Libro III · Canto III
Il coccodrillo e l'orco
Un coccodrillo che spezza le lance, un cavaliere che non muore mai e un orco cieco che mangia uomini. E poi arriva la tempesta.
In breve
Sulle rive del Nilo, Grifone e Aquilante affrontano il coccodrillo gigante di Orilo, il cavaliere stregato che non riesce a morire. La pelle del mostro spezza le lance e resiste alle spade fatate; alla fine Grifone gli salta in groppa e lo tiene per il naso, mentre Aquilante gli caccia la lancia in gola. Orilo, a cui Aquilante ha tagliato le braccia gettandole nel fiume, torna a nuoto tutto intero, e la battaglia ricomincia. Arriva un cavaliere con un gigante in catene... ma il poeta cambia storia.
Mandricardo e Gradasso, in viaggio verso la Francia, trovano in riva al mare una ragazza incatenata a uno scoglio: è Lucina, destinata a un orco cieco che mangia carne umana. Mandricardo, per curiosità, scuote la catena e sveglia il mostro, che cattura Gradasso. Senza spada, Mandricardo fugge per i monti inseguito dal mostro, finché salta un burrone in cui l'orco, cieco, precipita. Liberati Gradasso e Lucina, i tre salgono sulla nave del re Tibiano, padre della ragazza; l'orco li insegue fino in mare, poi sulla nave si scatena una tempesta.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Sulle rive del Nilo, un grande fiume d'Africa, i fratelli Grifone e Aquilante combattevano contro un mostro: un coccodrillo gigante, capace di inghiottire una mucca intera. Era la bestia di Orilo, un cavaliere stregato che non riusciva a morire.
Grifone colpì il coccodrillo con la lancia, proprio in mezzo agli occhi. Ma la lancia si spezzò come una cannuccia: quella pelle era durissima. Nemmeno la spada magica di Aquilante riuscì a graffiarla. Allora Grifone saltò sulla schiena del mostro, corse fino alla testa e lo afferrò per il naso con tutte e due le mani. La bestia saltava e si dimenava, ma lui non mollava. Aquilante gli infilò la lancia nella bocca spalancata, dove la pelle era tenera, e il coccodrillo fu vinto.
Restava Orilo. Aquilante lo aveva battuto, e lui era scappato a tuffarsi nel fiume. Poco dopo tornò a nuoto, tutto intero, pronto a ricominciare. «Non so proprio come si fa a farlo morire» sospirò Aquilante. Mentre combattevano, arrivò un cavaliere che trascinava un gigante in catene... Ma qui il poeta lasciò in sospeso la storia e ne cominciò un'altra.
Lontano da lì, Mandricardo e Gradasso, due re guerrieri in viaggio verso la Francia, trovarono in riva al mare una ragazza incatenata a uno scoglio. Si chiamava Lucina e piangeva disperata. «Qui sotto vive un orco» spiegò. «È cieco, ma ha il fiuto di un cane da caccia, e mangia le persone. Se toccate la catena, suona una campana e lui si sveglia!»
Mandricardo, però, era curioso di sentire che suono faceva quella campana. E prima che lei finisse di parlare, scosse la catena. Dentro lo scoglio rimbombò un tuono e l'orco uscì: grosso come sei uomini, con i denti fuori dalla bocca. Afferrò Gradasso, se lo portò nella tana e lo legò.
Mandricardo non aveva la spada: aveva giurato di non usarne nessuna finché non avesse conquistato quella di Orlando. Così tirò al mostro una pietra enorme, poi scappò su per la montagna. L'orco lo seguiva annusando, senza perdere mai la pista. A un tratto Mandricardo si trovò davanti un burrone larghissimo. Prese la rincorsa e lo saltò. L'orco, che non ci vedeva, ci cadde dentro con un gran tonfo. «Chi sbaglia la misura, salta male!» rise Mandricardo.
Poi liberò Gradasso e Lucina, e proprio allora arrivò una nave: era quella del re suo padre, che la cercava da tanto tempo. Che festa a bordo! Ma l'orco non era finito. Ricomparve sulla collina, entrò in mare e lanciò contro la nave un pezzo di montagna, che cadde vicinissimo. Subito dopo si alzò il vento, il cielo diventò nero e scoppiò una tempesta terribile.
Riusciranno a salvarsi dalle onde? Lo saprai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Il poeta tra le rose ott. 1–2
Il poeta racconta che stava componendo i suoi versi tra rose bianche e rosse, fiori ed erba fresca, cantando le glorie degli antichi cavalieri. Ma gli è venuto in mente che un piacere goduto da soli è un piacere a metà: per questo è venuto da voi, baroni e dame, a raccontarvi la dura battaglia di Grifone e Aquilante interrotta nel canto precedente.
