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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto VII

Il lago di Aridano

Da solo e a piedi, Rodamonte fa strage dei paladini di Namo. Lontano, Orlando sfida il terribile Aridano e finisce con lui in fondo a un lago.

In breve

In Provenza si combatte la battaglia più terribile mai raccontata: Rodamonte, da solo e a piedi, travolge l'esercito cristiano. Bradamante lo colpisce e quasi lo butta a terra, ma lui le uccide il cavallo e fa strage dei baroni; neppure il duca Namo e i suoi quattro figli riescono a fermarlo. A cambiare le cose sono i Lombardi di re Desiderio, che hanno messo in fuga i saraceni e gli arrivano alle spalle: quando Rodamonte vede cadere il suo stendardo, con il ritratto dell'amata Doralice, si volta furioso.

Il poeta torna poi a Orlando, che a piedi, con la maga Falerina, arriva al lago dove Rinaldo era stato gettato in acqua. Falerina gli spiega che il guardiano, Aridano, grazie alla fata Morgana diventa sei volte più forte di chiunque lo affronti, e lo supplica di fuggire. Ma Orlando vede le armi di Rinaldo appese a un cipresso, crede morto il cugino, gli chiede perdono piangendo e attacca. Ferisce Aridano con la spada che spezza gli incantesimi, ma il bandito lo afferra e si getta con lui nel lago.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 09

La fortuna di Morgana

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Capitolo 13

La guerra arriva a Parigi

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Vi ricordate di Rodamonte, il re saraceno sbarcato in Francia in mezzo alla tempesta? Ora era sulla spiaggia, da solo e a piedi, contro un intero esercito di cavalieri cristiani.

La prima ad attaccarlo fu Bradamante. Veloce come un fulmine, lo colpì con la lancia e quasi lo buttò a terra. Ma non gli fece niente, perché Rodamonte portava addosso una pelle di serpente spessissima. Lui alzò la spada e colpì il cavallo di Bradamante, che crollò sulla sabbia. La ragazza rimase a terra, stordita, sotto il suo cavallo.

Gli altri cavalieri si lanciarono contro Rodamonte tutti insieme, gridando: «Addosso! Addosso!» Ma lui rideva, e li faceva cadere come l'erba di un prato. Arrivò anche il vecchio duca Namo con i suoi quattro figli. Lo colpirono con le lance, uno dopo l'altro, e lui non si mosse di un passo. «Via, canaglia!» disse. «Tutti insieme non valete un filo di paglia.»

A cambiare le cose arrivò re Desiderio con i suoi soldati lombardi. Avevano messo in fuga i saraceni e arrivarono alle spalle di Rodamonte. Nella mischia cadde il suo stendardo, cioè la sua bandiera. Era rossa, e sopra c'era dipinta Doralice, la ragazza che Rodamonte amava più di ogni cosa. Quando la vide cadere, lui diventò prima bianco e poi rosso come il fuoco, e si voltò furioso.

Lontano da lì, intanto, Orlando camminava a piedi insieme alla maga Falerina. Lui non aveva più il suo cavallo né la sua spada, Durindana. Però aveva una spada speciale, fatta da Falerina, che spezzava ogni incantesimo.

Arrivarono a un lago. Lì viveva Aridano, un bandito crudele che buttava in acqua tutti i cavalieri che passavano. La fata Morgana gli aveva fatto un incantesimo: chiunque lo sfidasse, Aridano diventava sei volte più forte di lui. «Scappa, cavaliere!» pianse Falerina. «Qui non basterebbe nemmeno il conte Orlando!» E stava parlando proprio con lui.

Orlando stava quasi per tornare indietro. Poi vide, appese a un albero, le armi di suo cugino Rinaldo. Credette che Rinaldo fosse morto e scoppiò a piangere. Gli chiese perdono per tutte le volte che avevano litigato. Poi, pieno di dolore e di rabbia, attaccò.

Aridano gli fracassò lo scudo con il suo bastone di ferro, e Orlando cadde in ginocchio. Ma la spada magica tagliò lo scudo fatato del bandito, e poi un pezzo del suo bastone. Allora Aridano lanciò un urlo, afferrò Orlando con tutte e due le braccia, corse fino alla riva... e si buttò con lui nel lago, giù, fino in fondo all'acqua scura.

Falerina scappò via tremando, voltandosi indietro a ogni passo. E Orlando? Che cosa troverà laggiù, sotto il lago? Qualcosa di stranissimo: tuffati nel prossimo canto per scoprirlo.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

La battaglia più terribile ott. 1–3

Mai, dice il poeta, si è sentita raccontare una battaglia così strana e orribile: Rodamonte di Sarza affronta da solo l'esercito di Namo. Sembra incredibile, ma Turpino, che non si allontana mai dalla verità, l'ha scritto come un fatto certo. Non si sa se fu il cielo a dare tanto valore a un pagano, o se il demonio uscì dall'inferno per combattere al suo fianco: mai, a memoria d'uomo, i cristiani subirono una sconfitta come quella.

Le schiere scendono dalla costa e Rodamonte le assale con gran fracasso: taglia i nemici come l'erba di un prato, e fanti e cavalieri, deboli e forti, cadono uno sopra l'altro.

