Libro III · Canto II
Le armi di Ettore
Mandricardo supera le prove del castello incantato e conquista l'armatura di Ettore. Intanto Grifone e Aquilante affrontano Orilo, che non riesce a morire.
In breve
All'alba Mandricardo torna al castello incantato. Tocca con la spada lo scudo di Ettore, appeso nel cortile, e si ritrova chiuso in un campo di grano d'oro: ogni chicco tagliato diventa una belva, e si salva solo grazie a una pietra magica che fa combattere gli animali tra loro. Poi sradica un albero i cui fiori si trasformano in uccelli rapaci, e dalla buca esce un serpente con dieci code, che muore schiacciato quando Mandricardo gli cade addosso. In fondo alla grotta lo aspettano le splendide armi di Ettore.
La fata del castello gliele dona, ma gli fa giurare di conquistare anche Durindana togliendola a Orlando. L'incantesimo è spezzato e i prigionieri sono liberi. Grifone e Aquilante incontrano due dame, una vestita di bianco e una di nero, che chiedono il loro aiuto contro Orilo, nato da una fata e da un folletto: tagliato in due o decapitato, si rimette sempre insieme. E dalla sua torre sul Nilo esce un coccodrillo mangiatore di uomini.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
All'alba Mandricardo tornò al castello incantato. In mezzo al cortile era appeso lo scudo di Ettore, azzurro come il cielo, con una scritta: «Se non sei un altro Ettore, non toccarmi.» Mandricardo lo sfiorò appena con la spada. Subito la terra tremò, e si aprì una porta su un campo di grano tutto d'oro. «Per uscire» disse la dama, «devi tagliare tutto il grano e strappare l'albero che sta in mezzo.»
Mandricardo cominciò a tagliare. Ma ogni chicco che cadeva a terra diventava una belva: leoni, lupi, orsi, cinghiali! Più ne tagliava, più ne arrivavano. Allora raccolse un sasso e lo lanciò in mezzo agli animali. Era un sasso magico, anche se lui non lo sapeva: le belve cominciarono a combattere tra loro, finché non ne rimase nessuna.
Poi abbracciò l'albero per sradicarlo. Appena lo scosse, i fiori si trasformarono in corvi, falchi e gufi, che gli svolazzavano intorno agli occhi. Mandricardo tirò con tutte le sue forze, e l'albero venne via con un rumore di tuono. Dalla buca uscì un vento fortissimo, che spazzò via gli uccelli... e poi un serpente con dieci code! Il mostro lo strinse e lo buttò a terra. Mandricardo rotolò nella buca, ma cadendo schiacciò la testa del serpente, che non si mosse più.
In fondo alla buca c'era una grotta luminosa, e lì lo aspettavano le armi di Ettore, splendenti d'oro e di pietre preziose. La fata del castello gliele regalò, ma volle una promessa: «Giura che toglierai Durindana a Orlando, e che fino ad allora non porterai nessun'altra spada.» Mandricardo giurò.
Così l'incantesimo si spezzò, e tutti i prigionieri furono liberi. Tra loro c'erano due fratelli coraggiosi, Grifone e Aquilante. Poco dopo incontrarono due dame che si somigliavano moltissimo: una era vestita di bianco, l'altra di nero. Le dame chiesero il loro aiuto contro Orilo, un cavaliere malvagio che viveva in una torre sul fiume Nilo. Era nato da una fata e da un folletto, e grazie alla magia nessuno riusciva a sconfiggerlo.
I due fratelli lo sfidarono subito. Grifone gli diede un colpo terribile, che avrebbe fermato chiunque. Ma Orilo si rimise insieme, tutto intero, e saltò di nuovo in sella! «Voglio vedere se sono sveglio o se sogno» disse Aquilante. Con un gran colpo gli fece volare via la testa. E Orilo? La raccolse prendendola per il naso, se la rimise al suo posto e ricominciò a combattere!
La dama bianca scoppiò a ridere: «Lascia stare, non puoi vincerlo!» Ma Aquilante non voleva arrendersi. Allora Orilo corse nella sua torre e liberò un coccodrillo enorme e feroce. Grifone volò in aiuto del fratello.
Due fratelli contro un cavaliere che non muore mai e un coccodrillo gigante: come se la caveranno? Lo racconterà il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
All'alba ott. 1–3
Il sole, incoronato di raggi d'oro, esce dal mare, il cielo si tinge di rosa e nel palazzo e nel giardino cantano le rondini e gli uccellini. Mandricardo si sveglia, scende nel prato, si rinfresca il viso a una fontana e indossa le armi. Saluta le dame e riparte, accompagnato dalla damigella che lo aveva guidato: chiacchierando d'armi e d'amore, lei lo riporta al prato del castello incantato, tutto bianco di pietre luminose, con torri e merli, il più bello che si sia mai visto.
