Libro II · Canto VIII
Il tesoro di Morgana
Sotto il lago c'è un altro mondo. Orlando uccide Aridano, conquista una pietra di fuoco e scopre che Rinaldo è vivo, prigioniero della fata.
In breve
Avvinghiati, Orlando e il gigante Aridano sprofondano nel lago e sbucano in un mondo sotterraneo, con un altro sole e un prato fiorito. Lì Orlando uccide Aridano, entra in una grotta e, superato con un salto un fiume il cui ponte crolla di continuo, arriva al tesoro della fata Morgana: un re d'oro con una spada sospesa sopra la testa e un arciere pronto a tirare. Riparandosi con lo scudo, Orlando si prende la pietra luminosa che illumina la sala.
Con quella luce scende fino a un giardino meraviglioso, dove Morgana dorme accanto a una fontana. Dietro un muro di cristallo scopre i prigionieri della fata: Dudone, Brandimarte e Rinaldo, che credeva morto. Rinaldo teme che il cugino sia ancora arrabbiato per il loro duello, ma Brandimarte promette di riappacificarli. Una prigioniera spiega a Orlando che solo la chiave di Morgana può liberarli: lui torna alla fontana e insegue la fata, che fugge in un deserto di sassi e spine, sotto una tempesta terribile.
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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Capitolo 09
La fortuna di Morgana
4 scene su questo canto · 3 min
- Scena 02Un mondo sotto l’acqua0:41
- Scena 03La pietra che fa luce0:44
- Scena 04Gli amici dietro il cristallo0:53
- Scena 05L’occasione che fugge0:44
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Orlando e il gigante Aridano precipitarono insieme nell'acqua scura del lago, stretti stretti. A un tratto l'acqua diventò chiara, e apparve un altro sole! Sotto il lago c'era un mondo nuovo, con un prato fiorito. Sopra la testa, invece del cielo, si vedeva il fondo del lago.
Appena Aridano lo lasciò andare, Orlando afferrò la spada. Il gigante era sei volte più forte, ma il suo bastone colpiva sempre a vuoto. Orlando invece era esperto e furbo. Alla fine lo sconfisse, e Aridano non si rialzò più.
Poi Orlando entrò in una grotta buia. Trovò un fiume, e al di là un prato pieno di perle e pietre preziose: era il tesoro della fata Morgana. Sul fiume c'era un ponticello stretto stretto. Ma appena Orlando ci provava, una statua di ferro colpiva il ponte con un bastone e lo faceva crollare. Allora lui prese la rincorsa e, con tutta l'armatura addosso, saltò dall'altra parte!
Lì c'era un re tutto d'oro, circondato da cortigiani d'oro. Sopra la sua testa pendeva una spada, e accanto a lui un arciere teneva la freccia pronta. Davanti al re brillava una pietra rossa come il fuoco, che illuminava tutta la sala. Orlando provò a prenderla, ma l'arciere tirò, e la terra tremò. Allora il conte si riparò con lo scudo, afferrò la pietra e se la portò via.
Con quella luce scese in basso, fino a un giardino meraviglioso. Accanto a una fontana dormiva Morgana. Era una fata strana: aveva tutti i capelli davanti, sulla fronte, e dietro quasi niente. Era fatta come l'occasione, che bisogna prendere per i capelli prima che scappi.
Poco più in là c'era un alto muro di cristallo. Dietro c'erano i prigionieri della fata: Dudone, tanti cavalieri e dame... e Rinaldo! Orlando lo credeva morto, invece era vivo. Piangevano tutti, ma attraverso il cristallo non potevano abbracciarsi. Rinaldo aveva un po' paura: forse Orlando era ancora arrabbiato per il loro vecchio duello? «Non temere» gli disse il suo compagno Brandimarte. «Farò io la pace fra voi due.»
Orlando alzò la spada per spaccare il muro. «Fermo!» gridarono i prigionieri. «Se il muro si rompe, cadremo giù, nel buio!» Allora una ragazza gli spiegò che la prigione si apriva solo con la chiave di Morgana. «Corri alla fontana: forse la fata è ancora lì!»
Orlando corse. Morgana ormai era sveglia, e ballava cantando, leggera come una foglia. Appena lo vide, scappò via. Orlando la inseguì oltre il monte, in un deserto pieno di sassi e di spine. E proprio allora il cielo diventò nero: arrivarono vento, grandine, tuoni e fulmini.
Riuscirà Orlando ad acchiappare la fata per i capelli? Aspettiamo che passi la tempesta: lo sapremo nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Una canzone di primavera ott. 1–3
Come l'usignolo canta giorno e notte quando la terra è più fiorita e il cielo più sereno, così questa bella stagione invita il poeta a continuare il suo canto e a raccontare quanto onore danno le armi unite all'amore. «Dame gentili e cavalieri, fatevi avanti e ascoltate le imprese degli antichi baroni: Tristano e Isotta dalla treccia bionda, Ginevra e Lancillotto, ma soprattutto il valoroso Orlando, che per amore della bella Angelica compì tante meraviglie che il mondo parla solo di lui.»
