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ORLANDO
INNAMORATO

Libro III · Canto IV

La grande sconfitta

Ruggiero travolge l'esercito di Carlo Magno, che fugge fino a Parigi. Ma il giovane saraceno è anche il cavaliere più cortese del campo.

In breve

Dopo una tempesta spaventosa, la nave con Mandricardo, Gradasso, il re Tibiano e Lucina approda in Francia. Dalla cima di un colle i due cavalieri vedono una battaglia immensa: l'esercito di Agramante contro quello di Carlo Magno. Il giovane Ruggiero fa strage di cristiani; abbatte Oliviero, ma poi, dispiaciuto, scende a soccorrerlo, e proprio allora il traditore Grifone di Maganza lo colpisce alle spalle. Inseguendolo, Ruggiero si trova davanti Rinaldo: i due combattono a piedi finché la folla dei fuggiaschi non li separa.

Agramante travolge i cristiani e Carlo prega di morire lui solo per tutti. Rinaldo insegue Baiardo, che gli scappa dentro una selva; Ruggiero tira fuori da una palude il vescovo Turpino, che, colpito dalla sua cortesia, gli restituisce il cavallo. L'esercito cristiano fugge per sei giorni fino a Parigi e molti paladini sono fatti prigionieri. Ruggiero arriva dove Bradamante combatte con Rodamonte: le lascia raggiungere Carlo e affronta lui il saraceno.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

La tempesta fu così forte che la nave di Mandricardo e Gradasso finì perfino sott'acqua, come un'oca che si tuffa. Poi tornò a galla e arrivò sulla costa della Francia. Il mattino dopo i due cavalieri salirono su un colle e videro una battaglia immensa. Da una parte c'era Agramante, il re dei saraceni, i nemici venuti dall'Africa. Dall'altra c'era l'esercito di Carlo Magno.

Il più forte di tutti, quel giorno, era il giovane Ruggiero, che combatteva per Agramante. Sembrava un fulmine: era dappertutto, e i cavalieri cristiani cadevano da cavallo come foglie al vento. Solo Oliviero, uno dei paladini, i cavalieri più valorosi di Carlo, riuscì a tenergli testa.

Nella fretta, però, la spada girò in mano a Ruggiero e colpì Oliviero di piatto. Oliviero cadde svenuto. Ruggiero, che era gentile anche con i nemici, scese da cavallo e lo prese tra le braccia per farlo curare. Proprio allora arrivò al galoppo Grifone di Maganza, un traditore, e lo colpì alle spalle. Ruggiero fece una capriola e ricadde in piedi. «Sei morto, traditore!» gridò. Ma Grifone scappò via, e Ruggiero, inseguendolo, si trovò davanti Rinaldo.

Vedendo Ruggiero a piedi, Rinaldo scese dal suo cavallo Baiardo, per combattere alla pari. I due si davano colpi che avrebbero spostato una montagna. Intanto però Agramante travolgeva i cristiani, e la folla di chi scappava passò in mezzo ai due duellanti e li separò. Rinaldo cercò di risalire su Baiardo, ma il cavallo si voltò e scappò. «Proprio il momento di scherzare!» gridò Rinaldo, e gli corse dietro dentro un bosco.

Anche Ruggiero era a piedi: il suo cavallo l'aveva preso il vescovo Turpino, che fuggiva con gli altri. Ruggiero lo rincorse finché Turpino finì in una palude e stava per affogare. Ruggiero, ridendo, lo tirò fuori e gli lasciò perfino il cavallo. «Tanta gentilezza in un saraceno non l'ho mai vista» disse Turpino, e glielo restituì.

L'esercito di Carlo fuggì per sei giorni, fino a Parigi, e molti paladini furono fatti prigionieri.

Ruggiero, intanto, arrivò dove una guerriera cristiana, Bradamante, combatteva da tutto il giorno contro il saraceno Rodamonte. Ruggiero non l'aveva mai vista e non sapeva chi fosse. Quando seppe della sconfitta, Bradamante voleva correre dal suo re, ma Rodamonte non la lasciava andare. «Va' pure» le disse Ruggiero. «Se costui vuole litigare, ci penso io.» E cominciò a combattere con Rodamonte.

Chi la spunterà tra questi due campioni? Il poeta lo racconterà nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Mai fidarsi del mare ott. 1–2

«Signori» comincia il poeta, «se volete spaventare uno che non conosce la paura, mettetelo in mare durante una tempesta. Se non si spaventa, prendetelo per pazzo, non per coraggioso: è a un dito dalla morte.» Il mare in burrasca è una cosa orribile, ed è meglio sentirne parlare che provarlo: credete a chi c'è stato e restate a terra. Come raccontava nel canto precedente, la nave è sbattuta da prua a poppa, tanto che l'acqua entra e la stoppa esce dalle fessure.