Lo scudo di Ettore ott. 4–9
Il castello è perfettamente quadrato, con un quarto di miglio per lato, e la porta e il ponte sono rivolti a oriente. Chiunque arrivi sulla soglia deve giurare lealmente che toccherà lo scudo che vede davanti a sé, appeso in mezzo al cortile.
Intorno al cortile ci sono logge dipinte con una scena di caccia, e tra i cacciatori un giovane bellissimo, con il nome scritto sopra la testa: Ganimede. C'è tutta la sua storia: mentre cacciava, l'aquila bianca lo portò in cielo, e da allora quell'aquila fu l'insegna della sua famiglia. Ma il giorno in cui Ettore fu ucciso a tradimento, e Troia si riempì di pianto, il re Priamo cambiò armi e vesti, e per somigliare alla loro sorte oscura l'aquila bianca diventò scura.
Lo scudo di Ettore, invece, è rimasto com'era quando lo portava lui: è azzurro come il cielo sereno, è fissato a un pilastro d'oro e porta una scritta: «Se non sei un altro Ettore, non toccarmi: chi mi portò non ebbe uguali al mondo.» La damigella scende dal palafreno e si inchina fino a terra, e Mandricardo fa lo stesso. Poi entra senza incontrare resistenza, sguaina la spada e tocca appena lo scudo.
Il campo di grano d'oro ott. 10–15
Tutto intorno la terra trema con un frastuono da fine del mondo. Si apre una porta, e dietro appare un campo fitto di grano con steli e spighe d'oro; ma la porta da cui Mandricardo è entrato si chiude. «Barone» dice la dama, «nessuno può uscire di qui senza aver prima tagliato tutto questo grano e sradicato quella pianta verde in mezzo al campo.»
Mandricardo entra con la spada in pugno e comincia a mietere, ma ogni chicco che cade a terra si trasforma in un animale orribile: leonesse, pantere, unicorni, lupi, leoni, cinghiali, orsi. Gli si avventano addosso con artigli e morsi, e più ne taglia più si moltiplicano. Il cavaliere sta per essere sopraffatto quando, ormai senza difesa, si china e raccoglie un sasso. Non sa che è un sasso fatato, con macchie verdi, rosse, bianche, azzurre e d'oro. Appena lo lancia tra le belve, tori selvatici, cinghiali e tutti gli altri animali cominciano a combattere tra loro, e in poco tempo si uccidono a vicenda.
L'albero e gli uccelli ott. 16–19
Resta la seconda prova: la pianta altissima, con mille rami fioriti. Mandricardo abbraccia il tronco con tutte le sue forze per sradicarlo, ma scuotendolo fa cadere i fiori da ogni foglia, e cadendo foglie e fiori si trasformano in corvi, falconi, astori, aquile, gufi e barbagianni, che lo assalgono. Non possono ferirlo, perché è coperto di piastre e di maglia, ma sono così tanti e gli girano così intorno agli occhi che non riesce a finire il lavoro.
Mandricardo però non si arrende, raddoppia le forze e alla fine, con enorme fatica, strappa l'albero dalle sue radici d'oro, con un rumore come di tuono. Dalla buca dove stava la radice esce un vento terribile, che spazza via tutti gli uccelli.
Il serpente dalle dieci code ott. 20–24
Il vento rimbomba e lancia in aria le pietre come una fionda. Guardando giù, Mandricardo vede uscire dalla buca un serpente, poi gli sembra che siano due, sei, otto, tante sono le code intrecciate. In realtà è un solo serpente, con un solo busto e una sola testa, ma dietro si divide in dieci code.
Mandricardo lo colpisce dietro la testa, proprio dove voleva, ma il serpente ha la pelle fatata. Il mostro gli si getta addosso e lo stringe con le code, due alle gambe, altre al busto e alle braccia, finché lo butta a terra. Ha il muso lungo, i denti bianchi e gli occhi di fuoco, e con i denti gli addenta il fianco, masticando la corazza come se fosse pasta. Mandricardo si divincola e rotola nella buca da cui usciva il vento, con una paura che non serve chiedere.
Ma proprio la caduta lo salva: precipitando, schiaccia con il suo peso la testa del serpente, che lo lascia andare, si allunga, scuote tutte le code e muore all'istante.
Le armi nella grotta ott. 25–29
Ora il cavaliere si guarda intorno. La grotta è illuminata da un carbonchio che fa luce come il sole, ed è scavata in un'unica roccia, tutta rivestita d'ambra, corallo e argento. In mezzo c'è un palco d'avorio bianchissimo, con un drappo azzurro stellato d'oro. Sopra sembra riposare un cavaliere armato: sembra, ma non c'è nessuno. Ci sono solo le armi, vuote.