Bradamante contro Rodamonte ott. 4–12

Il saraceno avanza menando colpi a destra e a rovescio e gridando minacce: ha nemici davanti e dietro, ma con la spada si fa largo. Ecco arrivare Bradamante: veloce come un fulmine, punta la lancia contro di lui, lo colpisce di traverso sul fianco sinistro e gli trapassa lo scudo. Quasi lo butta a terra, ma non lo ferisce, perché in battaglia Rodamonte porta sempre addosso una pelle di serpente spessa mezzo palmo.

Tutti lanciano un grande grido, ma nessuno si avvicina al pagano: aiutano la ragazza solo gridando. Lei gira il cavallo e torna all'attacco; escono dalla schiera anche il conte Roberto d'Asti, che colpisce Rodamonte sullo scudo, e Ansuardo, che lo assale con la spada. Allora i cristiani riprendono coraggio e si lanciano tutti insieme gridando «Addosso! Addosso!», con sassi, lance e dardi.

Il saraceno ride: non ha paura di niente. Con un colpo di traverso prende Ansuardo, conte di Lorena, alla cintura, e lo taglia in due. Poi mena un colpo a Bradamante: manca lei, ma prende il cavallo, e nessuna corazza gli serve. Il cavallo cade in due pezzi, e Bradamante resta a terra.

Roberto d'Asti viene spaccato con un colpo fino alla sella. A quella vista tutti si spaventano, e chi può fuggire scappa. Bradamante giace sulla sabbia con il cavallo morto addosso, tra tanti caduti, più morta che viva. Rodamonte sta sempre in mezzo alla mischia e fa a pezzi uomini e cavalli da ogni parte: non serve raccontare i colpi, dice il poeta, né quanto sangue scorre. I cavalieri cristiani fuggono raccomandandosi a Dio: in poche parole, la prima schiera è distrutta.

La seconda schiera ott. 13–17

Rodamonte arriva alla seconda schiera e la battaglia ricomincia, ancora più dura: qui i cristiani sono tanti e lo circondano, ma lui li abbatte tutti, come se fossero covoni di paglia. Il duca Namo, che vede tutto, crede di morire di dolore: «Signore del cielo, se per i nostri peccati la tua giustizia è contro di noi, non dare la vittoria a questo rinnegato che fa strage della tua povera gente!» E manda un messaggero a Carlo a raccontare il disastro e a chiedere aiuto, anche se ormai si considera perduto.

Il pagano incontra Bovo di Dozona e lo spacca fino alla pancia. I suoi uomini lo abbandonano e fuggono, a piedi e a cavallo, ma Rodamonte li raggiunge e li uccide tutti: è così veloce che più di una volta, correndo, ha raggiunto un leopardo. I morti cadono fitti come le foglie quando, a dicembre, si leva il vento freddo. Amerigo, duca di Savoia, si volta per sua sfortuna e lo colpisce in mezzo al petto, ma la lancia si spezza senza fargli niente.

Namo e i suoi figli ott. 18–22

Rodamonte colpisce Amerigo sulla testa e lo spacca fino al fianco. Ora fuggono tutti, in una confusione mai vista. Allora il buon vecchio Namo mette in resta una grossa lancia e si muove con la sua schiera e con i suoi quattro figli: Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.

La mischia cresce, si alzano grida e polvere. Avorio colpisce per primo e spezza la lancia sul pagano, ma Rodamonte non si piega; resta saldo sui due piedi anche al colpo di Ottone. Lo colpiscono uno dopo l'altro Avino e Belengiero, e infine Namo stesso, ma non ottengono niente. Al quinto colpo il saraceno alza la faccia come un serpente, scuote la testa e dice: «Via, canaglia! Tutti insieme non valete un filo di paglia.»

Senza altre parole colpisce Ottone in testa: per grazia di Dio e della Madonna la spada gira e lo prende di piatto, ma il colpo è così forte che lo butta giù da cavallo svenuto. Poi Rodamonte abbatte Avorio e Belengiero, feriti a morte, e avrebbe ucciso tutti gli altri, nobili e vili, se non fossero intervenuti re Desiderio e i suoi Lombardi, che intanto avevano sconfitto i saraceni.

La bandiera di Doralice ott. 23–30

Desiderio arriva alle spalle di Rodamonte proprio mentre lui ha steso a terra anche Avino, ferito al viso. Come il vento sulla spiaggia solleva la sabbia e spazza tutto, così il saraceno abbatte chiunque: volano per aria maglie, scudi, elmi e braccia armate. Ma mentre taglia le corazze come se i nemici fossero senza armatura, si volta spesso a guardare la sua gente in rotta. Come il leone nella foresta, quando sente alle spalle il cacciatore, scuote la criniera, mostra le zanne e ruggisce, così Rodamonte, sentendo il fracasso dei Lombardi e la fuga dei suoi, volta indietro la faccia superba.