La nave sott'acqua ott. 3–7

A bordo ci sono Mandricardo, Gradasso, il re Tibiano e sua figlia Lucina. Il mare sembra un gregge bianco che muggisce senza sosta; le corde stridono e il legno geme, come se sentisse il suo male. I venti cambiano di continuo e i marinai non sanno più che fare: la nave ora sale fino alle nuvole, ora sfrega la chiglia sul fondo. Il peggio arriva quando un colpo investe l'antenna: la nave si piega su un fianco e tutti gridano raccomandandosi a Dio.

Per più di due miglia la nave corre su un lato, sul punto di affondare, finché un'ondata di traverso la butta sull'altro fianco; tutti gridano, ma non si sente nessuno. Alla fine una raffica da levante la spinge da poppa e le infila la prua sotto le onde: la nave viaggia sott'acqua per più di un tiro d'arco, come fanno a volte gli uccelli tuffatori e le oche. Poi riemerge e vola via come una freccia di balestra, da una sera alla sera dopo, giorno e notte senza fermarsi, finché arriva alla costa di Acquamorta, dove si bagna nel mare il monte che divide la Francia dalla Spagna.

Una battaglia oltre il colle ott. 8–11

Sbarcano a un capo chiamato la Runa, così sbattuti che, a terra, quasi non ci credono. La notte passa e all'alba il cielo torna sereno. Per scoprire in che paese sono capitati, si armano e montano a cavallo. Ma fanno poca strada: oltre un colle si sente un gran fragore di corni, tamburi e trombe che rimbomba fino al cielo.

Gradasso e Mandricardo lasciano indietro Lucina e Tibiano e salgono in cima al colle. Giù nella pianura vedono un'enorme distesa di armati, schierati sotto stendardi e bandiere. È la battaglia di Agramante, con il re Marsilio, Balugante e tanti altri capi, contro re Carlo, già raccontata nel libro precedente: mai sulla terra se n'è vista una più grande.

Ruggiero come un fulmine ott. 12–20

Qui non ci sono né Orlando né Feraguto. Feraguto sta cercando in un fiume l'elmo che gli era caduto; e a Orlando, che di solito vince ogni prova, è successa una cosa incredibile: si trova vinto e prigioniero tra le dame. Di lui il poeta dirà più avanti. Ci sono invece Rinaldo, il marchese Oliviero, il duca Ricardo, Guido e il buon Danese, e sul campo infuria il giovane Ruggiero, che abbatte i cristiani come il vento spazza la sabbia.

Li spezza come si spezzano i lupini teneri o gli steli dei papaveri nell'orto. Turpino finisce rovesciato a terra, Uberto, duca di Baiona, è morto; Avino, Berlengiere, Avorio, Ottone e Salamone sono disarcionati, e Gualtieri, colpito alla testa, cade svenuto. Poi Ruggiero si scontra con il duca Ricardo: la lancia gli spacca lo scudo, gli trapassa la spalla e si spezza a metà. Lasciato Ricardo a terra, Ruggiero sfodera la spada fatta dalla maga Falerina, la più tagliente del mondo.

Ora comincia la battaglia vera, perché fino a qui era quasi un gioco. Ruggiero sembra una fiamma, un tuono, un fulmine, ed è dappertutto nello stesso momento, come se avesse le ali. I cristiani fuggono da ogni parte, perché a ogni colpo lui manda a terra un morto: abbatte Sinibaldo, conte d'Olanda, Daniberto, re di Frisia, e l'enorme duca Aigualdo d'Irlanda, figlio di un gigante. Mentre tutti scappano, solo Oliviero, il marchese di Vienna, gli tiene testa, e comincia un duello durissimo. Intanto arrivano il Danese e Rinaldo, che travolge i nemici sollevando un polverone, come se il mondo bruciasse.

Il colpo alle spalle ott. 21–26

Ruggiero si accorge che i suoi cominciano a ripiegare e si avventa su Oliviero come una saetta, menando a due mani. Nella fretta, per volere di Dio, la spada gli gira in mano e colpisce di piatto; ma il colpo è così forte che l'elmo di Oliviero va in pezzi come vetro. Oliviero cade da cavallo svenuto, con la testa che sanguina. Il giovane, che è cortese, ne prova un gran dolore: scende da cavallo, lo prende tra le braccia piangendo e vuole farlo curare.

