccia: Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.

30

Gli altri fan voti con molte preghiere, Ma lui minaccia al mondo e la natura, E dice contra Dio parole altiere Da spaventare ogni anima sicura. Tre giorni con le notte tutte intiere Sterno abattuti in tal disaventura, Che non videro al cielo aria serena, Ma instabil vento e pioggia con gran pena.

31

Al quarto giorno fu maggior periglio, Chè stato tal fortuna ancor non era, Perchè una parte di quel gran naviglio Condotta è sotto Monaco in rivera. Quivi non vale aiuto nè consiglio; Il vento e la tempesta ognior più fiera Ne l’aspra rocca e nel cavato sasso Batte a traverso e’ legni a gran fracasso.

32

Oltra di questo tutti e’ paesani, Che cognobber l’armata saracina, Cridando: Adosso! adosso a questi cani! Callarno tutti quanti alla marina, E ne’ navigli non molto lontani Foco e gran pietre giettan con roina, Dardi e sagette con pegola accesa; Ma Rodamonte fa molta diffesa.

33

Nella sua nave alla prora davante Sta quel superbo, e indosso ha l’armatura, E sopra a lui piovean saette tante E dardi e pietre grosse oltra a misura, Che sol dal peso avrian morto un gigante; Ma quel feroce, che è senza paura, Vôl che ’l naviglio vada, o male, o bene, A dare in terra con le vele piene.

34

Aveano e’ suoi di lui tanto spavento, Che ciascaduno a gran furia se mosse, Et ogni nave al suo comandamento Sopra alla spiagia alla prora percosse. Traeva Mezodì terribil vento Con spessa pioggia e con grandine grosse; Altro non se ode che nave strusire Et alti cridi e pianto da morire.

35

Di qua, di là, per l’acqua quei pagani Con l’arme indosso son per anegare, E gettan frezze e dardi in colpi vani; Mai non li lascia quella unda fermare. In terra stanno armati e’ paesani, Nè li concedon ponto a vicinare, E di Monico uscì, che più non tarda, Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.

36

Questo Arcimbaldo è conte di Cremona, E del re Desiderio egli era figlio; Gagliardo a meraviglia di persona, Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio. Costui la rocca a Monico abandona Sopra un destrier coperto di vermiglio, E con gran gente calla alla riviera, Ove apizzata è la battaglia fiera.

37

A Monico il suo patre l’ha mandato, Ch’è sopra alle confine di Provenza, Perchè intenda le cose in ogni lato, E dàlli avviso in ciascuna occorrenza. Il re dentro a Savona era fermato, Dov’ha condutta tutta sua potenza Con bella gente per terra e per mare, Chè ad Agramante il passo vol vetare.

38

Ora Arcimbaldo con molti guerrieri, Come io vi dico, sopra al mar discese, E fie’ tre schiere de’ suoi cavallieri, E sopra al litto aperto le distese. Esso con soi pedoni e ballestrieri Andò in soccorso a questi del paese, Dove è battaglia orribile e diversa, Benchè l’armata sia rotta e somersa.

39

Chè Rodamonte, orrenda creatura, Fa più lui sol che tutta l’altra gente; Egli è ne l’acqua fino alla centura, Adosso ha dardi e sassi e foco ardente. Ciascaduno ha di lui tanta paura, Che non se gli avicina per nïente, Ma, da largo cridando con gran voce, Con lancie e frizze quanto può li noce.

40

Esso rassembra in mezo al mar un scoglio, E con gran passo alla terra ne viene, E per molta superbia e per orgoglio, Dove è più dirupato, il camin tiene. Or, bei Segnori, io già non vi distoglio Ch’e’ Cristïan non se adoprassen bene; Ma non vi fo remedio a quella guerra: Al lor dispetto lui discese in terra.

41

Dietro vi viene di sua gente molta, Che da le nave e da i legni spezzati Mezo somersa insieme era ricolta, A benchè molti ne erano affondati, Chè non ne campò il terzo a questa volta; E questi che alla terra eno arivati, Son sbalorditi sì dalla fortuna, Che non scian s’egli è giorno, o notte bruna.