I suoi scappano, e beato chi arriva primo. Desiderio li incalza per un sentiero stretto; davanti a lui ci sono suo figlio Arcimbaldo, conte di Cremona, e Rigonzone, il forte guerriero di Parma. Rigonzone è feroce oltre misura, ma ha il cervello leggero come una paglia: armato o no, si butta nella mischia senza pensarci, come una balestra senza sicura che scatta al primo tocco. Insomma, è coraggioso e matto.

I due mettono in fuga i saraceni, e lo stendardo del re di Sarza finisce a terra. È rosso, e sopra c'è una regina che ha messo il morso a un leone: è Doralice di Granata, che Rodamonte ama più del suo cuore. Il ritratto è così somigliante che le manca solo la voce, e guardandolo Rodamonte diventa ancora più ardito, come se lei fosse lì davanti a lui in carne e ossa.

Quando lo vede cadere, non è mai stato così addolorato in vita sua: la faccia gli diventa ora bianca, ora rossa come il fuoco. «Se Dio non ci aiuta» dice il poeta, «Desiderio e la sua gente sono perduti, perché la furia del pagano è terribile.»

Torniamo a Orlando ott. 31–35

Questa battaglia il poeta la racconterà per filo e per segno, ma non ora: deve tornare al conte Orlando. L'aveva lasciato mentre si metteva in cammino con Falerina, dopo aver distrutto il suo bel giardino incantato, custodito dal drago, dal toro, dall'asino armato e dal gigante che era inutile uccidere. Orlando aveva perdonato la maga perché lo aiutasse a liberare i cavalieri catturati su un ponte da un vecchio ingannatore.

Ora va proprio là, a piedi per pianure e montagne, con Falerina sempre al fianco, a piedi come lui: non hanno cavalli, e Orlando ha perso il suo Brigliadoro e la spada Durindana. Un giorno arrivano al fiume dove la perfida Fata del Tesoro ha preparato la trappola più strana e crudele del mondo, per far annegare il fiore dei cavalieri. Lì era stato gettato in acqua Rinaldo, il figlio di Amone, insieme a Iroldo e al loro compagno Prasildo; e poco dopo era arrivato Dudone, mandato da Carlo Magno a cercare Orlando e Rinaldo.

Il lago di Aridano ott. 36–39

Dudone aveva girato quasi tutto il mondo senza paura, finché la sfortuna l'aveva portato a quel lago incantato, dove l'orribile Aridano getta in acqua ogni cavaliere e ogni dama che passa. Anche Dudone era stato preso e gettato nel lago senza potersi difendere, perché Aridano è fatato: chiunque lo affronti si trova davanti un nemico sei volte più forte di lui.

È così forte che nuota nel lago con tutta l'armatura, scende sul fondo quando vuole e risale portando a spalla le armature di quelli che ha annegato. Ed è così superbo che tiene appese intorno a sé le armi di tutti quelli che ha ucciso o catturato; davanti a tutte, su un cipresso alto e ben visibile, ci sono la sopravveste e le armi di Rinaldo.

Il racconto di Falerina ott. 40–47

Orlando arriva a piedi sulla riva, con Falerina accanto. Appena vede il ponte, la maga cambia faccia e maledice Macone e chi crede in lui: «Cavaliere, siamo morti, non c'è più rimedio. È stato quel traditore di Apollino a guidarci fin qui: possa cadere dal cielo! Qui vive un bandito crudele e assassino, che si chiama Aridano. Un tempo derubava i viandanti, ma non aveva né forza né coraggio, perché è di sangue vile.

Ora invece è fortissimo, e ti dirò perché. In questo lago vive una fata di nome Morgana, che con le sue arti malvagie aveva fabbricato un corno capace di distruggere il mondo: chi lo suonava andava incontro alla morte. Poi arrivò un cavaliere, non so come si chiami né da dove venga, che vinse i tori, il drago e i guerrieri usciti dalla terra, e spezzò l'incantesimo.

Morgana se ne sdegnò tanto che costruì il lago, il ponte e il fiume, convinta che quel campione prima o poi passerà di qui, o verrà a cercare l'avventura per coraggio: e allora lo avrà, morto o prigioniero. Cercò in tutto il mondo l'uomo più crudele e malvagio, trovò Aridano e gli diede armi fatate e una meraviglia ancora più grande: chiunque lo affronti, lui ha sempre sei volte la sua forza. Per questo sono certa che non ce la farai, e mi vedo già annegare con te. Siamo arrivati allo scoperto: appena Aridano ci vede, siamo perduti.»

Le armi di Rinaldo ott. 48–53

Orlando sorride e le risponde a bassa voce: «Tutta la gente che il sole scalda non mi farebbe tornare indietro di un passo. Dio sa quanto mi dispiace lasciarti qui da sola; ma sta' tranquilla e non avere paura: la spada è lo strumento di chi ha forza.»

Falerina piange ancora: «Fuggi, per Dio, cavaliere, salvati! Qui non basterebbero il conte Orlando, né Carlo Magno con tutta la sua corte. Mi dispiace perdere la vita, ma la tua morte mi addolora di più: io sono una donna da poco, tu un cavaliere coraggioso e gentile.»