Il mostro del Nilo ott. 3–9
Il coccodrillo uscito dalla torre di Orilo è una bestia straordinaria: vive a lungo e cresce per tutta la vita, caccia gli animali sulla terra e i pesci nel fiume. Sembra un ramaro, ma è lungo trenta braccia o più, ha il dorso giallo e chiazzato e, al contrario di tutti gli altri animali, apre la bocca alzando la mascella di sopra. Inghiotte una vacca intera, anche due, e ha denti lunghi una spanna.
Grifone lo carica con la lancia e lo colpisce in mezzo agli occhi: un colpo perfetto, ma inutile. L'asta si spezza come una cannuccia contro quella pelle dura e spessa, e la bestia infuriata spalanca la bocca per inghiottire cavaliere e cavallo. Per fortuna arriva Aquilante, che ha appena tagliato Orilo in due: cala sul muso del mostro la sua spada fatata, ma non lo scalfisce nemmeno.
Il coccodrillo si volta verso di lui, e il cavallo di Aquilante, terrorizzato, scappa a rotta di collo. Fa bene, perché quel mostro inghiottirebbe in un boccone solo uomo, cavallo e armi, senza neanche usare i denti. La bestia lo insegue ed è ormai a un dito dalla sua groppa, quando Aquilante si trova con un altro problema: Orilo è tornato in vita e rientra in battaglia con la sua mazza.
Grifone in groppa al mostro ott. 10–14
Intanto Grifone, sceso da cavallo, salta sulla schiena del coccodrillo, ci corre sopra fino alla testa e lo afferra per il naso con tutte e due le mani. La bestia salta e si dimena, ma lui non molla: non si era mai visto niente di simile.
Aquilante conosce bene Orilo: non lo crederebbe morto nemmeno vedendolo morto. Così gli taglia il braccio destro, con la mazza, e poi con un colpo di rovescio il sinistro, con lo scudo. Salta giù da cavallo, raccoglie le braccia e le scaglia nel Nilo, che lì è largo come un mare, lontano mezzo miglio. «Adesso vai pure, e fammi il peggio che puoi! Vediamo come ti scacci le mosche dalla faccia e come sbucci i gamberi, brutto imbroglione!»
Orilo corre via come una freccia e si tuffa a testa in giù nel fiume. Aquilante corre ad aiutare il fratello, che è in grande difficoltà.
La lancia in gola ott. 15–16
Grifone tiene ancora il mostro per il naso, con i piedi sulla sua testa, costringendolo a tenere il muso disteso. Aquilante raccoglie da terra la sua lancia, che non aveva ancora usato, e con tutta la forza gliela caccia nella bocca spalancata: la punta attraversa il petto ed esce dalla pancia, perché sotto il corpo il coccodrillo ha la pelle tenera.
Orilo torna a nuoto ott. 17–21
Grifone non è mai stato così felice: non ce la faceva più a tenerlo. Ma dal fiume risale Orilo, nuotando come una rana con tutte e due le braccia. «Possibile che, monco com'era, se le sia ripescate laggiù in fondo?» si chiede Aquilante. Orilo arriva sulla riva armato di tutto punto.
Grifone osserva che, se quella bestia fosse ancora viva dopo tanta fatica per ucciderla, della loro impresa non potrebbero vantarsi. «Io non so come far morire quella creatura stregata» risponde Aquilante. «Resta poco più di un'ora di luce: che faremo al buio? Quello ci trascinerà con sé all'inferno.» «Allora meniamo le spade adesso, prima che il sole tramonti» dice Grifone, e si getta contro Orilo: spada contro mazza. Grifone ha un'ottima armatura e delle mazzate si cura poco.
Mentre combattono, arriva un cavaliere armato che si trascina dietro un enorme gigante in catene... «Ma di questo per ora non dico di più» avverte il poeta.
La dama sullo scoglio ott. 22–26
«Tornerò su questa impresa, come faccio sempre; ma quando il foglio è pieno di una storia, bisogna fare posto a un'altra.» Ora racconta di Mandricardo, che porterà in Francia insieme a Gradasso, non prima che entrambi abbiano avuto molto da fare per terra e per mare.
Lasciato il castello della fata dove un tempo stavano le armi di Ettore, i due attraversano la Siria e Damasco e arrivano in riva al mare, a una locanda aperta ma deserta. Guardando giù, verso una scogliera battuta dalle onde, Gradasso vede una donna nuda e scapigliata, incatenata a uno scoglio, che invoca la morte.