42

Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno, Che tutta la sua gente tien diffesa, Come fu gionto asciutto nel terreno, E comincia dapresso la contesa; Tra’ Cristïan facea nè più, nè meno Che faccia il foco nella paglia accesa, Con colpi sì terribili e diversi Che in poco d’ora ha quei pedon dispersi.

43

In quel tempo Arcimbaldo era tornato, Per condur sopra al litto e’ cavallieri, E giù callava in ordine avisato, Come colui che sa questi mestieri. Ogni penone al vento è dispiegato, Di qua di là se alciarno e’ cridi fieri; Il conte di Cremona avanti passa, Ver Rodamonte la sua lancia abassa.

44

Fermo in due piedi aspetta lo Africante; Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo, E non lo mosse ove tenia le piante, Benchè fu il colpo smisurato e crudo; Ma il Saracin, che ha forza de gigante, E teneva a due mane il brando nudo, Ferisce lui d’un colpo sì diverso, Che tagliò tutto il scudo per traverso.

45

Nè ancor per questo il brando se arrestava, Benchè abbia quel gran scudo dissipato, Ma piastra e maglia alla terra menava, E fecegli gran piaga nel costato. Certo Arcimbaldo alla terra n’andava, Se non che da sua gente fu aiutato, E fu portato a Monico alla rocca, Come se dice, con la morte in bocca.

46

Tutti quei paesani e ogni pedone Fôr da’ barbari occisi in su l’arena, Che eran sei miglia e seicento persone: Non ne campâr quarantacinque apena. Li cavallier fuggîr tutti al girone: Non dimandar s’ogniom le gambe mena; Ma, se quei saracini avean destrieri, Perian con gli altri insieme e’ cavallieri.

47

Sino al castel fu a lor data la caccia, Poi giù callarno quei pagani al mare, Il quale era tornato ora a bonaccia: Qua Rodamonte li fece aloggiare. Ciascun de aver la robba se procaccia, Che somersa da l’onde al litto appare; Tavole e casse et ogni guarnimento Sopra a quella acqua va giettando il vento.

48

Fôr le sue nave intra grosse e minute Che se partîr de Algier, cento novanta; Meglio guarnite mai non fôr vedute Di bella gente e vittuaglia tanta; Ma più che le due parte eran perdute, Nè se atrovarno a Monico sessanta; E queste più non son da pace o guerra, Chè ’l più de loro avean percosso in terra.

49

Morti eran tutti quanti e’ lor destrieri, E perduta ogni robba e vittuaglia; Rodamonte al tornar non fa pensieri, Nè stima tutto il danno una vil paglia. Va confortando intorno e’ suoi guerreri Dicendo: Compagnoni, or non vi incaglia Di quel che tolto ce ha fortuna o mare, Chè per un perso, mille io vi vuo’ dare.

50

E quivi non farem lungo dimoro, Chè povra gente son questi villani. Io vo’ condurvi dove è il gran tesoro, Giù nella ricca Francia a i grassi piani. Tutti portano al collo un cerchio d’oro, Come vedreti, questi fraudi cani, Sì che del perso non vi dati lagno, Chè noi siam gionti al loco del guadagno.

51

Così la gente sua va confortando Re Rodamonte con parlare ardito; Questo e quello altro per nome chiamando, Gli invita a riposar sopra a quel lito. Or de Arcimbaldo vi verrò contando, Che nel castel di Monico è fuggito, Rotto e sconfitto et a morte piagato, Come di sopra a ponto io ve ho contato.

52

Come alla rocca fu dentro alle mura, Al patre un messaggiero ebbe mandato, Che gli contasse di questa sciagura El fatto tutto, come era passato. De avvisar Naimo ancora ha preso cura, Qual già dentro a Marsilia era arivato, E mandò ad esso un altro messaggiero, Che gli raconta il fatto tutto intero.

53

Re Desiderio fu molto dolente, Quando egli intese la novella fiera; Uscitte de Savona incontinente, Spiegando al vento sua real bandiera; A Monico ne vien con la sua gente. Da l’altra parte il duca di Bavera Si mosse di Marsilia con gran fretta, Per far de’ Saracini aspra vendetta.