A quelle dolci parole Orlando a poco a poco si lascia convincere e decide di tornare indietro. Ma guardandosi intorno, oltre il ponte, riconosce le armi di suo cugino Rinaldo, e piangendo grida: «Chi mi ha fatto un torto così grande? O fiore di tutti i cavalieri, chi mi ti ha ucciso? Ti hanno ammazzato a tradimento su quel ponte, perché il mondo intero non ti avrebbe vinto in un combattimento leale.

Ascoltami dal paradiso, dove sei ora: perdonami se ti ho mai offeso, caro cugino. Sono sempre stato tuo, anche quando falsi sospetti e un amore vano ci hanno spinto a combattere e la gelosia ci ha messo le armi in mano. Ti ho sempre voluto bene e te ne voglio ancora; il torto era mio, e ora lo ammetto. Chi è stato quel traditore, quel lupo rapace, che ci ha impedito di tornare in pace, ai baci e alle lacrime della riconciliazione? Questo è il dolore che mi distrugge: non poterti parlare e chiederti perdono prima di morire.»

Orlando contro Aridano ott. 54–60

Piangendo, Orlando sguaina la spada e imbraccia lo scudo. È la spada fabbricata da Falerina, contro cui non valgono né armature né incantesimi: il poeta l'ha già raccontato e non serve ripeterlo. Acceso d'ira e di dolore, Orlando salta sul ponte, spezza la sbarra e passa nel prato, dove Aridano, sdraiato sotto il cipresso, sta guardando le armi di Rinaldo.

Il bandito, colto di sorpresa, si turba un poco; ma balza in piedi, afferra il suo bastone e dice: «Anche se ti aiutassero tutto il paradiso e il dio Macone, dovresti morire comunque.» E cala il bastone di ferro: colpisce lo scudo, lo fracassa, e Orlando cade in ginocchio. Il saraceno si china a braccia aperte per prenderlo sotto il braccio e gettarlo nel lago, come fa sempre.

Ma Orlando non si arrende e non ha paura: mena un gran colpo di traverso, taglia via un pezzo dello scudo fatato e la lama scende sul fianco, spezzando piastre e usbergo, perché contro quella spada non c'è incantesimo che tenga. Se Aridano non si fosse chinato, l'avrebbe tagliato in due come un pezzo di latte rappreso; invece resta solo ferito. Pieno di rabbia, mena il bastone in fretta, ma Orlando ne ha già assaggiato la forza e non lo aspetta: salta di lato e colpisce basso, alle gambe, mentre Aridano cala il bastone con gran fracasso. I due colpi si incontrano, e la spada, che non teme gli incantesimi, taglia più di due palmi di bastone.

In fondo al lago ott. 61–63

Aridano lancia un urlo bestiale e salta addosso a Orlando: lo afferra con tanta furia che il conte non riesce a difendersi, corre come se avesse le ali, lo porta di peso fino alla riva e, così abbracciato, si getta con lui nel lago, armato com'è. Precipitano insieme dall'alta sponda nell'acqua scura.

Falerina non aspetta oltre: scappa per la pianura tremando e voltandosi indietro di continuo, e qualunque cosa veda o senta da lontano, crede di avere Aridano alle spalle. Ma Aridano ci mette un bel po' a tornare, perché è sceso con Orlando fino in fondo.

«Per ora non voglio cantare altro» conclude il poeta, «perché a forza di parlare mi si confondono le parole. Tornate al prossimo canto: vi racconterò la cosa più strana del mondo, la più piacevole e la più vera, se Dio ci dà pace.»

Parole difficili

  • squaderno ott. 2: scompiglio, disordine.
  • Dritti e roversi ott. 4: colpi di spada dati da destra e di rovescio.
  • cor di serpe ott. 5: cuoio, pelle di serpente.
  • fantina ott. 6: ragazza, fanciulla.
  • ronzone ott. 9: cavallo.
  • usbergo acciarino ott. 9: armatura di maglia d'acciaio.
  • cernito ott. 10: scelto, preso di mira.
  • serraglia ott. 13: cerchio, recinto: qui i soldati che circondano Rodamonte.
  • pardo ott. 16: leopardo.
  • de piattone ott. 21: di piatto, con la parte larga della lama invece che con il taglio.
  • d’arzone ott. 21: dall'arcione, cioè dalla sella.
  • confalone ott. 28: gonfalone, stendardo.
  • senator romano ott. 32: qui è Orlando, che nei poemi cavallereschi porta il titolo di senatore di Roma.
  • Fata del Tesoro ott. 34: la fata Morgana, che ha costruito la trappola del lago.
  • Apollino ott. 41: Apollo, che nei poemi cavallereschi è uno degli dèi dei saraceni.
  • gallone ott. 57: fianco.
  • fatasone ott. 60: fatagione, l'incantesimo che rende invulnerabili.

Il testo di Boiardo

63 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Non fu, signor, contato più giamai Battaglia sì diversa e tanto orribile, Perchè, come di sopra io vi contai, Rodamonte di Sarza, quel terribile, Contra de Naimo, che avea gente assai, Solo è afrontato, che è cosa incredibile; Ma Turpin, che dal ver non se diparte, Per fatto certo il scrisse alle sue carte.