Vi ho appena raccontato, continua, come Orlando, avvinghiato al perfido gigante Aridano, è caduto in fondo al lago. Ora ascoltate tutta la storia.
Un altro mondo sotto il lago ott. 4–7
Precipitano insieme nell'acqua scura, stretti come in un fascio. Sono già scesi di un miglio, e continuano a cadere, quando l'acqua comincia a farsi chiara e limpida: trovano un altro sole e un altro giorno.
È come se fosse nato un mondo nuovo. Si ritrovano all'asciutto in mezzo a un prato, e sopra di loro vedono il fondo del lago, illuminato dal sole di lassù. Tutto intorno il luogo è chiuso da una grotta di marmo lucente, ai piedi di un monte: un giro di tre miglia.
Orlando è ancora stretto al gigante, faccia a faccia, e si dibatte per liberarsi, ma invano: Aridano è sei volte più forte di lui. Arrivati sul prato fiorito, Aridano vuole spogliarlo delle armi, convinto che sia ormai troppo spaventato per difendersi. Si sbaglia: appena lo lascia andare, Orlando imbraccia lo scudo e mena la spada.
La fine di Aridano ott. 8–12
Comincia un assalto crudele. Il saraceno maneggia un bastone che a un colpo spianerebbe un monte; il figlio di Milone ha la spada fatata, la più fine che sia mai esistita, che taglia tutto ciò che trova. Orlando colpisce per primo e gli spacca la parte davanti dell'elmo, senza arrivare alla faccia. «Così si scaccia una mosca, così si fa vento al naso» brontola Aridano tra i denti. «Ma te la farò pagare.»
Cala un colpo tremendo, che però non va a segno: se l'avesse preso, avrebbe steso il conte morto a terra. La battaglia si fa ancora più feroce: uno ha più forza, l'altro più coraggio, e tutti e due vogliono vincere. Ma il bastone di Aridano colpisce sempre a vuoto, mentre Orlando, esperto di guerra, gioca meglio la sua partita e lo ferisce alla pancia, alla testa e al fianco.
«Per non tenervi qui fino a notte» dice il poeta, l'ultimo colpo di Orlando spacca Aridano fino alla cintura, e il gigante cade morto sul prato. Intorno non c'è nessuno: si vedono solo il monte e la roccia, e il conte si guarda intorno senza sapere che fare.
La porta del Labirinto ott. 13–17
La parete bianca che gira tutt'intorno impedisce di salire sulla collina, verde e fiorita. Ma dalla parte dove sorge il sole, nella roccia è scolpita una porta aperta, alta e regale, la più bella del mondo. Orlando ci si avvicina e vede che è decorata con una storia fatta d'oro, pietre preziose, perle e smalti.
C'è un luogo circondato cento volte da mura altissime, con cento sbarramenti e cento porte: è il Labirinto, come dice la scritta. È pieno di morti, perché chi osa entrarci si perde e non trova più l'uscita; e chi per fortuna arriva in fondo viene ucciso e divorato dal Minotauro, un mostro crudele con l'aspetto di un bue cornuto. In disparte c'è una fanciulla innamorata di un giovane, che con la sua arte gli insegna a uscire da quel groviglio.
Ma il conte non ha voglia di guardare queste cose: passa la porta e si inoltra nella grotta.
Il ponte che sprofonda ott. 18–23
Cammina senza paura, al buio, per tre miglia, quando gli appare una meraviglia: una pietra limpida, rossa come il fuoco, che illumina tutto come il sole a mezzogiorno. Alla sua luce vede davanti a sé un fiume largo una ventina di braccia; al di là c'è un campo così pieno di gioielli che a descriverli ci vorrebbe un libro intero: il cielo non ha tante stelle, né la primavera tanti fiori, quante sono lì le perle e le pietre preziose. È il tesoro di Morgana.
Sul fiume c'è un ponticello largo meno di mezzo palmo, con ai lati due statue di ferro a forma di uomini armati. Orlando non ha ancora messo piede sul ponte, che una delle statue alza un enorme bastone. Il conte è pronto a parare con la sua spada, ma non ce n'è bisogno: la statua colpisce il ponte e lo fa sprofondare.
Orlando guarda stupito, ed ecco che a poco a poco al posto del primo nasce un altro ponte. Ci sale con coraggio, ma non c'è modo di passare: la statua colpisce il ponte e lo spacca ogni volta. «Che cosa aspetto?» si dice allora Orlando. «Anche se il fiume fosse largo dieci miglia, io devo passare.» Torna un po' indietro per prendere la rincorsa e, come se avesse le ali, con tutta l'armatura addosso salta dall'altra parte.
Il re d'oro e la pietra di fuoco ott. 24–33
Sul prato del tesoro si trova davanti un re seduto in mezzo ai suoi cortigiani, che stanno tutti in piedi. Sono statue d'oro, coperte di perle, rubini e diamanti. Davanti al re c'è una tavola apparecchiata con tante vivande, ma tutte di smalto. Sopra la sua testa pende una spada lucente che lo minaccia di morte, e alla sua sinistra, a meno di un passo, c'è un arciere con la freccia già incoccata.