I cavalieri scendono a vedere. Lei piange da commuovere i sassi: «Per pietà, fatemi a pezzi con le vostre spade! Se devo morire, che sia per mano di un uomo e non divorata da quella bestia.» Vorrebbero sapere tutto, ma lei singhiozza tanto da non riuscire a parlare.
L'orco senza occhi ott. 27–34
Alla fine racconta: «Sotto quello scoglio vive un orco così orribile che solo a ricordarlo mi si gela il sangue. Non è alto, ma è grosso come sei uomini, con la barba riccia e una gran capigliatura; al posto degli occhi ha due palline d'osso, e per fortuna: se ci vedesse, distruggerebbe il mondo. Ma anche così non c'è difesa. L'ho visto strappare le querce come finocchi e sbattere a terra tre giganti come ranocchi, per poi cuocerli, un po' a lesso e un po' arrosto. Mangia solo carne umana e beve sangue umano.
Andate via prima che vi senta: ora dorme nella tana, ma appena sveglio fiuterà la vostra presenza e vi seguirà come un cane da caccia per cento miglia, finché non vi avrà uccisi. Lasciatemi morire. Vi chiedo solo una grazia: se incontrate Norandino, il giovane re di Damasco, ditegli che la sua dama lo ha amato da viva e lo ama ancora da morta. Non ditegli che sono viva in mezzo a queste pene: mi ama tanto che nessuna catena lo fermerebbe, e vederlo morire con me mi farebbe più male della morte. Ditegli che mi avete sepolta voi in riva al mare e, se vi chiede il luogo per trovare almeno morta la sua Lucina, dite che l'avete dimenticato. E consolatelo.»
La campana ott. 35–41
Gradasso trattiene a stento le lacrime e sfodera la spada per spezzare la catena, ma Lucina grida: «Non farlo! Questa catena entra nel sasso fino alla tana: se la tocchi, scatta un congegno e suona una campana. E se quel maledetto si sveglia, non vi lascerà finché non vi avrà uccisi.»
A Mandricardo viene una gran voglia di sentire se la campana ha un bel suono. Lei non ha ancora finito di parlare che lui ha già scosso la catena con forza. Dentro lo scoglio rimbomba un tuono, e la ragazza, pallida, grida: «Ahimè, la mia vita è finita!»
Ed ecco l'orco uscire dalla caverna: un gran gozzo sul petto, i denti fuori dalla bocca come un maiale, il muso lurido di sangue, peli lunghi una spanna sulle sopracciglia, dita grosse come gambe e unghie nere e sporche. Gradasso non si spaventa e lo assale con la spada, ma l'orco lo afferra per lo scudo, glielo strappa dal braccio e lo stritola come ghiaccio. Se l'avesse preso per la testa, dice il poeta, gli avrebbe sbriciolato l'elmo come una nocciola fresca, e la festa sarebbe finita lì. Ma, cieco com'è, l'ha preso per caso. Con uno strattone lo butta a terra, se lo porta di peso nella caverna e, per quanto Gradasso si dibatta, lo lega alla catena.
Il salto di Mandricardo ott. 42–49
Poi l'orco esce di nuovo. Mandricardo è addolorato per il compagno perduto, e non ha nemmeno una spada: ha giurato di non portarne mai una finché non avrà conquistato quella di Orlando. Allora scaglia contro il mostro una pietra di cinquanta libbre e lo colpisce in pieno petto; ma quello si arrabbia soltanto di più e schiuma dalla bocca come un verro.
L'orco gli va dietro come un segugio. Mandricardo, agile e svelto, corre su per il monte come una freccia, si ferma a metà salita e gli tira in fronte un masso, che va in mille pezzi senza fargli quasi niente. Il mostro, guidato dal naso, non perde mai la pista: lo segue fino in cima, per ogni balza e ogni sentiero, e né sassi né tronchi riescono a fermarlo.
Mandricardo torna giù di corsa verso la valle e si trova davanti un burrone enorme, largo più di venti braccia: la montagna è spaccata da cima a fondo. Dandosi ormai per spacciato, prende la rincorsa e lo salta, con tutta l'armatura. L'orco, che è cieco, non vede il precipizio e ci cade dentro a piombo: il tonfo sulle pietre del fondo sembra il crollo del cielo e della terra. Il dirupo è altissimo, e il mostro si spezza tre costole. «Chi sbaglia la misura, salta male!» commenta Mandricardo tutto contento. «Resta laggiù, in malora!»