2

Nè scio se ’l fu piacer del celo eterno Donar tanta prodezza ad un Pagano, O se ’l demonio, uscito dell’inferno, Combattesse per lui quel giorno al piano; E’ pose nostra gente in tal squaderno, Che non fu data, al ricordare umano, Cotal sconfitta a nostra gente santa, Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.

3

Tutte le schiere, come io ve ho contato, Giù della costa son callate al basso; Da l’altra parte Rodamonte armato Ha fesa la battaglia a gran fraccasso. La nostra gente come erba di prato Taglia a traverso e manda morta al basso; Pedoni e cavallier, debili e forti L’un sopra a l’altro van spezzati e morti.

4

Sempre ferendo va quello africante Dritti e roversi, e cridando minaccia; Egli ha i nemici di dietro e davante, Ma lui col brando se fa ben far piaccia. Ecco gionta alla zuffa Bradamante, Quella donzella ch’è di bona raccia; Come fùlgor del cielo, o ver saetta, Ver Rodamonte la sua lancia assetta.

5

Dal lato manco il gionse nel traverso E passò il scudo questa dama ardita, E quasi a terra lo mandò riverso, Benchè non fece a quel colpo ferita; Chè ’l saracin, che fu tanto diverso, Et avea forza incredibile e infinita, Portava sempre alla battaglia indosso Un cor di serpe, mezo palmo grosso.

6

Ma non di manco pur fo per cadere, Come io ve dissi, per quella incontrata, Quando la dama che ha tanto potere Lo ferì al fianco con lancia arrestata; Tutta la gente che l’ebbe a vedere, Levò gran crido e voce smisurata; Nè già per questo al Pagan se avicina, Ma sol cridando aiuta la fantina.

7

Lei già rivolto ha il suo destrier coperto, E torna adosso a quel saracin crudo. Or fuor de schiera uscì il conte Roberto, E ferì Rodamonte sopra il scudo, Et Ansuardo de battaglia esperto, Egli sprona anco adosso a brando nudo; Onde la gente, che ha ripreso il core, Tutta se mosse insieme a gran furore,

8

Adosso! adosso! ciascadun cridando, Con sassi e lancie e dardi oltra misura. Rideva il saracin questo mirando, Come colui che fu senza paura; Mena a traverso il furïoso brando, E gionse proprio a loco di cintura Quello Ansuardo, conte di Lorena, E morto a terra il pose con gran pena.

9

Mezo alla terra e mezo nell’arcione Rimase il busto di quel paladino: Non fu mai vista tal destruzïone. A Brandimante mena il Saracino; Lei non accolse, ma gionse il ronzone, Che era coperto de usbergo acciarino; Non giova usbergo nè piastra nè maglia, Chè col e spalle a quel colpo li taglia.

10

Onde rimase a terra la donzella, Chè ’l suo destriero è in duo pezi partito. Adosso a gli altri il Saracin martella; Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito: De un colpo il fende insino in su la sella. Alor fu ciascaduno sbigotito, Mirando il colpo di tanta tempesta: Chi può fuggire, in quel campo non resta.

11

Rimase, com’io dico, Brandimante Col destrier morto adosso in su l’arena Tra quelle genti occise, che eran tante, Che più morta che viva era con pena. E Rodamonte, busto de gigante, Col brando tutto il resto a morte mena; Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano, E manda pezzi da ogni banda al piano.

12

Pezzi de omini armati e de destrieri Da ciascun canto in su la terra manda: Contarvi e’ colpi non vi fa mestieri, Nè quanto sangue per terra si spanda. Vanno a fraccasso e' nostri cavallieri, Ciascun fuggendo a Dio si racomanda, Et a dir presto e ben la cosa intera, Tutta a roina è già la prima schiera.

13

E gionto è quel pagano alla seconda, E rinovata è qui l’aspra battaglia, Chè gente sopra a gente più ve abonda, E fatto ha intorno al Saracin serraglia; Ma lui col brando tutti li profonda, E men gli stima che un covon de paglia. Il duca Naimo, che ogni cosa vede, Per la gran doglia di morir se crede.

14

— Segnor del cel, dicea, se alcun peccato Contra de noi la tua iustizia inchina, Non dar l’onore a questo rinegato, Che così strazia tua gente meschina! Questo dicendo, un messo ebbe mandato, Che racontasse a Carlo la roina Che era incontrata, e dimandasse aiuto, Benchè se tenga ormai morto e perduto,

15

Poi che ’l Pagano ha sì franca persona, Che non trova riparo a sua possanza. Ecco scontrato ha Bovo de Dozona, E tutto feso l’ha fin a la panza. Sua gente morto in terra lo abandona, E ciascadun che avea prima baldanza, Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere, Volta le spalle e fugge a più potere.

16

Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero: Tutti li occide senza alcun riguardo. Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero, Ma nanti al Saracin ciascuno è tardo, Chè Rodamonte è sì presto e legiero, Che al corso avea più volte gionto un pardo. Non vi giova fuggire e non diffesa: Tutti li manda morti alla distesa.