Proprio allora arriva al galoppo, con la lancia in resta, Grifone di Maganza, il conte traditore, e lo colpisce alle spalle con tutta la forza. Ruggiero fa una capriola e, con un salto mai visto, ricade in piedi. Si volta e vede Grifone che, rotta la lancia, ha già impugnato la spada per finirlo. «Sei morto, traditore!» grida Ruggiero. Ma Grifone, vigliacco com'è, non lo aspetta: sprona il cavallo dove la mischia è più fitta, perché non sopporta di guardarlo in faccia. Ruggiero lo insegue a piedi, minacciando di ucciderlo, finché arrivano dove combatte Rinaldo, che ha fatto strage di nemici.

Ruggiero contro Rinaldo ott. 27–30

«Aiutami, per Dio!» grida Grifone. «Questo saraceno malvagio mi ha colpito a tradimento!» Rinaldo gira Baiardo per caricare Ruggiero, ma vedendolo a piedi trattiene le redini. Il cavallo di Ruggiero, intanto, era rimasto dove lui era sceso, e lì vicino c'era Turpino, che si difendeva dai pagani: il prete coraggioso lo prende per la briglia, ci salta in sella e torna a combattere.

Grifone è sparito. Rinaldo affronta Ruggiero, ma non vuole caricarlo con Baiardo, perché gli sembrerebbe una scorrettezza: salta giù di sella con lo scudo al braccio e Fusberta, la sua spada, in pugno. Il duello è così feroce che tutti restano a bocca aperta: Rinaldo non sembra stanco, benché abbia combattuto tutto il giorno, e i loro colpi sposterebbero una montagna.

La disfatta di Carlo ott. 31–38

Ma ecco arrivare Agramante, che spinge davanti a sé i cristiani come il fuoco nella paglia: i saraceni sono un fiume in piena, cento per ognuno dei nostri. Davanti a tutti c'è Martasino, il crudele re di Garamanta, che si vanta di prendere vivo Carlo; le frecce sono così fitte che oscurano il cielo. I cristiani fuggono, e chi si ferma muore. Il vecchio Sobrino, con una fiamma sull'elmo per insegna, Balifronte, che combatte su un cammello con una spada ricurva, Barigano, Alzirdo e Dardinello fanno strage di cristiani.

Re Carlo guarda il cielo senza parlare, piangendo da far pietà ai sassi. «Mettetevi in salvo» dice al duca Amone, a Namo e a Gano, «salvatevi tutti e lasciatemi qui: voglio scontare i miei peccati. Se Dio vuole che io muoia, sono pronto. Mi addolora solo vedere morire i cristiani per mano di chi adora Maometto. Signore del cielo, se vuoi punire le nostre colpe, fa' che muoia io solo, e io solo paghi.» I baroni piangono anche loro e non sanno rispondere.

La schiera del re è ormai in fuga, buoni e cattivi tutti insieme, e la folla arriva fin dove Ruggiero e Rinaldo combattono senza badare a nessuno. Nel caos di chi fugge, chi insegue e chi cade, la calca li travolge e li separa, e nessuno dei due sa più dove si trova. Restano scontenti tutti e due, e Rinaldo si dispera: «Dio del cielo, che cosa vedo? I nostri scappano, e io che posso fare, a piedi?»

Baiardo scappa ott. 39–40

Si guarda intorno e vede Baiardo poco lontano; ma quando si avvicina per montare, il cavallo si volta e scappa. «Proprio il momento di scherzare!» grida Rinaldo, fuori di sé. «Fermati, bestia maledetta!» Baiardo continua ad andare avanti, e Rinaldo, inseguendolo, finisce dentro una selva oscura, dove gli capiterà una grande avventura. Per un po' il poeta lo lascia lì e torna a Ruggiero, anche lui a piedi nella pianura, che rimpiange invano il suo cavallo Frontino. Ed ecco passargli davanti Turpino.

Il cavallo di Turpino ott. 41–45

Turpino cavalca il destriero di Ruggiero, perché il suo l'ha perso tra i saraceni, e corre giù per un vallone. Quando Ruggiero lo vede, ride di gioia e gli corre dietro a piedi gridando: «Aspetta, il cavallo è mio!» Ma il buon Turpino, che vede tutti scappare, non ha nessuna voglia di aspettarlo; e siccome la calca gli impedisce di andare avanti, deve fuggire di lato. Così arrivano a una stretta valle tra due colline, e Turpino ci cade dentro con gran fracasso, finendo impantanato in una palude.