La tana d'oro e la nave ott. 50–54
Tornato alla spelonca, trova il bosco pieno di braccia, teste e gambe sparse, come strappate dalla bocca di lupi e cani. La tana, dentro la roccia, è grandissima e decorata d'oro. Mandricardo libera Gradasso e la ragazza, e tutti si rivestono con gli abiti e i gioielli preziosi che trovano lì.
Mentre cavalcano lungo la spiaggia vedono avvicinarsi una nave con l'alta bandiera del re Tibiano, signore di Cipro, di Rodi e di molte altre terre: è il padre della ragazza, che la cerca disperato su tutte le coste da quando la sfortuna gliel'ha portata via. Lucina, vedendo la bandiera, piange e ride insieme, e chiama la nave sventolando la veste. Salgono a bordo, e la gioia è immensa: tutti la credevano morta.
L'orco nel mare ott. 55–57
Stanno già girando la nave e alzando le vele quando l'orco ricompare sulla collina e corre verso il mare, con la barba che gocciola sangue. Tutti si credono morti, e ogni marinaio tira le corde e gira il timone come un capitano. Il mostro porta in spalla un enorme pezzo di montagna, con dentro rovi, sterpi e querce: per lui è leggero come una pallina, mentre cento buoi non riuscirebbero a muoverlo. Entra in acqua fino alla cintura e avanza come un bufalo; sentendo il rumore dei remi che si muovono al suono del fischietto, scaglia il macigno da quella parte. Cade così vicino che l'acqua schizza fino in cima all'albero: un po' più in là, e avrebbe affondato nave e uomini.
La tempesta ott. 58–60
I marinai sono così spaventati che i più coraggiosi si nascondono in fondo alla nave. Poi da levante si alza il vento, il mare si ingrossa e cielo e acqua si fanno la guerra: non si vedono più né l'orco né la terra. Dell'orco non hanno più paura, ma la morte è più vicina di prima: il cielo diventa nero, scendono pioggia e grandine, con lampi, tuoni e fulmini uno dopo l'altro. I delfini saltano intorno annunciando la burrasca, e il mare entra nella nave a secchiate. «Ma non voglio tenervi in tanta ansia» dice il poeta. «Qui vi lascio, perché ogni piacere è più bello se cambia.»
Parole difficili
- cocodrilo ott. 3: coccodrillo.
- ramaro ott. 3: grossa lucertola verde.
- braccia ott. 4: il braccio era un'antica misura di lunghezza, poco più di mezzo metro.
- spana ott. 4: spanna, la larghezza di una mano aperta, circa venti centimetri.
- buza ott. 6: la buccia, cioè la pelle dura del coccodrillo.
- germano ott. 7: fratello.
- mostaccio ott. 7: muso.
- roversone ott. 12: colpo dato di rovescio.
- aselle ott. 16: ascelle.
- orco ott. 27: mostro gigantesco che mangia gli uomini.
- cocole ott. 28: palline, piccoli globi.
- gozaglia ott. 38: gozzo, un grosso rigonfiamento.
- verro ott. 43: maiale maschio.
- seguso ott. 44: segugio, cane da caccia che segue le tracce.
- burone ott. 47: burrone.
- galla ott. 56: pallina leggera che cresce sui rami della quercia.
- gabbia ott. 57: la piattaforma in cima all'albero della nave.
- bigoncio ott. 60: grosso recipiente di legno, come quelli della vendemmia.
Il testo di Boiardo
60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori Diversamente in terra coloriti, Tra fresche erbette e tra soavi odori De gli arboscelli a verde rivestiti, Cantando componea gli antichi onori De’ cavallier sì prodi e tanto arditi, Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;
Quando mi venne a mente che il diletto Che l’om se prende solo, è mal compiuto, Però, baroni e dame, a tal cospetto Per dilettarvi alquanto io son venuto; E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto L’aspra battaglia de Grifone arguto E de Aquilante, il tanto apregïato, La qual lasciai nel canto che è passato.
Contai del cocodrilo in che maniera Da la torre de Orrilo a furia n’esce. A meraviglia grande è questa fiera, Che molto vive e sempre in vita cresce; Ora sta in terra ed or nella riviera, Le bestie al campo, a l’acqua prende il pesce; Fatto è come lacerta, over ramaro, Ma di grandezza già non sono al paro;
Chè questo è lungo trenta braccia, o piue, Il dosso ha giallo e maculoso e vario; La mascella di sopra egli apre in sue, Ed ogni altro animal fa pel contrario. Tutta una vacca se ingiottisce, o due, Chè ha il ventre assai maggior de un grande armario, E denti ha spessi e lunghi de una spana: Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.