17

Come al decembre è il vento che s’invoglia, Quando comincia prima la freddura: L’arbor se sfronda e non vi riman foglia; Così van spessi e’ morti a la pianura. Ecco Americo, il duca di Savoglia, Ch’è rivoltato in sua mala ventura, E gionse a mezo il petto lo Africano, Rotta sua lancia, e fu quel colpo vano;

18

Chè a lui ferì il pagan sopra la testa, E tutto il parte insin sotto al gallone. Or fugge ciascaduno e non se arresta; Mai non se vidde tal confusïone. Il duca Naimo una grossa asta arresta, E move la sua schiera il bon vecchione, E sieco ha quattro figli, ogniom più fiero, Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.

19

Cresce la zuffa e il crido se rinova, E levasi il rumore e ’l gran polvino. Primeramente Avorio il Pagan trova, E ben rompe sua lancia il paladino; Ma Rodamonte sta fermo alla prova, E non se piega il forte saracino; E similmente nel colpir de Ottone Stette in duo piedi saldo al parangone.

20

L’un dopo l’altro Avino e Belengero A lui feriano adosso arditamente, E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero; Ma, come gli altri, pur fece nïente. Al quinto colpo quel saracin fiero Alciò la faccia a guisa de serpente; Crollando il capo disse: Via, canaglia! Chè tutti non valeti un fil di paglia.

21

Nè più parole; ma del brando mena, E gionse nella testa al franco Ottone. Come a Dio piacque e sua Matre serena, Voltosse il brando e colse de piattone, E fo quel colpo di cotanta pena, Che tramortito lo trasse d’arzone; Nè sopra a questo il Saracin se arresta, Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.

22

E misse a terra duo de quei gagliardi, Avorio e Belengier, feriti a morte; E gli altri tutti, e nobili e codardi, Seriano occisi da quel pagan forte, Se Desiderio e’ suoi franchi Lombardi Non avesser turbata quella sorte, Perchè a quel tempo con sua gente scorta La ria canaglia avea sconfitta e morta;

23

E gionto era alle spalle al Saracino, Che roïnando gli altri avanti caccia E già per terra avea disteso Avino, Ferito crudelmente nella faccia. Come un gran vento nel litto marino Leva l’arena e il campo avanti spaccia, Così quel crudo con la spada in mano Tutta la gente manda morta al piano.

24

Per l’aria van balzando maglie e scudi, Et elmi pien di teste, e braccie armate, Ma benchè taglia come corpi nudi Sbergi e lameri e le piastre ferrate, Pur rivoltava spesso gli occhi crudi Alle sue gente rotte e dissipate, E tutta via mirando alla sua schiera, Facea battaglia avanti orrenda e fiera.

25

Quale il forte leone alla foresta, Che sente alle sue spalle il cacciatore, Squassando e crini e torzendo la testa Mostra le zanne e rugge con terrore; Tal Rodamonte, odendo la tempesta Che faceano e’ Lombardi, e ’l gran furore Della sua gente rotta e posta in caccia, Rivolta a dietro la superba faccia.

26

Sua gente fugge, e chi più può sperona: Beato se tenìa chi era il primiero. Re Desiderio mai non li abandona, Anci li caccia per stretto sentiero. A lui davanti è il conte di Cremona, Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero, Dico Arcimbaldo, e sieco a mano a mano Vien Rigonzone, il forte parmesano.

27

Era costui feroce oltra a misura, Ma legier di cervel come una paglia; O ver guarnito, o senza l’armatura, Battendo gli occhi intrava alla battaglia; Nè della vita, nè de onor si cura, Chè sua ballestra non avea serraglia, Dico, perchè scoccava al primo tratto: A dire in summa, el fu gagliardo e matto.

28

Or questi duo la gente saracina, Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone, Cacciano in rotta con molta roina. Del re di Sarza in terra è ’l confalone, Ch’era vermiglio, e dentro una regina, Quale avea posto il freno ad un leone: Questa era Doralice de Granata, Da Rodamonte più che il core amata.

29

Però ritratta nella sua bandiera La portava quel re cotanto atroce, Sì naturale e proprio come ella era, Che altro non li manca che la voce. E lei mirando, alla battaglia fiera Più ritornava ardito e più feroce, Chè per tal guardo sua virtù fioriva, Come l’avesse avante a gli occhi viva.

30

Quando la vidde alla terra caduta, Mai fu nella sua vita più dolente; La fiera faccia di color si muta, Or bianca ne vien tutta, or foco ardente. Se Dio per sua pietate non ce aiuta, Perduto è Desiderio e la sua gente, Perchè il Pagano ha furia sì diversa, Che nostra gente fia sconfitta e persa.

31

Questa battaglia tanto sterminata Tutta per ponto vi verrò contando, Ma più non ne vo’ dire in questa fiata, Perchè tornar conviene al conte Orlando, Quale era gionto al fiume della fata, Sì come io vi lasciai alora quando Con Falerina se pose a camino, Poi che disfatto fu quel bel giardino:

32

Quel bel giardino ove era guardïano Il drago, il toro e l’asinello armato, E quel gigante, che era ucciso in vano Come di sopra vi fu racontato. Tutto il disfece il senator romano, Benchè per arte fosse fabricato, Et alla dama poi dètte perdono, Per trar dal ponte quei che presi sono:

33

Quei cavallier, che presi erano al ponte Dal vecchio ingannator, come io contai. Quivi n’andava drittamente il conte, Per trar cotanta gente di tal guai, Via caminando per piani e per monte; Con seco è Falerina sempre mai, A piede, come lui, nè più, nè meno, Chè non avean destrier, nè palafreno.