Sono le armi di Ettore, il più grande eroe del mondo. Mancano lo scudo, che è nel cortile, e la spada, che è Durindana e ce l'ha Orlando. Le piastre sono così lucenti che l'occhio fatica a guardarle, ornate d'oro, rubini, smeraldi e grosse perle. Mandricardo non vede l'ora di indossarle, e guarda soprattutto l'elmo: in cima ha un leone d'oro con un cartiglio d'argento in una zampa, e proprio sulla fronte un carbonchio che splende come una lampada e illumina tutta la grotta.
Il giuramento ott. 30–37
Mentre le ammira, dietro di lui si apre una porta di metallo ed entrano molte dame che danzano, vestite in modo strano e nuovo, seguite da suonatori di zufoli e nacchere. Saltano, piroettano e intonano una canzone che risuona nella grotta; poi si inginocchiano davanti al cavaliere. Una di loro si alza e loda fino alle stelle la sua impresa; altre due lo disarmano e lo accompagnano fuori.
Gli mettono addosso un mantello di seta ricamato, lo profumano con acque odorose e, tra canti, tamburelli, trombe e pifferi, lo riportano su per una scala di marmo nel palazzo dello scudo di Ettore. Lì cavalieri e dame cantano, ballano e ridono, in una corte più regale di qualunque altra, e quando compare Mandricardo gli vanno incontro e lo accolgono come un signore.
In mezzo alla sala, su un ricco seggio, siede la fata. «Cavaliere» gli dice, «oggi hai conquistato un tesoro che non ha uguali. Ma bisogna aggiungerci la spada, e tu mi giurerai che toglierai Durindana al conte Orlando con la forza delle armi. Finché non ci sarai riuscito non avrai pace, non porterai nessun'altra spada e non metterai corona sul capo; e in ogni impresa porterai l'aquila bianca dipinta su quello scudo, l'insegna più degna di trionfi.»
Mandricardo giura con rispetto, e le dame lo armano di tutto punto. Poi prende congedo: l'avventura è conclusa, e con essa l'incantesimo che teneva prigionieri tanti valorosi baroni.
I prigionieri liberati ott. 38–39
Escono tutti: lo spagnolo Isoliero, Sacripante, il re Gradasso, il giovane Grifone e suo fratello Aquilante, e molti altri cavalieri famosi. Gradasso e Mandricardo partono insieme, e il poeta promette di raccontare presto le loro avventure: in tutto il mondo pagano non c'era una coppia più forte, e faranno grandi cose prima di arrivare in Francia.
La dama bianca e la dama nera ott. 40–48
Grifone e Aquilante, invece, prendono un'altra strada, e conoscendo la lingua dei saraceni viaggiano tranquilli tra i pagani. Una mattina incontrano due dame con due nani: una è vestita di nero, l'altra di bianco, e anche i nani e i palafreni sono uno bianco come la neve e uno nero come il carbone. Le due dame hanno occhi sereni che rubano il cuore, modi gentili e parole dolci, e si somigliano così tanto che nessuna supera l'altra in bellezza.
I cavalieri le salutano con un inchino. Le dame si guardano, e quella vestita di nero dice alla compagna: «Non c'è difesa contro ciò che il cielo ha stabilito. Ma si può allungare il tempo e piegare la fortuna con la saggezza: chi ha fatto il mondo lo può cambiare.» «Allora tratteniamoli» risponde la bianca, «visto che il destino li porta in Francia a morire.» I cavalieri non capiscono queste parole.
Poi la dama bianca si rivolge a loro: «Mi raccomando a voi: se amate l'onore e la cavalleria, difendetemi.» Tutti e due promettono subito il loro aiuto. «Allora giurate» dice la dama nera, «che combatterete finché non sarà morto un cavaliere che ci offende ingiustamente. Si chiama Orilo, ed è il più malvagio del mondo. Ha una torre sul Nilo, dove una bestia simile a un drago, che là chiamano coccodrillo, si nutre di sangue umano. Orilo è nato per incantesimo, da una fata e da un folletto, e ha distrutto questo regno, perché fa divorare dalla bestia ogni cavaliere o damigella che passa di lì. Finora nessuno è riuscito a fermarlo, perché grazie alla magia torna dalla morte alla vita. Ora vedremo voi, se il vostro aspetto non inganna.»
Orilo tagliato in due ott. 49–54
I due cavalieri non vedono l'ora di provare quella strana avventura e vanno con le dame alla torre, che è poco lontana. Già si sente Orilo che freme e digrigna i denti come il mare in tempesta. Sull'elmo porta per cimiero un gufo con le corna e gli occhi di fuoco, e sbuffa in modo orribile; ma i due fratelli hanno già visto ben altro, e lo sfidano subito.