Accanto al re c'è suo fratello, che gli somiglia, con un cartiglio in mano: «Potere, ricchezza e il mondo intero non valgono niente, se si possiedono con tanta paura.» Per questo il re ha la faccia triste e si guarda intorno sospettoso. Davanti a lui, sopra un giglio d'oro, c'è il carbonchio, la pietra di fuoco che illumina tutta la sala: una piazza chiusa, senza finestre, di cinquecento braccia per lato, con quattro porte riccamente lavorate. La luce di quella pietra è quasi più forte di quella del sole.
Orlando, che non si cura di queste meraviglie, si avvia verso una porta, ma è così buia che non sa dove andare. Le prova tutte, una dopo l'altra: ognuna è più nera e paurosa della precedente. Mentre ci pensa, gli viene in mente la pietra di fuoco e corre a prenderla; ma subito l'arciere scocca la freccia e colpisce il carbonchio, spargendo la luce dappertutto.
Comincia un terremoto, la roccia muggisce da ogni parte con un fragore mai sentito. Orlando resta fermo, senza paura, e la pietra torna sul giglio, splendente come prima. Ci riprova: appena la tocca, l'arciere scocca una freccia d'oro, e il terremoto dura più di un'ora prima che la luce rossa torni al suo posto.
Allora il conte di Anglante decide che quella pietra deve essere sua. Mette lo scudo davanti, proprio dove l'arciere mira, e afferra il carbonchio: la freccia colpisce lo scudo con violenza, ma non lo passa. E Orlando se ne va con la pietra in mano.
Verso la prigione ott. 34–41
La sorte vuole che non prenda la strada a destra, che lo avrebbe riportato in superficie. Scende invece verso il basso, dove non splendono né il sole né la luna e da dove non si torna senza danno, verso la prigione in cui stanno Rinaldo e Dudone.
I due sono stati presi sul fiume, come si è già raccontato; con loro ci sono anche Brandimarte e più di settanta cavalieri e dame, senza più nessuna speranza di uscire da quell'incantesimo. Brandimarte però non è stato preso con la forza come gli altri: Morgana, con le sue arti, l'ha fatto innamorare di sé con un falso aspetto, e lui l'ha seguita dappertutto finché, tra carezze e sorrisi, è finito in quel fondo doloroso.
Il conte di Brava scende sulla sinistra per una scala di marmo lunga più di un miglio. Senza la luce del carbonchio si perderebbe mille volte, perché la strada è tortuosa e infida. Arrivato in piano, vede lontanissima una fessura in fondo alla caverna, e a poco a poco capisce che è una porta. Sopra è scolpita una scritta: «Tu che arrivi qui, dama o cavaliere, sappi che entrare è facile, ma risalire è difficile, se non afferri quella buona fata che fugge sempre e non si ferma mai, e ha la testa piena di capelli davanti e calva dietro.»
Orlando non capisce quelle parole, ma entra senza esitare, e si ritrova in un prato così bello che al mondo non si è mai visto né sentito un posto più delizioso. Il cielo è più limpido di uno zaffiro, gli alberelli sono carichi di frutti e di fiori insieme. A un miglio dalla porta, un alto muro di pietre trasparenti divide il campo, e al di là si vede un bel giardino.
Morgana addormentata ott. 42–47
Camminando sull'erba, Orlando vede una fontana d'oro, perle e pietre preziose. Accanto, distesa a pancia in su, dorme Morgana, così bella e dolce da rallegrare qualunque anima triste. Il conte la guarda in silenzio per non svegliarla: ha tutti i capelli sulla fronte e dietro quasi niente, la faccia allegra e ridente, le gambe pronte a fuggire, una veste bianca e rossa che scappa di mano a chi prova ad afferrarla.
Una voce gli dice: «Se non prendi quella che ti sta davanti prima che si svegli, paladino, ti consumerai le piante dei piedi a inseguirla per strade terribili, e farai tanta fatica prima di tenerla per i capelli che, se lo sopporterai in pace, ti considereranno un santo.»
Orlando si volta e va in silenzio verso la voce. Dopo una trentina di passi arriva ai piedi dell'alto muro, tutto di cristallo trasparente, e capisce che chi ha parlato è prigioniero là dietro: è il suo caro Dudone. Li separano appena tre piedi, e tutti e due piangono, allungando le mani per abbracciarsi. «Mi affatico per niente» dice Orlando, «non riesco in nessun modo a toccarti.» In quel momento arriva Rinaldo, a braccetto con Brandimarte, e piangono anche loro.