Ruggiero scende ridendo dal pendio e aiuta il vescovo, che sta per affogare. Dopo averlo tirato fuori, prende il cavallo e glielo offre con cortesia, se gli serve. «Che Dio mi aiuti» dice Turpino, «tu non sei nato da un saraceno: non credo che la natura possa dare tanta cortesia a un pagano. Prendi il tuo cavallo e va' per la tua strada: se lo prendessi, sarei un villano.» Poi se ne va di corsa a piedi, torna nella pianura, trova un saraceno lontano dal sentiero, gli taglia la testa e gli prende il cavallo.

La fuga fino a Parigi ott. 46–49

Turpino raggiunge i cristiani in fuga. Nessuno si difende più: chi non riesce a scappare muore. I saraceni li inseguono per sei giorni e sei notti fino a Parigi, uccidendoli fin sotto le porte: non si è mai sentita una sconfitta così grande. Solo Ogiero il Danese si comporta da eroe e riesce a salvare l'insegna reale. Restano prigionieri il marchese Oliviero, Ottone re d'Inghilterra, il re Desiderio, il re Salamone e il duca Ricardo, e i morti e i prigionieri sono tanti che non si possono contare. In città tutti piangono, convinti che Rinaldo e Orlando siano morti, e di notte bambini, vecchi e donne fanno la guardia sulle mura.

Ma il poeta lascia Parigi e torna a Ruggiero, che arriva nel luogo dove Bradamante ha combattuto per tutto il giorno con Rodamonte.

Bradamante e Rodamonte ott. 50–55

Nel libro precedente, ricorda il poeta, aveva raccontato come Orlando fosse rimasto stordito da un colpo di Rodamonte, e come Bradamante, il fiore della casa di Chiaramonte, avesse preso il suo posto. Poi Orlando se n'era andato, incontrando l'avventura già raccontata, e il duello tra Bradamante e il saraceno era rimasto da decidere, senza nessuno che li separasse.

Dalla cima del colle Ruggiero vede il combattimento e si ferma a guardarlo per il piacere: chi avesse cercato la coppia di guerrieri migliore del mondo non l'avrebbe trovata più perfetta di Bradamante e Rodamonte, figlio di Ulieno. Combattono come se avessero appena cominciato, e dai colpi escono scintille che sembrano arrivare alle stelle. Ruggiero non conosce nessuno dei due, perché non li ha mai visti; li ammira entrambi e capisce che sono alla pari. Ma capisce anche che è una battaglia tra un saraceno e un cristiano, e scende nella pianura.

«Se uno di voi adora Cristo, si fermi e ascolti: porto una notizia triste. L'esercito di re Carlo è stato sconfitto del tutto, l'ho visto con questi occhi. Chi vuole raggiungerlo non perda tempo, perché forse è già ai confini della Guascogna.»

Un cavaliere cortese ott. 56–60

A queste parole Bradamante, per il dolore, lascia andare le redini e diventa pallida. «Amico mio» dice a Rodamonte, «non dirmi di no: lasciami raggiungere il mio signore, perché voglio morire con lui.» Rodamonte borbotta: «Non ti rispondo così in fretta. Io stavo combattendo con Orlando, e questa rogna te la sei cercata tu. Da qui non te ne andrai finché potrò impedirtelo: se vuoi partire presto, buttami morto su questo prato.»

Ruggiero, sentendolo, ha una gran voglia di prendere lui quel duello, e rimprovera Rodamonte: «Mi dispiace trovare un nobile scortese, perché la nobiltà senza cortesia è un ramo senza foglie, un fiume senza acqua, una casa senza strada.» Poi dice a Bradamante: «Barone, va' pure dove vuoi; se costui vuole litigare, ci penso io.» Bradamante parte senza discutere, e Rodamonte ghigna: «Tu devi essere un medico nato, visto che vai a cercarti i mali apposta. Ora difenditi, pazzo da legare, visto che ti piace morire per gli altri.»

Ruggiero non minaccia: grida e colpisce, e l'altro risponde colpo su colpo. Sono fieri e instancabili tutti e due. «Di questa battaglia terribile e di altre belle cose vi racconterò» promette il poeta, «se Dio vorrà che continui come al solito.»