Ora Grifon, che lo vidde venire, Come detto è di sopra, a tal tempesta, Mosse con gran possanza e molto ardire Verso di quello e la sua lancia arresta. Più bello incontro non se potria dire: Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa. Grossa era l’asta, e il ferro era pongente, Ma l’uno e l’altro vi giovò nïente.
Fiaccosse l’asta come una cannuza, E poco fece il ferro alla percossa; Chè a quella bestia non passò la buza, Tanto era aspra e callosa e dura e grossa. Ora apizata è ben la scaramuza, E la fiera orgogliosa, ad ira mossa, Aperse la gran bocca; e senza fallo Integro se il sorbiva esso e ’l cavallo.
Se non che a tempo vi gionse Aquilante, Che avea già Orilo in due parte tagliato, E, veggiendo il germano a sè davante A tal periglio e quasi devorato, Mena un gran colpo del brando trinciante Sopra al mostaccio, che era rilevato. Fatato è il brando, ed esso avea gran forza, Ma a quella bestia non taccò la scorza.
Il cocodrilo ad Aquilante volta, Ma tanto spaventato è il suo destriero, Che già non lo aspettò per quella volta, Nè di aspettarlo gli facea mestiero, Chè in bocca non gli avria dato una volta, Ma travalciato in un boccone intiero: L’omo, il cavallo, l’arme e’ paramenti Giù serian giti e non toccati e’ denti.
Ma, come io dico, il destriero è smarito, Fugge correndo e ponto non galoppa; Quello orrendo animal l’avea seguito, E quasi il tocca spesso ne la groppa. Essendogli vicino a men de un dito, Altro che fare ad Aquilante intoppa, Chè Orrilo è suscitato e non soggiorna, Ma con la mazza alla battaglia torna.
Ora Grifone a terra era smontato, E salta al cocodrilo in su le rene, E sì pel dosso è via correndo andato, Che per la croppa al capo se ne viene. Saltava il cocodrilo infurïato, Ma Grifone attaccato a lui se tiene, Chè ad ambe man l’ha preso per il naso: Mai non fu visto il più stupendo caso.
Da l’altra parte Orrilo ed Aquilante Ripresa insieme avean cruda battaglia, Quale era pur come l’altre davante. Non giovano al pagan piastre nè maglia, Chè in pezzi vanno a terra tutte quante. Ecco il gionge alla spalla e quella taglia, Credendo darli a quella volta il spaccio, La spalla via tagliò con tutto il braccio.
Va il braccio dritto a terra col bastone: Non sta queto Aquilante, il sire arguto, Chè ben sapea di sua condizïone; Veggendol morto, non l’avria creduto. Da l’altro lato mena un roversone, E monca il manco braccio e tutto ’l scuto; Poi salta dell’arcione in molta fretta, Prende le braccia e quelle al fiume getta.
Nel fiume le scagliò da mezo miglio: Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare. Disse Aquilante: Or va, ch’io non te piglio, E fami al peggio ormai che mi pôi fare. La mosca mal te cacciarai dal ciglio, E potrai peggio e gambari mondare, Malvaggio truffator, che con tuo incanto M’hai retenuto in tal travaglia tanto.
Voltosse Orilo e parve una saetta, Tanto correndo va veloce e chiuso, E da la ripa nel fiume se gietta: Col capo innanti se ne andò là giuso. Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta, Che il cocodrilo avea preso nel muso; Non bisognava che indugiasse un anno, Chè là stava il germano in grande affanno.
Come io vi dissi su poco davante, Grifon quello animale al naso ha preso, E sopra al capo vi tenea le piante, Facendo a forza il muso star disteso; E così stando, vi gionse Aquilante, Qual prestamente fu de arcion disceso, E prese la sua lancia, che era in terra, Chè non l’aveva oprata in questa guerra.
Con quella in mano allo animal s’accosta, Ponendo a tal ferire ogni possanza, E tra la aperta bocca il colpo aposta, E dentro tutta vi cacciò la lanza. Via per il petto e per la prima costa Fece apparir la ponta per la panza, Però che sotto al corpo e ne le aselle Il cocodrilo ha tenera la pelle.
Ben vi scio dir che il tratto a Grifon piacque, Perchè già più non lo potea tenire; Mai lieto fu cotanto poi che nacque. Ora comincia Orilo ad apparire, Che su venìa natando per quelle acque. Quando Aquilante lo vidde venire, Può far, diceva, il celo e tutto il mondo Che abbi pescati e monchi in su quel fondo?