Rinaldo e Orlando ott. 48–52
«Ha ancora l'armatura e la spada al fianco» dice Rinaldo. «Ci tirerà fuori tutti, per Dio, perché il suo valore non sarà mai vinto. Eppure non riesco a rallegrarmi: non so se gli è passata la rabbia di quando, per colpa mia, combattemmo e io quasi ci lasciai la vita. Ho avuto torto: non dovevo litigare con lui per nessun motivo. Lui è più grande di me, e devo sempre rispettarlo.» «Non avere paura» gli risponde Brandimarte. «Come è vero che Dio ci tirerà fuori di qui, farò presto la pace fra voi due.»
Mentre parlano così, Orlando si volta e li riconosce tutti e due. Piangendo e sospirando, a bassa voce chiede come e da quanto tempo sono prigionieri dell'incantesimo. Sentendo la loro storia soffre terribilmente, perché né la forza né l'ingegno possono abbattere quella prigione, e ce li ha davanti senza poterli aiutare.
Pieno di dolore e di rabbia, alza la spada per colpire il muro; ma i prigionieri gridano tutti insieme: «Fermo! Fermo, per Dio! Se il muro si rompe anche solo un poco, cadremo giù nella grotta, al buio.»
Il consiglio della prigioniera ott. 53–56
Allora parla una fanciulla, pallida di dolore ma bella anche così: «Se vuoi liberarci, cavaliere, devi passare da quella porta che sembra fatta di smeraldi e diamanti: non c'è altra entrata. Ma né il senno, né la forza, né il coraggio, né le minacce, né le belle parole la apriranno, se Morgana non ti dà la chiave. E prima di dartela si farà inseguire tanto che ogni altra pena ti sembrerà più leggera che seguire quella fata nel deserto, con una speranza falsa e un dolore sicuro.
Ma alla fine il valore vince tutto: chi insegue vince, se ha valore. Guarda quanta gente spera di salvarsi grazie a te. Tutti noi siamo caduti quaggiù presi con la forza; solo tu sei arrivato armato. Non perdere tempo: forse la fata non si è ancora accorta di te. Torna subito alla fontana, magari la trovi ancora lì.»
All'inseguimento di Morgana ott. 57–63
Il conte corre alla fontana e trova Morgana che balla e canta felice, girando su se stessa più leggera di una foglia al vento, guardando ora la terra ora il sole: «Chi cerca tesori, piaceri, onori o potere metta la mano su questa chioma d'oro che porto sulla fronte, e io lo renderò beato. Ma quando ha l'occasione, non indugi: il tempo passato non torna più, e io mi volto e lo lascio nei guai.»
Appena vede Orlando, la fata si volta, abbandona il prato e la fontana e fugge verso il monte che chiude la valletta. Orlando la insegue oltre il monte, deciso a prenderla, e standole sempre dietro si ritrova in un deserto: una strada orribile, piena di sassi, ora in salita ora in discesa, tra sterpi e spine cattive. Ma a lui non importa, perché la fatica è il cibo dei coraggiosi.
Ed ecco che alle sue spalle il cielo si oscura e si leva un vento furioso: pioggia e grandine battono tutto il campo, il sole scompare e non si vede più niente, se non quando il cielo si apre nei lampi. Tuoni, fulmini, nebbia, pioggia e vento riempiono il cielo, i monti e le pianure, e la tempesta non smette di crescere: nel bosco muoiono i serpenti, le volpi, i colombi e ogni altro animale.
«Lasciate Orlando in quel brutto tempo» dice il poeta a chi lo ascolta seduto comodo, «e non preoccupatevi della sua sventura: anche se lui ne verrà fuori, perché l'uomo forte vince tutto, chi può deve scappare dal maltempo. Bella compagnia, vi raccomando a Dio.»
Parole difficili
- rosignol ott. 1: usignolo.
- trezza ott. 2: treccia.
- re Bando ott. 2: re Ban, padre di Lancillotto nei romanzi di re Artù.
- in un fasso ott. 4: in un fascio, cioè stretti insieme.
- marmorina ott. 5: di marmo.
- spaccio ott. 6: spazio.
- figlio di Melone ott. 8: Orlando, figlio di Milone.
- tomba ott. 17: qui vuol dire grotta, galleria sotto terra.
- braccia ott. 19: il braccio era una misura di lunghezza, circa sessanta centimetri.
- concistoro ott. 24: consiglio, riunione solenne di un re con i suoi.
- breve ott. 26: biglietto, cartiglio con una scritta.
- carbone ott. 27: carbonchio, pietra preziosa rossa che secondo le leggende brilla al buio.
- ziglio ott. 27: giglio.
- conte di Brava ott. 37: un altro titolo di Orlando, che è anche conte di Anglante.
- crinuta testa ott. 39: testa piena di capelli.
- destro ott. 58: l'occasione buona, il momento giusto.
- bronchi ott. 60: sterpi, rami secchi e spinosi.
- ad aggio ott. 63: a proprio agio, comodi.
Il testo di Boiardo
63 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Quando la terra più verde è fiorita, E più sereno il cielo e grazïoso, Alor cantando il rosignol se aita La notte e il giorno a l’arboscello ombroso; Così lieta stagione ora me invita A seguitare il canto dilettoso, E racontare il pregio e ’l grand’onore Che donan l’arme gionte con amore.