34

Perduto aveva il conte Brigliadoro, Come sapiti, e insieme Durindana; Or, così andando a piè ciascun de loro, Gionsero un giorno sopra alla fiumana, Ove la falsa Fata del Tesoro Avea ordinata quella cosa strana, Più strana e più crudel che avesse il mondo, Perchè il fior de’ baroni andasse al fondo.

35

Fu profondato quivi il fio de Amone, Come di sopra odesti raccontare, E seco Iroldo e ’l loro compagnone, Che ancor mi fa pietate a ricordare; Nè dopo molto vi gionse Dudone, Il qual venìa questi altri a ricercare, Chè comandato li avea Carlo Mano Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.

36

Caminando il baron senza paura, Cercato ha quasi il mondo tutto quanto; E, come volse la mala ventura, Gionse a quel lago fatto per incanto, Ove Aridano, orrenda creatura, Cotanta gente avea condutta in pianto, Perchè ogni cavalliero e damigiella Gietta nel lago la persona fella.

37

Così fu preso e nel lago gettato Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa, Perchè Aridano in tal modo è fatato, Che ciascadun che avea sieco contesa, Sei volte era di forza superchiato, Onde veniva ogni persona presa; Perchè, se alcun baron ha ben possanza, E lui sei tanta di poter lo avanza.

38

Tanta fortezza avea quel disperato, Che, come spesso se potea vedere, Natava per quel lago tutto armato, E tornava dal fondo a suo piacere; E quando alcuno avesse profondato, Giù se callava senz’altro temere, E poi, notando per quella acqua scura, Di lor portava a soma l’armatura.

39

E tanto era superbo et arrogante, Che delle gente occise e da lui prese L’arme che avea spogliate, tutte quante A sè d’intorno le tenea suspese; Ma a tutte l’altre se vedea davante, Sopra a un cipresso bene alto e palese, La sopravesta e l’arme de Ranaldo, Che avea spogliato il saracin ribaldo.

40

Or, come io dissi, in su questa riviera Ne gionge il conte caminando a piede, E Falerina sempre a canto gli era; Ma quando quella dama il ponte vede, Tutta se turba e cangia ne la ciera, Biastemando Macone e chi li crede; Poi dice: Cavallier, con duol amaro Tutti siam morti, e più non c’è riparo.

41

Questo voluto ha il perfido Apollino (Così poss’el cader dal celo al basso!) Che ce ha guidato per questo camino, Per roïnarce a quel dolente passo. Or, perchè intendi, quivi è un malandrino Che già robbava ogniomo a gran fraccasso, Crudele, omicidiale et inumano, E fu il suo nome, et è ancora, Aridano.

42

Ma non avea possanza e non ardire, Chè è de rio sangue e de gesta villana; Or tanto è forte, e il perchè ti vo’ dire, Chè cosa non fu mai cotanto strana. Dentro a quel lago che vedi apparire, Stavi una fata, che ha nome Morgana, Qual per mala arte fabricò già un corno, Che avria disfatto il mondo tutto intorno.

43

Perchè qualunche il bel corno suonava, Era condutto alla morte palese. Sì lunga istoria dirti ora mi grava, Come le gente fusser morte, o prese. In poco tempo un barone arivava (Il nome suo non scio, nè il suo paese): Lui vinse e' tori, il drago e la gran guerra Di quella gente uscita della terra.

44

Quel cavallier, persona valorosa, Così disfece il tenebroso incanto, Onde la fata vien sì desdignosa Che mai potesse alcun darsi tal vanto; E fie’ questa opra sì meravigliosa, Che, ricercando il mondo tutto quanto, Non serà cavallier di tanto ardire, Qual non convenga a quel ponte perire.

45

Ella si pensa che quel campïone Che suonò il corno, quindi abbia a passare, O ver che per ardir, come è ragione, Venga questa aventura a ritrovare; Così l’averà morto, o ver pregione, Chè omo del mondo non potria durare. Per far perir quel cavallier Morgana Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.

46

E ricercando tutte le contrate De uno om crudel, malvaggio e traditore, Trovò Arridano senza pïetate Che già la terra non avea peggiore, E ben guarnito l’ha de arme affatate Et una maraviglia ancor maggiore, Che qualunche baron sieco s’affronta, Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.

47

Onde io mi stimo il vero, anzi son certa Che a tale impresa non potria durare, Et io con teco, misera, diserta, Dentro a quella acqua me vedo affogare; Chè noi siam gionti troppo a la scoperta, E non c’è tempo o modo di campare. Non è rimedio ormai: noi siam perduti, Come Aridano il fier ce abbia veduti.

48

Il conte, sorridendo a tal parole, Disse alla dama ragionando basso: Tutta la gente dove scalda il sole, Non mi faria tornare adietro un passo. Sciasselo Idio di te quanto mi dole, Poi che soletta in tal loco te lasso; Ma sta pur salda e non aver temanza: Il ferro è il mezo a l’om che ha gran possanza.