Orilo non risponde: afferra la mazza e si lancia contro di loro. Il cavaliere lascia cadere a terra la lancia e lo affronta con la spada, e comincia una battaglia durissima. Grifone, protetto da un'armatura fatta con grande arte, non si cura dei colpi di mazza, e taglia l'armatura del pagano come se fosse di carta. A un tratto lo colpisce alla cintura e lo divide in due: la metà di sopra cade a terra, quella di sotto resta in sella. Nessuno raccoglie il pezzo caduto, che brancola nella sabbia; il cavallo scalcia e si impenna finché anche l'altra metà cade sul prato. Ma appena tocca terra, i due pezzi si riattaccano e Orilo, tutto intero, salta di nuovo in sella.
Non serve dire quanto i due baroni siano stupiti: il poeta stesso dice che, anche se lo scrive Turpino, si vergogna a raccontarlo. «Voglio vedere se sono sveglio o se sogno» dice Aquilante, e si scaglia contro Orilo, che gli viene incontro con la mazza.
La testa rimessa a posto ott. 55–60
Aquilante ha la meglio e in poco tempo gli fa a pezzi l'armatura; poi, deciso a farla finita, gli tira un gran colpo a due mani e gli taglia di netto il collo e la testa. Ma ascoltate che cosa incredibile: il corpo di Orilo, rimasto in sella, si appoggia la mazza al fianco, prende la testa per il naso, se la rimette al suo posto, riprende la mazza e torna a combattere.
La dama bianca scoppia a ridere: «Lascialo stare, amico mio, non puoi vincerlo. Anche se lo tagliassi in mille pezzi, più piccoli dei chicchi di panico, non lo vedresti mai morto: fatto a pezzi, sarà sempre vivo.» «Non si dirà mai che ho lasciato a metà un combattimento» risponde Aquilante, «nemmeno se dovessi bruciare tra le fiamme. Non vedo come riuscirci, ma andrò avanti fino alla morte: sia della mia vita quello che piace a Dio, ma con costui niente tregua e niente pace.»
Si volta per buttarlo a terra, ma Orilo è già scappato dentro la torre. Ha liberato l'orrendo coccodrillo, che esce correndo dalla porta, seguito da Orilo armato a cavallo: il campo sembra tremare. Grifone, vedendo la bestia, si lancia veloce come se avesse le ali in aiuto del fratello. Non ci fu mai battaglia più faticosa, conclude il poeta, ma la racconterà nel prossimo canto.
Parole difficili
- Ganimede ott. 5: giovane troiano bellissimo che, secondo il mito, fu rapito in cielo da un'aquila.
- Priamo ott. 6: il re di Troia, padre di Ettore.
- biada ott. 10: grano, cereale.
- alicorno ott. 12: unicorno.
- cingiali ott. 15: cinghiali.
- astori ott. 18: uccelli rapaci simili al falco, usati per la caccia.
- fromba ott. 20: fionda.
- coppa ott. 22: nuca.
- coio ott. 22: cuoio, pelle.
- mostaccio ott. 23: muso.
- carbonchio ott. 25: pietra preziosa rossa che, secondo le leggende, risplende anche al buio.
- doppiero ott. 25: grossa candela, torcia.
- gnacare ott. 30: nacchere, strumenti a percussione.
- ziffere ott. 33: cifre, lettere intrecciate ricamate sulla stoffa.
- Pagania ott. 39: il mondo dei pagani.
- folletto ott. 46: spirito, piccolo demone.
- cocodrilo ott. 46: coccodrillo.
- panìco ott. 57: cereale dai chicchi piccolissimi, simile al miglio.
Il testo di Boiardo
60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Il sol, de raggi d’oro incoronato, Trasse il bel viso fuor de la marina, E il cel depinto di color rosato Già nascondea la stella matutina; Sentiasi entro il palagio in ogni lato Cantar la rondinella peregrina, E li augelletti nel giardino intorno Facean bei versi a lo apparir del giorno;
Quando dal sonno Mandricardo sciolto Uscì di zambra e nel prato discese; Ad una fonte renfrescosse il volto E prestamente se vestì lo arnese. Combiato avendo da le dame tolto, Là dove era venuto, il camin prese, E quella dama che l’avea guidato, Non l’abandona e sempre gli è da lato.
Ragionando con sieco tuttavia De arme e de amore e cose dilettose, Lo ricondusse in quella prataria Ove eran l’opre sì maravigliose. Lo alto edificio avanti se vedia, Candido tutto a pietre luminose, Con torre e merli, a guisa di castello: Mai vide al mondo un altro tanto bello.