Dame legiadre e cavallier pregiati, Che onorati la corte e gentilezza, Tiratevi davanti et ascoltati Delli antiqui baron l’alta prodezza, Che seran sempre in terra nominati: Tristano e Isotta dalla bionda trezza, Genevra e Lancilotto del re Bando; Ma sopra tutti il franco conte Orlando.
Qual per amor de Angelica la bella Fece prodezze e meraviglie tante, Che ’l mondo sol di lui canta e favella. E pur mo vi narrai poco davante Come abracciato alla battaglia fella Con Aridano, il perfido gigante, Cadde in quel lago nel profondo seno; Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.
Cadendo della ripa a gran fraccasso Callarno entrambi per quella acqua scura, Dico Aridano e lui tutti in un fasso. Già giuso erano un miglio per misura, E, roïnando tutta fiata a basso, Cominciò l’acqua a farsi chiara e pura, E cominciarno di vedersi intorno: Un altro sol trovarno e un altro giorno.
Come nasciuto fosse un novo mondo, Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato, E sopra sè vedean del lago il fondo, Il qual, dal sol di suso aluminato, Facea parere il luogo più iocondo; Et era poi d’intorno circondato Quel loco d’una grotta marmorina Tutta di pietra relucente e fina.
Era la bella grotta a piede al monte: Tre miglia circondava questo spaccio. Ora torniamo a ragionar del conte, Ch’è qui caduto col gigante in braccio, Seco sempre ristretto a fronte a fronte, E ben se aiuta per uscir de impaccio, Ma pur se sbatte e se dimena invano: Sei tanto è più de lui forte Aridano.
Nè l’un da l’altro si potean spiccare, Sin che fur gionti in sul campo fiorito. Quivi Aridano il volse disarmare, Credendo averlo tanto sbigotito, Che più diffesa non dovesse fare; A benchè tal pensier li andò fallito, Però che non l’avea lasciato a pena, Che ’l conte imbraccia il scudo e il brando mena.
Alor se incominciò l’aspra tencione E l’assalto crudele e dispietato. Il saracino adopra quel bastone Che avrebbe a un colpo un monte dissipato. Da l’altra parte il figlio di Melone Avea quel brando ad arte fabricato, Che cosa non fu mai cotanto fina, E ciò che trova taglia con roina.
Orlando a lui ferì primeramente, Come li uscitte a ponto delle braccia, E roppe avanti l’elmo relucente, Benchè non gionse il colpo nella faccia. Diceva il saracin tra dente e dente: A questo modo la mosca se caccia, A questo modo al naso si fa vento; Ma ben ti pagarò, s’io non mi pento.
Tra le parole un gran colpo disserra, Ma già non gionse il conte a suo talento, Chè ben lo avria disteso morto a terra, E tutto rotto con grave tormento. Or se rinforza la stupenda guerra: Quello ha possa maggior, questo ardimento, E ciascadun de vincer se procura: Battaglia non fu mai più orrenda e scura.
Benchè gran colpi menasse Aridano, Non avea ponto Orlando danneggiato, E giva sempre il suo bastone invano. Ma il conte, che è di guerra amaestrato, Menava bene il gioco d’altra mano, E già l’aveva in tre parte impiagato, Nel ventre, nella testa, nel gallone: Fuora uscia il sangue a grande effusïone.
E, per non vi tenire a notte scura, L’ultimo colpo che Orlando li dona, Tutto lo parte, insino alla centura, Onde la vita e il spirto lo abandona, E cadde morto sopra a la pianura. Quivi d’intorno non era persona; Altro che il monte e il sasso non appare, Pur guarda il conte e non scia che si fare.
La bianca ripa che girava intorno, Non lasciava salire al monticello, Quale era verde e de arboscelli adorno, Tutto fiorito a meraviglia e bello. E dalla parte ove apparisce il giorno, Era tagliata a punta di scarpello Una porta patente, alta e reale: Più mai ne vidde il mondo un’altra tale.
Guardando, come ho detto, intorno Orlando Scòrse nel sasso la porta tagliata, E verso quella, a piede caminando, Vien prestamente e gionse su l’intrata; E de ogni lato quella remirando, Vide una istoria in quella lavorata Tutta di pietre precïose e d’oro, Con perle e smalti di sotil lavoro.
Vedeasi un loco cento volte cinto De una muraglia smisurata e forte; Chiamavasi quel cerchio il Labirinto, Che avea cento serraglie e cento porte; Così scritto era in quel smalto e depinto. E tutto parea pieno a gente morte, Chè ogni persona che è d’intrare ardita, Vi more errando e non trova la uscita.
Mai non tornava alcuno ove era entrato, E, come è detto, errando si moria; O ver, dalla fortuna al fin guidato, Dopo l’affanno della mala via, Era nel fondo occiso e divorato Dal Minotauro, bestia orrenda e ria, Che avea sembianza d’un bove cornuto: Più crudel mostro mai non fu veduto.