54

Ciascuna schiera a gran furia camina, Dico Francesi e gente italïana, E l’una vidde l’altra una matina Da due vallette non molto lontana. In mezo è Rodamonte alla marina, Dove accampata ha sua gente africana. Quel forte saracin dal crudo sguardo Vidde nel monte gionto il re lombardo,

55

Con tante lancie e con tante bandiere Che una selva de abeti se mostrava; Tutta coperta di piastre e lamiere La bella gente il poggio alluminava. Cridando Rodamonte in voce altiere Chiama sua gente e l’armi dimandava, E in un momento fu tutto guarnito Di piastra e maglia il giovanetto ardito.

56

Fuor salta a piedi, e non avea destriero, Chè per fortuna l’ha perso nel mare. Or se leva a sue spalle il crido fiero Per l’altra gente che nel poggio appare, Io dico Naimo, Ottone e Belengiero, Che d’altra parte vengono arivare, Roberto de Asti e ’l conte di Lorena Con Bradamante, che la schiera mena.

57

Avanti a gli altri vien quella donzella, E bene al suo german tutta assomiglia; Proprio assembra Ranaldo in su la sella, E di bellezza è piena a meraviglia. Costei mena la schiera a gran flagella; Ma Rodamonte, levando le ciglia, Gionta la gente vede in ogni lato, Che quasi intorno l’ha chiuso e serrato.

58

A’ suoi rivolto con la faccia oscura, Disse: Prendeti qual schiera vi piace, O questa o quella, ch’io non ne do cura; L’altra soletto, per lo Dio verace, Voglio mandare in pezzi alla pianura. Così parlava quel giovane audace, Ma la sua gente, che ha per lui gran core, Verso e' Lombardi è mossa con furore.

59

Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri Oditi fôrno intorno ad ogni lato; Re Desiderio e’ soi bon cavallieri Mena a roina il popol rinegato; A benchè e’ Saracin eran sì fieri Per la prodezza del suo re appregiato, Che, ancor che fusser de’ Lombardi meno, Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.

60

Ma in questo loco è la battaglia zanza, Dico a rispetto de l’altra vicina, Dove contra ai baron che eran di Franza, Combatte Rodamonte a gran roina. Costui ben certo di prodezza avanza Quanta fôr mai di gente saracina; In guerra non fu mai tanto fraccasso, Però contar lo voglio a passo a passo.

61

Il duca Naimo, che è saggio e prudente, Come vede e’ nemici alla pianura, Fermò sopra del monte la sua gente, E divisela in terzo per misura. La schiera che venìa primeramente, Fu Bradiamante, ch’è senza paura; La figliola de Amon, quella rubesta, Venìa spronando con la lancia a resta.

62

E sieco al paro il conte de Lorena, Ciò fu Ansuardo, de battaglia experto, Che giù callando gran tempesta mena, E ’l conte de Asti, quel franco Roberto. Questa è la prima schiera, che è ben piena: Sedeci millia e più son per il certo; Poi mosse la seconda con gran crido, Sotto il duca Americo e il duca Guido.

63

L’un di Savoia e l’altro è di Bergogna, Ciascadun d’essi ha più franca persona. Contarvi e capitani mi bisogna: Con loro è gionto Bovo di Dozona; Per fare a’ Saracini onta e vergogna, Questa schiera seconda s’abandona; La terza guida Naimo, il bon vecchione, E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.

64

Il padre e’ quatro figli a questa schiera Son posti di quel campo al retroguardo, Con tutta la sua gente di Baviera. Ora tornamo al saracin gagliardo, Che non avea stendardo nè bandiera, Ma tutto solo a mover non fu tardo Contra alla gente che il monte discende; Solo et a piede la battaglia prende.

65

Piacciavi, bei segnor, di ritornare Ad ascoltar la zuffa che io vo’ dire, Chè se mai prove odesti racontare E colpi orrendi e diverso ferire, E gente rotte a terra trabuccare, Tutto è nïente a quel ch’io vo’ seguire. Nel fin del canto tornerò ad Orlando: Adio, Segnori; a voi mi racomando.