Un quarto avea de miglio ad ogni fronte, Ed era quadro aponto di misura; Dritto al levante avea la porta e il ponte, Ove se puote entrar senza paura: Ma come ariva cavalliero, o conte Sopra alla soglia dell’entrata, giura Con perfetta leanza e dritta fede Toccar quel scudo che davante vede.
Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaccia, A ricontarvi el come, non dimoro; Avea la corte intorno ad ogni faccia Logie dipinte con sotil lavoro; Gran gente era ritratta ad una caccia, E un gentil damigello era tra loro: Più bel di lui tra tutti non si vede, Ed avea scritto al capo: Ganimede.
Tutta la istoria sua vi era ritratta Di ponto in ponto, che nulla vi manca: Come, cacciando alla selva disfatta, Lo portò sino al cel l’acquila bianca, Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta, Sino al giorno che Ettòr, l’anima franca, Occiso fu nel campo a tradimento; Cangiò Priamo e l’arme e il vestimento.
L’acquila prima avea bianche le piume, Chè candida dal celo era mandata; Ma, poi che Troia fie’ de pianti un fiume, Ne la crudele e misera giornata Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume, La lieta insegna allor fu tramutata: Per somigliarse a sua scura fortuna, L’acquila bianca travestirno a bruna.
Benchè el scudo d’Ettòr, che io vi ho contato, Quale era posto in mezo alla gran corte, Non era in parte alcuna tramutato; Ma tal quale il portava il baron forte, Ad un pilastro d’oro era chiavato, Ed avea scritto sopra in lettre scorte: Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare: Chi me portò, non ebbe al mondo pare.
Di quel color che mostra il cel sereno Avea il scudo ch’io dico, appariscenzia. La dama dismontò del palafreno E fece in su la terra riverenzia, E Mandricardo fece più, nè meno; Poi passò dentro senza resistenzia. Essendo gionto in mezo a quel bel loco, Trasse la spada e toccò el scudo un poco.
Come fu tocco il scudo con la spada, Tremò de intorno tutto il territoro, Con tal romor che par che il mondo cada; Indi se aperse il campo del tesoro. Questo era un campo folto de una biada Che avea tutte le paglie e spiche de oro: Quel campo se mostrò senza dimora Per una porta che se aperse alora.
Ma l’altra da levante, ove era entrato Il cavallier, se chiuse tutta quanta. La dama disse a lui: Baron pregiato, Uscir de quindi alcun mai non se vanta, Se la biada che vedi in ogni lato, Prima non tagli, e se la verde pianta Qual vedi in mezo a quel campo felice, Prima non schianti in fin dalla radice.
E Mandricardo senza altro pensare Entrò nel campo con la spada in mano, E, cominciando la biada a tagliare, Lo incanto apparve ben palese e piano; Chè ogni granetto se ebbe a tramutare In diverso animale orrendo e strano, Or leonza, or pantera, ora alicorno: Al baron tutti se aventarno intorno.
Come cadeva il grano in su la terra, In diverso animal se tramutava; Per tutto intorno Mandricardo serra, E sua prodezza poco gli giovava, Chè non se vidde mai sì strana guerra. La folta sempre più multiplicava De lupi, de leoni e porci ed orsi: Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.
Durando aspra et crudel quella contesa Quasi era posto il cavalliero al basso, E restava perdente de la impresa, Tanto era de le fiere il gran fraccasso; Nè potendo più quasi aver diffesa, Chinosse a terra e prese in mano un sasso. Quel sasso era fatato; e non sapea Già Mandricardo la virtù che avea.
Questa pietra ch’io dico, avea segnali Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro, E, come tratta fu tra gli animali, Tra quelli apportò zuffa e gran martoro; Perchè e’ tauri selvatici e’ cingiali E l’altre bestie cominciâr tra loro Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi, Che in poco d’ora fôr tutti dispersi.
Le bestie fôr disperse in poco de ora, Chè l’una occise l’altra incontinente; E Mandricardo non fece dimora, Chè a ciò che far conviene, avia la mente. L’altra aventura vi restava ancora, Dico la pianta lunga ed eminente, Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito; A quella presto il cavalliero è gito.
Di tutta forza al tronco s’abbracciava, E pone a radicarla ogni vigore, Ma dibattendo forte la crollava, Onde a ogni foglia si spiccava il fiore, E giù cadendo per l’aria volava. Odeti se mai fu cosa maggiore: Cadendo foglie e fiori a gran fusone, Qual corbo diveniva, e qual falcone.
Astori, aquile e guffi e barbagianni Con sieco cominciarno a far battaglia; A benchè non potean stracciarli e’ panni, Chè armato è il cavalliero a piastre e maglia, Pur eran tanti, che davano affanni D’intorno a gli occhi, e sì fatta travaglia, Che non potea fornire il suo lavoro De trare il tronco alle radice d’oro.