Ritratta era in disparte una donzella, Che era ferita nel petto de amore De un giovanetto, e l’arte gli rivella Come potesse uscir di tanto errore. Tutta depinta vi è questa novella, Ma il conte, che a tal cosa non ha il core, Alle sue spalle quella porta lassa, E per la tomba caminando passa.
Via per la grotta va senza paura, Et era gito avante da tre miglia Senza alcun lume per la strata oscura, Alor che gl’incontrò gran meraviglia; Perchè una pietra relucente e pura, Che drittamente a foco se assimiglia, Gli fece luce mostrandoli intorno, Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.
Questa davanti gli scoperse un fiume Largo da vinte braccia, o poco meno; Di là da lui rendea la pietra il lume, In mezo a un campo sì de zoie pieno, Che solo a dir di lor serìa un volume; E non ha tante stelle il cel sereno, Nè primavera tanti fiori e rose, Quante ivi ha perle e pietre precïose.
Avea quel fiume ch’è sopra contato, Di sopra un ponte di poca largura, Che non è mezo palmo misurato. Da ciascun lato stava una figura Tutta di ferro, a guisa d’omo armato. Di là dal fiume aponto è la pianura, Ove posto il tesoro è di Morgana; Ora ascoltati questa cosa strana.
Non avea posto il piede su la intrata Del ponticello il figlio di Melone, Che la figura ad arte fabricata Levò da l’alto capo un gran bastone. Bene avea il conte sua spata fatata Per incontrare il colpo di ragione; Ma non bisogna che a questo risponda, Che dà nel ponte e tutto lo profonda.
A questa cosa riguardava il conte Meravigliando assai nel suo pensiero, Et ecco a poco a poco uno altro ponte Nasce nel loco dove era il primiero. Su vi entra Orlando con ardita fronte, Ma de quindi varcar non è mistiero, Chè la figura mai passar non lassa Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.
Il conte avea de ciò gran meraviglia, Fra sè dicendo: Or che voglio aspettare? Se il fiume fusse largo diece miglia, In ogni modo voglio oltra passare. Al fin delle parole un salto piglia: Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare A prender corso; e, come avesse piume, D’un salto armato andò di là dal fiume.
Come fu gionto alla ripa nel prato, Ove Morgana ha posto il gran tesoro, A sè davante vidde edificato Un re con molta gente a concistoro. Ciascun sta in piede, et esso era assettato; Tutte le membre avean formato d’oro, Ma sopra eran coperti tutti quanti Di perle, de robini e de diamanti.
Parea quel re da tutti riverito; Avanti avea la mensa apparecchiata Con più vivande, a mostra di convito, Ma ciascadun di smalto è fabricata. Sopra al suo capo avea un brando forbito, Che morte li minaccia tutta fiata; Et al sinistro fianco, a men d’un varco, Un che avea posto la saetta a l’arco.
Avea da lato un altro suo germano, Che lo rasomigliava di figura, E tenea un breve scritto nella mano. Così diceva a ponto la scrittura: Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano Qual se possede con tanta paura; Nè la possanza giova, nè il diletto, Quando se tiene o prende con sospetto.’
Però stava quel re con trista ciera, Guardando intorno per suspizïone. A lui davanti, ne la mensa altiera, Sopra de un ziglio d’oro era il carbone, Che dava luce a guisa de lumiera, Facendo lume per ogni cantone; Et era il quadro di quella gran piazza Per ciascun lato cinquecento braccia.
Tutta coperta de una pietra viva Era la piazza e d’intorno serrata; Per quattro porte di quella se usciva, Ciascuna riccamente lavorata. Non vi ha fenestra e d’ogni luce è priva, Se non che è dal carbone aluminata, Qual rendeva là giù tanto splendore, Che a pena il sole al giorno l’ha maggiore.
Il conte, che di questo non ha cura, Verso una porta prese il suo camino, Ma quella nella entrata è tanto scura, Che non sa dove andare il paladino. Ritorna adietro e d’intorno procura De l’altre uscite per ogni confino; Tutte le cerca senza alcuna posa: Ciascuna è più dolente e tenebrosa.
Mentre che pensa e sta tutto suspeso, Andògli il core a quella pietra eletta, Che nella mente parea foco acceso, Onde a pigliarla corse con gran fretta; Ma la figura che avea l’arco teso, Subitamente scocca la saetta, E gionse drittamente nel carbone, Spargendo il lume a gran confusïone.
Cominciò incontinente un terremoto, Scotendo intorno con molto rumore. Mugiava in ogni lato il sasso voto: Odita non fu mai voce maggiore. Fermosse il conte stabile et immoto, Come colui che fu senza terrore: Ecco il carbone al ziglio torna in cima, E rende il lume adorno come in prima.
Orlando per pigliarlo torna ancora, Ma, come a ponto con la mano il tocca, Lo arcier che è a lato al re, senza dimora Una saetta d’oro a l’arco scocca; E durò il terremoto più d’un’ora, Squassando con rumor tutta la rocca; Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio Tornò come era avanti, in cima al ziglio.