Lui l’uno e l’altro de’ bracci menava E l’onda con le mano avanti apriva; Come una rana quel fiume notava, Tanto che gionse armato in su la riva. Grifon verso Aquilante ragionava: Se questa bestia fosse ancora viva, Quale abbiam morta con affanno tanto, Di tale impresa non avremo il vanto.
Disse Aquilante: Io non so certo ancora Che onor ce seguirà questa aventura; Far non scio io tal prova che mai mora Quella incantata e falsa creatura. Del giorno avanza poco più de un’ora: Che faren ne la notte a l’aria scura? A me par di vedere, e già il discerno: Quel ce trarà con sieco nello inferno.
Grifon diceva: Adunque ora si vole, Mentre che è il giorno, la spada menare, Prima che al monte sia nascoso il sole: Per me la notte non sapria che fare. E quasi al mezo di queste parole Volta ad Orilo e vàllo ad afrontare; Ciascun dadover tocca e non minaccia, L’un con la spada e l’altro con la maccia.
Molto vi era da far da ciascun lato, Chè quello a questo, e questo a quel menava, Avenga che Grifone è bene armato, E di mazzate poco se curava. Durando la contesa in su quel prato, Un cavalliero armato vi arivava, Che avea preso in catena un gran gigante... Ma di tal cosa più non dico avante.
Ben poi ritornarò, come far soglio, E questa impresa chiara conterò, Chè, quando de una cosa è pieno il foglio, Convien dar loco a l’altra; ed imperò De Mandricardo racontar vi voglio, Qual con Gradasso in Franza menerò. Ma, prima che sian gionti, assai che fare Avranno entrambi e per terra e per mare.
Partiti da la fata del castello, Ove l’arme di Ettòr già star suoleano, Sorìa, Damasco e quel paese bello Senza travaglia già passato aveano. Sendo gionti sul mare ad uno ostello, Perchè era tardi, aloggiar vi voleano, Ma quello è aperto ed è disabitato, Nè appar persona intorno in verun lato.
Guardando giuso al lito il re Gradasso, Verso una ripa a pietre dirocata, Ove la batte l’onde e il mare al basso Stava una dama ignuda e scapigliata, Che era legata con catene al sasso, Chiedendo morte la disconsolata. Morte, diceva, o tu, morte, me aiuta, Chè ogn’altra spene è ben per me perduta!
E’ cavallier callarno incontinente Giuso nel fondo di quel gran petrone, Per saper meglio l’aspro conveniente Di quella dama, e chi fosse cagione; Ma lei piangeva sì dirottamente, Ch’e’ sassi mossi avria a compassïone, Dicendo a quei baron: Deh! per pietate Tagliatime qua tutta con le spate.
E se il celo, o fortuna vol che io pera, Per le man de omo almen possa perire, Nè divorata sia da quella fiera, Chè peggio assai è il strazio che il morire. Volean saper la cosa tutta intiera E’ duo baron, ma lei non potea dire, Sì forte in voce singiociva, e tanto Tra le parole gli abondava il pianto.
E pur dicea piangendo: Se io mi doglio Più che io non mostro, n’ho cagione assai. Se il tempo bastarà, dir la vi voglio: Odeti se una al mondo è in tanti guai. Dimora uno orco là sotto a quel scoglio... Non so se altro orco voi vedesti mai, Ma questo è sì terribile alla faccia, Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.
Apena apena che parlar vi posso, Chè il cor mi trema in petto di paura. Grande non è, ma per sei altri è grosso, Riccia ha la barba e gran capigliatura; In loco de occhi ha due cocole de osso, E bene a ciò providde la natura, Chè, se lume vedesse, a tondo a tondo Avria disfatto in poco tempo il mondo.
Nè vi è diffesa, a benchè non gli veda, Chè, come io dissi, il perfido è senza occhi. Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?) Stirpar le quercie a guisa de finocchi; E tre giganti che avea presi in preda, Percosse a terra qua come ranocchi; Le cosse dispiccò dal busto tosto, E pose il casso a lesso e il resto a rosto.
Però che sol se pasce a carne umana, E tien de sangue de omo a bere un vaso. Ma gite voi in parte più lontana, Che quel malvagio non vi senta a naso; A benchè giace adesso nella tana, Che per dormir là dentro si è rimaso; Ma come se resvegli, incontinente Al naso sentirà che quivi è gente.
E come un bracco seguirà la traccia; Non valerà diffesa, nè fuggire, Chè cento miglia vi darà la caccia, E converravi in tutto al fin perire. Onde vi prego che partir vi piaccia, E me lasciati misera morire, Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego Che a una dimanda non facciati niego;
E questa fia: se forse tra camino Avesti un giovinetto a riscontrare, Re di Damasco (e nome ha Norandino; Non scio se mai lo odesti racordare), A lui contati il mio caso tapino (Scio ben che lo fareti lacrimare), Dicendo: La tua dama te conforta, Che te amò viva ed ama ancora morta.