Ma, come quel che avea molto ardimento, Non teme impaccio e la forza radoppia, Sì che in fin la divelse a grave istento, E nel stirparla parbe tuon che scoppia. Con orribil romore uscitte un vento, E tutti quelli ocelli a l’aria soffia: Il vento uscitte, come Turpin dice, Dal buco proprio ove era la radice.
For di quel buco il gran vento rimbomba Giettando con romor le pietre in sue Come fossero uscite de una fromba; E riguardando il cavallier là giue, Vide una serpe uscir di quella tomba, Indi li parbe non una, ma due; Poi più de sei e più de otto le crede, Cotante code invilupate vede.
Or, perchè sia la cosa manifesta, Era la serpe di quel buco uscita, Quale avea solo un busto ed una testa, Ma dietro in dece code era partita; E Mandricardo ponto non se arresta, Chè volea sua ventura aver finita; Col brando in mano alla serpe se accosta, E il primo colpo a mezo il collo aposta.
Ben gionse il tratto dove era apostato, Dietro alla testa, a ponto nella coppa; Ma quel serpente aveva il coio fatato. Sì come un scoglio al legno che se intoppa, Adosso al cavallier se fu lanciato; E con due code alle gambe lo agroppa, Con altre il busto e con altre le braccia, Sì che legato a forza in terra il caccia.
Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco, E l’occhio par un foco che riluca; Con quello azaffa il cavalliero al fianco, La piastra come pasta se manduca. Lui se rivolge assai, ben che sia stanco, E rivolgendo cade in quella buca Ove uscia quel gran vento oltre misura: Non è da dimandar s’egli ha paura.
Ma sua ventura nel cader fu questa, Chè in altro modo da la morte è preso: Cadendo nel profondo con tempesta, Fiaccò il capo al serpente col suo peso, Sì che schiantar gli fie’ gli occhi di testa, Onde se sciolse e tutto s’è disteso; Dibattendo le code tutte quante, Rimase a terra morto in uno instante.
Morto il serpente, or guarda il cavalliero La scura grotta de sopra e de intorno (Lucea un carbonchio a guisa de doppiero, Qual rendea lume come il sole al giorno): La tomba era de un sasso tutto intiero, Ma quello era coperto e tanto adorno De ambra e corallo e de argento brunito, Che non si vede di quel sasso un dito.
Avea nel mezo un palco edificato, De uno avorio bianchissimo e perfetto, E sopra un drapo azuro ad ôr, stellato, Posto come dossiero o capoletto. Parea là sopra un cavalliero armato, Che se posasse senza altro sospetto: Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note: Sol vi eran l’arme, e dentro eran poi vuote.
Queste arme fôr de la franca persona Che viene al mondo tanto racordata, De Ettor, dico io, che ben fu la corona De ogni virtute al mondo apregïata. Sua guarnison, di cui mo se ragiona, Priva è del scuto e priva de la spata. Ove stia il scuto, poco su se spiana; La spata ha Orlando, e quella è Durindana.
Forbite eran le piastre e luminose, Che apena soffre l’occhio di vederle, Frixate ad oro e pietre prezïose, Con rubini e smiraldi e grosse perle. Mandricardo ha le voglie disïose, Mille anni a lui pare de indosso averle; Guarda ogni arnese e lo usbergo d’intorno, Ma sopra a tutto l’elmo tanto adorno.
Questo avea de oro alla cima un leone, Con un breve d’argento entro una zampa; Di sotto a quel pur d’oro era il torchione, Con vinti sei fermagli de una stampa; Ma dritto nella fronte avea il carbone, Qual reluceva a guisa de una lampa, E facea lume, com’è sua natura, Per ogni canto de la grotta oscura.
Mentre che il cavallier stava a mirare L’arme, che eran mirande senza fallo, Sentì dietro alle spalle risuonare Ne lo aprir de una porta di metallo. Voltosse, e vidde a sè più dame intrare, Che a copia ne venian menando un ballo, Vestite a nova gala e strane zacare, Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.
Lor, scambiettando ad ogni lato, sguizzeno, Con salti dritti se innalciano a l’aria; Così danzando, una canzon comincieno Di nota arguta, consonante e varia; E con le voci, che’ stormenti vinceno, Fan rintonar la tomba solitaria; Poi ne la fin, tacendo tutte quante, Se ingienocchiarno al cavalliero avante.
Quindi se fu levata una di quelle, E Mandricardo comincia a lodare, Ponendo sua virtù sopra alle stelle Per questa impresa tanto singulare. Come ella tacque, e due altre donzelle Apresero il barone a disarmare, E disarmato sotto alla sua scorta, Fuor de la tomba il misero alla porta.