Or fa pensiero il bon conte de Anglante Avere al tutto quella pietra fina. Trasse a sè il scudo e quel pose davante Ove l’arciero il suo colpo destina; Poi prese il bel carbone, e ’n quello istante Gionse la frizza al scudo con roina, Ma non puote passarlo il colpo vano: Via ne va Orlando col carbone in mano.
E come lo guidava la fortuna, Non prese a dextra mano il suo vïaggio, Che serìa uscito de la grotta bruna Salendo sempre suso, il baron saggio. Là gioso ove non splende sol, nè luna, Nè se può ritornar senza dannaggio, Callava il conte, verso la pregione Ove Ranaldo stava con Dudone.
Fôr questi presi sopra la rivera, Sì come già davanti io vi contai, E Brandimarte ancora con questi era, Et altri cavallieri e dame assai, Ch’eran più de settanta in una schiera, Che non avean speranza uscir giamai Di quello incanto orribile e diverso, Ma ciascadun si tiene al tutto perso.
E sappiati che il franco Brandimarte Non fu per forza, come gli altri, preso; Ma Morgana la fata con mala arte L’avea d’amor con falsa vista acceso; E seguendola lui per molte parte, Non fu da alcun giamai con arme offeso, Ma con carezze e con viso iocondo Fu trabuccato a quel dolente fondo.
Or, come io dissi, il bon conte di Brava Giù nella tomba alla sinistra mano Per una scala di marmo callava Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano; E col carbone avanti alluminava, Perchè altramente serìa gito invano, Chè quel camino è sì malvaggio e torto, Che mille fiate errando serìa morto.
Poi che fu gionto in su la terra piana Il conte, che a quel lume si governa, Parbe vedere a lui molto lontana Una fissura in capo alla caverna; E, caminando per la strata strana, A poco a poco pur par che discerna, Che quella era una porta al fin del sasso, Qual dava uscita al tenebroso passo.
L’aspra cornice di quel sasso altiero Con tal parole a lettre era intagliata: Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero, Sappi che quivi facile è la entrata, Ma il risalir da poi non è legiero A cui non prende quella bona fata, Qual sempre fugge intorno e mai non resta, E dietro ha il calvo alla crinuta testa.’
Il conte le parole non intese, Ma passa dentro quella anima ardita, E, come a ponto nel prato discese, Voltando gli occhi per l’erba fiorita Alto diletto riguardando prese; Perchè mai non se intese per odita, Nè per veduta in tutto quanto il mondo Più vago loco, nobile e iocondo.
Splendeva quivi il ciel tanto sereno, Che nul zaffiro a quel termino ariva, Et era d’arboscelli il prato pieno, Che ciascun avea frutti e ancor fioriva. Longe alla porta un miglio, o poco meno, Uno alto muro il campo dipartiva, De pietre trasparente e tanto chiare, Che oltra di quello il bel giardino appare.
Orlando dalla porta se alontana, E mentre che per l’erba via camina, Vidde da lato adorna una fontana D’oro e di perle e de ogni pietra fina. Quivi distesa stavasi Morgana Col viso al cielo e dormiva supina, Tanto suave e con sì bella vista Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.
Le sue fattezze riguardava il conte Per non svegliarla, e sta tacitamente. Lei tutti e’ crini avea sopra la fronte, E faccia lieta, mobile e ridente; Atte a fuggire avea le membre e pronte, Poca trezza di dietro, anzi nïente; Il vestimento candido e vermiglio, Che sempre scappa a cui li dà de piglio.
Se tu non prendi chi te giace avante, Prima che la se sveglia, o paladino, Frustarai a’ tuoi piedi ambe le piante, Seguendola da poi per mal camino; E portarai fatiche e pene tante, Prima che tu la tenghi per il crino, Che serai reputato un santo in terra Se in pace soffrirai cotanta guerra.
Queste parole fur dette ad Orlando, Mentre che attento alla fata mirava, Onde se volse adietro, et ascoltando Verso la voce tacito ne andava; E forse trenta passi caminando A piè de l’alto mur presto arivava, Qual tutto di cristallo è tanto chiaro, Che oltra si vede senza alcun divaro.
Così cognobbe lo ardito barone Come colui che avanti avea parlato, Di là da quel cristallo era pregione, E prestamente l’ha rafigurato, Perchè quello era il suo franco Dudone; Et ora l’un da l’altro è separato Forse tre piedi, o poco meno, o tanto: Pensati che ciascun facea gran pianto.
Ben distendevan l’una e l’altra mano Per abracciarse insieme ad ogni parte. Dice a Dudone: Io me affatico invano, Chè in nulla forma mai potria toccarte. In quello giunse il sir de Montealbano, Che a braccio ne venìa con Brandimarte, E non sapevan del conte nïente; Ciascun di lor piangendo fu dolente.