Ma ben guardàti, e non prendesti errore, De dir ch’io viva più tra tante pene, Però che lui mi porta tale amore, Che nol potrian tener mille catene; E la mia doglia poi saria maggiore, Veggendo perir meco ogni mio bene; E più mi doleria che la mia morte, Che se a lui fosser sol due dita torte.
Direti adunque come sotterrata M’avete istessi a canto alla marina; Ma lui dimandarà de la contrata Per trovar morta almen la sua Lucina. Direti che l’aveti smenticata Come se chiami, e il loco che confina; Poi confortati lui con tal parole Che stia contento a quel che ’l mondo vole.
Così ragiona, e la faccia serena Piangendo bagna quella sventurata. Tenea Gradasso le lacrime apena, E già dal fianco avea tratta la spata Per rompere e tagliar quella catena, Con la qual quivi al sasso era legata; Ma la dama cridò: Per Dio, non fare! Morto serai, nè me potrai campare.
Questa catena, misera! dolente! Per entro al sasso passa nella tana; Come toccata fosse, incontinente Scocca uno ordegno e suona una campana; E se quel maledetto se risente, Ogni speranza del fuggire è vana. Per piani e monti e ripe e lochi forti Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti.
A Mandricardo molta voglia tocca De odir se la campana avea bon suono. La dama non avea chiusa la bocca, Che è scosso la catena in abandono. Ben vi scio dir che dentro là si chiocca: Sembra nel sasso risuonare un tono; E la donzella pallida e smarita Ahimè! cridava, ahimè! mia vita è gita!
Sol de la tema tutta me distorco: Adesso qua serà quel maledetto. Eccoti uscir de la spelonca lo orco, Che ha la gozaglia grande a mezo il petto; E denti ha for di bocca, come il porco, Nè vi crediati che abbi il muso netto, Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio; Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.
Quanto una gamba ha grosso ciascun dito E negre l’ungie e piene di sozzura. Ora Gradasso già non è smarito Per tanto istrana ed orrida figura. Col brando in mano adosso a quello è gito, Ma l’orco del suo brando ha poca cura, Nel scudo il prende e via strappò del braccio, E quel stringendo franse come un giaccio.
Se così preso avesse nella testa, L’elmo avria rotto e trito come cenere, Serìa compita ad un tratto la festa. Come se schiazzan le nociole tenere, Come se fiacca un ziglio alla tempesta, O vero un fongo che al fango se genere, Sì sciolto il capo avria, senza dissolvere Le fibbie a l’elmo, e fatto tutto in polvere.
Ma lui non vede ove ponga la mano, Per questo a caso l’ha nel scudo preso; E dette un scosso sì crudo e villano, Che a terra il re Gradasso andò disteso. L’orco il prese a traverso a mano a mano, Alla spelonca lo portò di peso; Ben se dibatte invano e se dimena, Pur l’orco il lega e pone alla catena.
Come legato l’ebbe, incontinente Fuor de la tana di novo è venuto; E Mandricardo si stava dolente, Chè il suo caro compagno avia perduto. Non avea brando il cavallier valente, Però che aveva in sacramento avuto Mai non portare alla sua vita brando, Se non acquista quel del conte Orlando.
Chinosse e prese una gran pietra e grossa: Bene è cinquanta libre, vi prometto; E trasse quella di tutta sua possa, E gionse lo orco proprio a mezo il petto. Ma quel non teme ponto la percossa, Anci l’ira gli crebbe e il gran dispetto; Ove ebbe il colpo, con la man se tocca, E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.
E dietro al cavallier par che se metta, Come un seguso a l’orme de una fiera. Già Mandricardo ponto non lo aspetta, Chè avea persona destra, atta e legiera. Su corre al poggio, e sembra una saetta; Quindi, fermato a meza la costiera, Trà un gran sasso tratto fuor del monte, E quel percosse dritto nella fronte.
Quel sasso in mille parte se spezzò, Ma fece poco male a quel perverso, E già per questo non lo abandonò, Chè non l’aveva mai di naso perso. Mandricardo ne va quanto più può, Cercando il monte a dritto ed a traverso, Tanto che gionse a quello in su la cima, E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.
Non scia più che si fare il cavalliero, Nè a questa cosa sa prender partito; Per ogni balza e per ogni sentiero Questa malvagità l’avea seguito, Ni far bisogna ponto di pensiero Aver con esso de diffesa un dito; Ben gli trà sassi e tronchi aspri e robesti, Ma non ritrova cosa che lo aresti.