Adosso poi gli posero un bel manto De fina seta, ricamato a ziffere, E perfumârlo apresso tutto quanto De odor suavi e con acque odorifere; E con festa ioconda e dolce canto, Suonando tamburini e trombe e piffere, Per una scala di marmoro ad aggio Con lui se ritornarno entro al palaggio:
Nel bel palaggio, quale io ve contai, Che avea il scudo di Ettorre alla gran piazza. Quivi eran cavallieri e dame assai, Chi canta e danza, e chi ride e sollazza: Più regal corte non se vidde mai; Ma, come apparve Mandricardo in fazza, Gli andarno contra; e a sumissimo onore Lo riceverno a guisa de segnore.
Nel mezo a ricco seggio era la fata, Che a sè davante Mandricardo chiede, E disse: Cavallier, questa giornata Tal tesoro hai, che il simil non si vede. Or se conviene agiongervi la spata, E ciò mi giurarai su la tua fede: Che Durindana, lo incantato brando, Torai per forza de arme al conte Orlando.
E sin che tale impresa non sia vinta, Giamai non posarà la tua persona, Nulla altra spada portarai più cinta, Nè adornarai tua testa di corona; L’aquila bianca a quel scudo dipinta Nulla alta enchiesta mai non la abandona, Chè quella arma gentile e quella insegna Sopra ad ogni altra de triomfi è degna.
Re Mandricardo allor con riverenzia, Sì come piace a quella fata, giura; E l’altre dame ne la sua presenzia Tutte il guarnirno a ponto de armatura. Come fu armato, allor prese licenzia, Avendo tratta a fin l’alta aventura, Per la qual più baron de summo ardire Eron là presi, e non potean partire.
Ora uscirno le gente tutte quante, Che gran cavalleria vi era pregione: Isolieri il spagnolo e Sacripante, Il re Gradasso e il giovane Grifone, E sieco uscitte il fratello Acquilante. Gente di pregio e di condizïone Vi erano assai, e nomi de alta gloria, Che non accade a dire in questa istoria.
Però che il re Gradasso e Mandricardo Insieme se partirno in compagnia, Nè a ricontarvi molto serò tardo Ciò che intravenne a loro in questa via. Ben vi so dir che un par tanto gagliardo Non fu in quel tempo in tutta Pagania; Però faran gran cose e peregrine, Prima che in Francia sian condotti a fine.
Ma Grifone e Aquilante altro camino Presero insieme, perchè eran germani, E, sapendo il lenguaggio saracino, Securi andarno un tempo tra’ Pagani. Or, cavalcando un giorno a matutino, Due dame ritrovarno con duo nani; L’una di quelle a bruno era vestita, L’altra di bianco, candida e polita.
E similmente e’ nani e’ palafreni Di neve e di carbone avean colore; Ma le donzelle avean gli occhi sereni, Da trar col guardo altrui di petto il core: Accoglimenti di carezze pieni, Parlar suave e bei gesti d’amore; Ed è tra queste tanta somiglianza, Che l’una l’altra de nïente avanza.
E’ cavallier le dame salutaro Chinando il capo con atto cortese: Ma quelle l’una a l’altra se guardaro, E la vestita a nero a parlar prese, Dicendo alla compagna: Altro riparo Far non si può, ni fare altre diffese Contra di quel che il cel destina e il mondo, Come infinito è il suo girare a tondo.
Ma pur se puote il tempo prolungare, E far col senno forza a la fortuna: Chi fece il mondo, lo potrà mutare, E porre il sole in loco de la luna. — Prendiam dunque partito, se ti pare, Disse la bianca alla donzella bruna De ritener costor, poi che la sorte Or gli conduce in Francia a prender morte.
Queste parole insieme ragionando Avean le dame, e non erono intese Da quei duo cavallieri, insino a quando La bianca verso de essi a parlar prese, Dicendo loro: Io me vi racomando: Se la ragion per voi mai se diffese, Se amate onore e la cavalleria, Esser vi piaccia alla diffesa mia.
Ciascun de’ duo baron quasi ad un tratto Proferse a quelle aiuto a suo potere. Disse la bruna: Ora intenditi il fatto, Poi che inteso abbiam noi vostro volere. Fermar vogliamo a fede questo patto, Che una battaglia avrete a mantenere, Insin che un cavallier sia al tutto morto Il qual ce offende e villaneggia a torto.
Quel disleale è nominato Orilo, E non è in tutto il mondo il più fellone; Tiene una torre in su il fiume del Nilo, Ove una bestia a guisa de dragone, Che là viene appellata il cocodrilo, Pasce di sangue umano e di persone. Per strano incanto è fatto il maledetto, Che de una fata nacque e de un folletto.