Disse Ranaldo: Egli ha pur l’armi in dosso, E tiene al fianco ancor la spata cinta: Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso, Chè sua prodezza non serà mai vinta; Abenchè rallegrar pur non mi posso, Perchè io non so se l’ira ancora è extinta, Quando per colpa mia quasi fui morto, Alor che seco combatteva a torto.
Ch’io non doveva per nulla cagione Prender con seco alcuna differenza; Egli è di me maggiore, e di ragione Lo debbo sempre avere in riverenza. Diceva Brandimarte al fio d’Amone: Di questo ditto non aver temenza; Così quindi te tragga Dio verace, Come tra voi farò presto la pace.
E così l’un con l’altro ragionando, Come vi dico, assai pietosamente, Per caso allor se volse il conte Orlando, Et ambi li cognobbe incontinente; E piangendo di doglia e sospirando, Con parlar basso e con voce dolente Li adimandava con qual modo e quanto Fusser già stati presi a quello incanto.
E, poi che intese la fortuna loro, Che ciascadun piangendo la dicia, Prese dentro dal core alto martoro, Perchè forza nè ingegno non valìa A romper quel castello e il gran lavoro, Qual chiudea intorno quella pregionia; E tanto più se turba il conte arguto, Che gli ha davanti e non può darli aiuto.
Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo E gli altri tutti che cotanto amava, Onde di doglia e di grande ira caldo Per dar nel mur col brando il braccio alzava; Ma cridarno e’ prigion tutti: Sta saldo! Sta, per Dio! queto, ciascadun cridava, Chè, come ponto si spezzasse il muro, Giù nella grotta caderemo al scuro.
Seguiva poi parlando una donzella, La qual di doglia in viso parea morta, E così scolorita era ancor bella; Costei parlava al conte in voce scorta: Se trar ce vuoi di questa pregion fella, Conviente gir, baron, a quella porta Che de smiraldi e de diamanti pare; Per altro loco non potresti entrare.
Ma non per senno, forza, o per ardire, Non per minaccie, o per parlar soave Potresti quella pietra fare aprire, Se non te dona Morgana la chiave; Ma prima se farà tanto seguire, Che ti parrebbe ogni pena men grave Che seguir quella fata nel deserto Con speranza fallace e dolor certo.
Ogni cosa virtute vince al fine: Chi segue vince, pur che abbia virtute; Vedi qua tante gente peregrine, Che speran per te solo aver salute. Tutte noi altre misere, tapine, Prese per forza al fondo siàn cadute: Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato, In questo loco sei venuto armato.
Sì che bona speranza ce conforta Che avrai di questa impresa ancor l’onore, Et aprirai quella dolente porta, Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore. Or più non indugiar, chè forse accorta Non se è di te la fata, bel segnore; Volgite presto e torna alla fontana, Chè forse ancor vi trovarai Morgana.
Il conte, che d’entrare avea gran voglia, Subitamente al fonte ritornava; Quivi trovò Morgana, che con zoglia Danzava intorno e danzando cantava. Nè più legier se move al vento foglia, Come ella senza sosta si voltava, Mirando ora alla terra et ora al sole, Et al suo canto usava tal parole:
Qualunche cerca al mondo aver tesoro, O ver diletto, o segue onore e stato, Ponga la mano a questa chioma d’oro Ch’io porto in fronte, e quel farò beato; Ma quando ha il destro a far cotal lavoro, Non prenda indugia, chè il tempo passato Più non ritorna, e non se ariva mai, Et io mi volto, e lui lascio con guai.
Così cantava de intorno girando La bella fata a quella fresca fonte, Ma come gionto vidde il conte Orlando, Subitamente rivoltò la fronte. Il prato e la fontana abandonando, Prese il vïaggio suo verso de un monte, Qual chiudea la valletta piccolina; Quivi fuggendo Morgana camina.
Oltra quel monte Orlando la seguia, Chè al tutto di pigliarla è destinato, Et essendoli dietro tutta via, Se avidde in un deserto essere entrato, Che strata non fu mai cotanto ria, Però che era sassosa in ogni lato; Ora alta, or bassa è nelle sue confine, Piena de bronchi e de malvaggie spine.
Del rio vïaggio Orlando non se cura, Chè la fatica è pasto a l’animoso. Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura, E levasi un gran vento furïoso; Pioggia mischiata di grandine dura Batte per tutto il campo doloroso; Perito è il sole e non si vede il giorno, Se il ciel non s’apre fulgorando intorno.
Tuoni e saette e fùlgori e baleni E nebbia e pioggia e vento con tempesta Aveano il cielo e i piani e i monti pieni: Sempre cresce il furore e mai non resta. Quivi la serpe e tutti i suoi veleni Son dal mal tempo occisi alla foresta, Volpe e colombi et ogni altro animale: Contra a fortuna alcun schermo non vale.
Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio, Nè ve impacciati de sua mala sorte, Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio: Fuggir se vôle il mal sino alla morte; Abenchè lui tornasse in bon vïaggio, Perchè ogni cosa vince l’omo forte; Ma chi può, scampar debbe al tempo rio.... Bella brigata, io ve acomando a Dio.