Torna correndo in giù, verso il vallone, A benchè indietro se voltava spesso, Ed ecco avanti trova un gran burone: Da cima al fondo tutto il monte è fesso. Alor se tenne morto quel barone, E per spazzato al tutto se è già messo; Sopra alla balza a corso pieno è mosso, Di là de un salto andò con l’arme in dosso.
Ed era larga più de vinti braccia, Sì come altri extimar puote alla grossa; Ma quel brutto orco che seguia la traccia, Perch’era cieco non vidde la fossa, Onde per quella a piombo giù tramaccia. De intorno ben se odette la percossa, Chè, quando gionse in su le lastre al fondo, Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.
Non dètte la percossa sopra al letto, Perchè quella aspra ripa era molto alta, E ben tre coste se fiaccò nel petto, E quelle pietre del suo sangue smalta. Diceva Mandricardo con diletto: Chi ponto stecca al segno mal si salta. Or là giù ti riman in tua malora! Così dicendo più non fe’ dimora.
E giù callando lieto e con gran festa, Al mar discese e venne alla spelonca. Qua vede un braccio, e là meza una testa, Colà vede una man co’ denti monca. Per tutto intorno è piena la foresta Di qualche gamba o qualche spalla tronca E membri lacerati e pezzi strani, Come di bocca tolti a lupi e a cani.
Ciò riguardando varca di bon passo; E gionse a quella tana in su la intrata, Qual molto è grande dentro da quel sasso, E riccamente d’oro è lavorata. Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso E la dama, che al scoglio era legata, Tutti se revestirno a nove spoglie, Chè veste ivi trovarno e ricche zoglie.
Montarno, e ciascadun forte camina; Sieco è la dama dal viso soprano, E via passando a canto alla marina Iscorsero una nave di lontano. Viddero in quella, quando se avicina, L’alta bandiera del re Tibïano: Qual era parte di questa donzella, Tolta da loro alla fortuna fella.
Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era Quel Tibïano e[t] d’altre terre assai, E va cercando per ogni rivera De la filiola, e non la trova mai; Onde di doglia in pianto se dispera, E mena la sua vita in tristi guai. Come la dama la bandiera vide, Per allegrezza a un tratto piange e ride.
Già meglio se comincia a discernire La nave e la sua gente tutta quanta; E la donzella non può sofferire, Ma con la veste a quella nave amanta; E, senza più tenirvi in lungo dire, Salirno al legno; e la zoia fo tanta Quanto a sì fatto caso esser credia, Trovando lei che morta esser tenìa.
E già le poppe voglion rivoltare, Tirando con le corde alte le antene. Eccoti lo orco, che nel poggio appare, E verso il mare a corso se ne viene; Ben vi so dir che ogniom si dà che fare, Chè la più parte alor morta se tiene; Ciascun de’ marinari era parone A tirar presto e volgere il temone.
Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla. La barba a sangue se gli vedea piovere, Un gran pezzo de monte ha in su la spalla, Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere; Legier lo porta lui come una galla, Nè cento boi l’avrian potuto movere. Correndo vien la orrenda creatura: Già dentro al mare è sino alla cintura.
E tanto passa, che va come il buffolo, Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia; Movere odendo e remi al suon del zuffolo, Trasse là verso il monte con gran rabbia. Gionsine presso; e l’onda diè tal tuffolo, Che saltar fece l’acqua in su la gabbia; Ma, se più avanti un poco avesse agionto, Sfondava il legno e li omini ad un ponto.
Se e’ marinari alora ebber spavento, Non credo che bisogni racontare, Chè qual di loro avea più de ardimento, Nascoso è alla carena, e non appare. Ora levosse da levante il vento, L’onda risuona e grosso viene il mare; Già rotto il celo e l’acqua insieme han guerra: Più non se vede lo orco, nè la terra.
De l’orco, dico, ormai non han paura, Ma morte han più che prima in su la testa, Però che orribilmente il celo oscura, Il vento cresce ogniora e gran tempesta. Pioggia meschiata de grandine dura Giù versa con furore, e mai non resta: Ora fùlgore, or trono ed or saetta, Che l’una l’altra apena non aspetta.
Per tutto intorno bursano e delfini, Donando di fortuna il tristo annoncio; Non sta contento il mare a’ suoi confini, Che in nave ne entra assai più d’un bigoncio: Da far vi fia per grandi e piccolini. Ma non vi vo’ tenir tanto a disconcio, E nel presente canto io ve abandono, Chè ogni diletto a tramutare è bono.