Com’io vi dico, nacque per incanto Quella persona di mercè ribella, Che questo regno ha strutto tutto quanto, Perchè ogni cavalliero o damigiella, Qual quivi gionga, o passi in ogni canto, Fa divorare a quella bestia fella. Cercato abbiamo de un barone assai, Che tragga il regno e noi de tanti guai.
Ma sino a qui rimedio non si trova Nè alcun riparo a tal destruzïone, Chè quel da morte a vita se rinova Per alta forza d’incantazïone. Ora de voi se vederà la prova, Chè ciascun mostra d’essere campïone, Per trare a fine ogn’impresa eminente, Se a vostra vista lo animo non mente.
A quei duo cavallier gran voglia preme De provar questa cosa tanto istrana; E, caminando con le dame insieme, Girno alla torre, e poco era lontana. Già se ode il maledetto che là freme Come fa il mar quando esce tramontana; Fremendo batte Orilo in forma e’ denti, Che sembra un mar turbato a suon de venti.
Avea ne l’elmo per cimero un guffo Cornuto, a penne e con gli occhi di foco, E lui soffiava con orribil buffo; Ma quei duo cavallieri il stimon poco, Perchè altre volte han visto il lupo in zuffo, E stati sono a danza in altro loco, Nè stimono il periglio una vil paglia; Onde il sfidarno presto alla battaglia.
Ma quel superbo non fece risposta, Mosse con furia e la sua mazza afferra; Nè più fece Aquilante indugia, o sosta, Ma la sua lancia lascia andare a terra; E poi col brando in mano a lui se accosta, E tra lor cominciarno una aspra guerra, Dando e togliendo e di sotto e di sopra, E quel la maccia e questo il brando adopra.
Di quel ferir Grifone ha poca cura, Chè era guarnito a piastre fatte ad arte, Ma lui taglia al pagano ogni armatura, Come squarciasse tegole di carte. Gionselo un tratto a mezo la cintura, E in duo cavezzi aponto lo diparte; Così andò mezo a terra quel fellone, Dal busto in giù rimase ne lo arcione.
Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci, Ma brancolando stava ne l’arena; E il suo destrier traea terribil calci, Facea gran salti e giocava di schiena, Onde convien che il resto al prato balci. Ma non fu gionto in su la terra apena, Che un pezo e l’altro insieme se sugella, E tutto integro salta ne la sella.
Se a quei baron parea la cosa nova, Quale è incontrata, a dir non è bisogno, Chè, avengachè Turpino a ciò me mova, Io stesso a racontarla mi vergogno. Disse Aquilante: Io vo’ veder la prova, Se io faccio dadovero o pur in sogno; Così dicendo adosso a quel si caccia, E Orilo adosso a lui con la sua maccia.
E l’uno e l’altro a bon gioco lavora, Benchè disavantagio ha quel pagano, Chè il gagliardo Aquilante in poco de ora L’arme gli ha rotte e poste tutte al piano; Essendo destinato pur che ei mora, Abandona un gran colpo ad ambe mano Sopra le spalle, alla cima del petto, E il collo e il capo via tagliò di netto.
Ora ascoltati che stupendo caso: La persona incantata e maledetta, Colui, dico, che in sella era rimaso, Par che la mazza a lato se rimetta, E prende la sua testa per il naso, E nel suo loco quella se rassetta; Indi sua mazza ha presto in man ritolta, E torna alla battaglia un’altra volta.
La bianca dama cominciava a ridere, E disse ad Aquilante: Bello amico, Lascia costui, chè non lo puoi conquidere, E credi a me che vero è quel ch’io dico: Se in mille parte l’avesti a dividere, E più minuto il tagli che il panìco, Non lo potrai veder del spirto privo: Spezato tutto, sempre sarà vivo.
Disse Aquilante: E’ non fia mai sentito Questo nel mondo o tal vergogna intesa, Che ogni mio assalto non abbi finito, Se ben me consumassi in fiama accesa; E, benchè a questo non veda partito, Sino alla morte seguirò la impresa. Fia de mia vita poi quel che a Dio piace, Ma con costui non vo’ tregua, ni pace.
Così dicendo e turbato nel volto Voltò ad Oril, ed hallo in terra a porre; Ma quel ribaldo è già del campo tolto, E rifuggito dentro da la torre. Lo orrendo cocodrilo avea disciolto: Fuor della porta quella bestia corre, E dietro Orilo, in sul cavallo armato: Ben par che il campo tremi in ogni lato.
Come vide Grifon quello animale, Qual vien correndo a quel fellone avante, Mossesi ratto, come avesse l’ale, Per dare aiuto al germano Aquilante. Altra battaglia non fu mai cotale Di tanto affanno e di fatiche tante Quanto se puote in zuffa sostenire; Ma ciò riserbo in l’altro canto a dire.