49

La dama ancor piangendo pur dicia: Fuggi per Dio, baron, campa la morte! Chè il conte Orlando qua non valeria, Nè Carlo Mano e tutta la sua corte. Lasciar m’incresce assai la vita mia, Ma de la morte tua mi dol più forte, Chè io son da poco e son femmina vile, Tu prodo, ardito e cavallier gentile.

50

Il franco conte a quel dolce parlare A poco a poco si venìa piegando, E destinava a dietro ritornare. Oltra quel ponte d’intorno guardando, L’arme cognobbe che suolea portare Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando: Chi mi ha fatto, dicea, cotanto torto? O fior d’ogni baron, chi te me ha morto?

51

A tradimento qua sei stato occiso Dal falso malandrin sopra quel ponte, Chè tutto il mondo non te avria conquiso, Se teco avesse combattuto a fronte. Ascoltami, baron; dal paradiso, Ove or tu dimori, odi il tuo conte, Qual tanto amavi già, benchè uno errore Commesse a torto per soperchio amore.

52

Io te chiedo mercè, damme perdono, Se io te offesi mai, dolce germano, Ch’io fui pur sempre tuo, come ora sono, Benchè falso suspetto et amor vano A battaglia ce trasse in abandono, E l’arme zelosia ce pose in mano. Ma sempre io te amai et ancor amo; Torto ebbi io teco, et or tutto me ’l chiamo.

53

Che fu quel traditor, lupo rapace, Qual ce ha vetato insieme a ritornare Alla dolce concordia e dolce pace, A i dolci baci, al dolce lacrimare? Questo è l’aspro dolor che mi disface, Ch’io non posso con teco ragionare E chiederti perdon prima ch’io mora; Questo è l’affanno e doglia che me accora.

54

Così dicendo Orlando con gran pianto Tra’ for la spada, e il forte scudo imbraccia: La spada a cui non vale arme, nè incanto, Ma sempre, dove giongie, il camin spaccia. Il fatto già vi contai tutto quanto, Sì che non credo che mistier vi faccia Tornarvi a mente con quale arte e quando Da Falerina fusse fatto il brando.

55

Il conte, de ira e de doglia avampato, Salta nel ponte con quel brando in mano; Spezza il serraglio e via passa nel prato, Ove iaceva il perfido Aridano. Sotto al cipresso stava il renegato, Quelle arme del segnor de Montealbano, Che erano al tronco de intorno, mirando, Quando li gionse sopra ’l conte Orlando.

56

Smarrisse alquanto il malandrino in viso, Quando a sè vide sopra quel barone, Però che adosso gli gionse improviso; Pur saltò in piede e prese il suo bastone, E poi dicea: Se tutto il paradiso Te volesse aiutare e idio Macone, E’ non avrian possanza e non ardire, Chè in ogni modo ti convien morire.

57

Al fin delle parole un colpo lassa Con quel baston di ferro il can fellone; Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa, E cadde Orlando in terra ingenocchione. A braccia aperte il saracin se abassa, Credendolo portar sotto al gallone, Come portar quelli altri era sempre uso E poi nel lago profondarli giuso.

58

Ma il conte così presto non si rese, Benchè cadesse, e non fu spaventato; Per il traverso un gran colpo distese, E gionse a mezo del scudo afatato. A terra ne menò quanto ne prese, E cadde il brando nel gallone armato, Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto, Chè a quella spada non vi vale incanto.

59

E, se non era il saracin chinato, Chè ben non gionse quella spata a pieno, Tutto l’avrebbe per mezo tagliato, Come un pezzo di latte, più nè meno; Pur fu Aridano alquanto vulnerato, Onde li crebbe al cor alto veleno, E mena del bastone in molta fretta; Ma il conte l’ha assaggiato, e non l’aspetta.

60

Giettosse Orlando in salto de traverso E menò il brando per le gambe al basso, Et a quel tempo il saracin perverso Callava il suo bastone a gran fraccasso. Tirando l’uno e l’altro di roverso Ben se gionsero insieme al contrapasso, Ma il brando, che non cura fatasone, Duo palmi e più tagliò di quel bastone.

61

Mosse Aridano un crido bestïale, E salta adosso al conte, d’ira acceso. Nulla diffesa al franco Orlando vale, Con tanta furia l’ha quel pagan preso, E vien correndo, come avesse l’ale. Alla riviera nel portò di peso, E così sieco, come era abracciato, Giù nel gran lago se profonda armato.

62

Da l’alta ripa con molta roina Cadderno insieme per quella acqua scura. Quivi più non aspetta Falerina, Ma via fuggendo su per la pianura Giva tremando, come una tapina, Guardando spesso adietro con paura, E ciò che sente e vede di lontano, Sempre alle spalle aver crede Aridano.

63

Ma lui bon tempo stette a ritornare, Chè gionse con Orlando insino al fondo. Più nel presente non voglio cantare, Chè al tanto dir parole me confondo: Piacciavi a l’altro canto ritornare, Che la più strana cosa che abbia il mondo, E la più dilettosa e più verace Vi contarò, se Dio ce dona pace.