Parole difficili

  • fortuna ott. 1: qui vuol dire tempesta di mare.
  • stoppa ott. 2: fibra di canapa usata per chiudere le fessure tra le assi della nave.
  • carrena ott. 4: carena, la parte della nave che sta sott'acqua.
  • antena ott. 4: antenna, la lunga asta di legno che regge la vela.
  • groppo ott. 6: raffica improvvisa di vento.
  • arcata ott. 6: la distanza che percorre una freccia tirata con l'arco.
  • mergo ott. 6: smergo, uccello acquatico che si tuffa per pescare.
  • vera ott. 7: verrettone, la freccia corta della balestra.
  • Acquamorta ott. 7: Aigues-Mortes, città sulla costa della Francia del sud.
  • marchese de Vïena ott. 19: Oliviero, signore di Vienne.
  • Fusberta ott. 29: la spada di Rinaldo.
  • gambelo ott. 33: cammello.
  • Macone ott. 35: Maometto, che i poemi cavallereschi trattano come un idolo dei pagani.
  • ronzone ott. 41: cavallo.
  • Embragato ott. 43: impantanato, rimasto nel fango.
  • fior di Chiaramonte ott. 50: Bradamante, della nobile famiglia di Chiaramonte, la stessa di Rinaldo.
  • figlio de Ulïeno ott. 52: Rodamonte, figlio del re Ulieno.
  • paccio da catena ott. 60: pazzo da legare.

Il testo di Boiardo

60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Segnor, se voi potesti ritrovare Un che non sappia quel che sia paura, O se volesti alcun modo pensare Per sbigottire una anima sicura, Quando è fortuna, quel poneti in mare, E se non si spaventa, o non se cura, Toglietelo per paccio, e non ardito, Perchè ha con morte il termine de un dito.

2

Orribil cosa è certo il mar turbato, E meglio è odirlo dir che farne prova, Però creda ciascuno a chi gli è stato, E per provar di terra non si mova, Come io contava al canto che è passato, Di quella nave che entro al mar se trova, Sì combattuta da prora e da poppa, Che l’acqua ve entra ed escine la stoppa.

3

Mandricardo era in quella e il re Gradasso, Re Tibïano e sua figlia Lucina. Ora se rompe l’onda a gran fraccasso, E mostra un gregge tutta la marina: Un gregge bianco, che si pasca al basso, Ma sempre mugge e sembra una ruina; Stridon le corde e il legno se lamenta: Gemendo al fondo, e par che ’l suo mal senta.

4

Or questo vento ed or quell’altro salta, Non san che farsi e’ marinari apena; Tra’ nivoli talor è la nave alta, E talor frega a terra la carrena. Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta Fu quando gionse un colpo ne la antena; Piegosse il legno e giù dette alla banda: Ciascun cridando a Dio si racomanda.

5

Più de due miglia andò la nave inversa, Che a ponto in ponto sta per affondare, La gente che vi è dentro è tutta persa: Se fa de’ voti, non lo adimandare. Ecco da canto gionse una traversa, Che a l’altra banda fece traboccare; Ciascadun crida e non se ode persona, Sì muggia il mare e il vento sì risuona.

6

Questo se cangia e muta in uno istante, Ora batte davanti, or ne le sponde; Spiccosse al fine un groppo da levante Con furia tal, che il mar tutto confonde. Gionse alla poppa e pinse il legno avante, E fece entrar la prora sotto l’onde; Sotto acqua via ne andò più d’una arcata, Come va il mergo e l’oca alcuna fiata.

7

Pur fuore uscitte, e va con tal ruina Qual fuor de la balestra esce la vera. Da quella sera insino alla matina E da quella matina a l’altra sera, Via giorno e notte mai non se raffina, Sin che condotta è sopra alla riviera, Ove quel monte in Acquamorta bagna Il qual divide Francia dalla Spagna.

8

Quivi ad un capo che ha nome la Runa, Smontarno con gran voglia in su la arena, E sì sbattuti son dalla fortuna, Che sendo in terra, nol credono apena. Passò il mal tempo e quella notte bruna, Con l’alba insieme il ciel se raserena, E già per tutto essendo chiaro il giorno, Deliberarno andar cercando intorno.

9

Cercar deliberarno in che paese Sian capitati e chi ne sia segnore, E tratto fuor di nave ogni suo arnese, Ciascadun se arma e monta il corridore. Ma lor vïaggio poco se distese, Chè oltra ad un colle odirno un gran rumore, Corni, tamburi ed altre voce e trombe, Che par che ’l suono insino al cel rimbombe.

10

Il franco re Gradasso e Mandricardo Fecer restar la dama e Tibïano. Possa alcun de essi a mover non fu tardo, Sin che fôr sopra al colle a mano a mano; E, giù facendo a quel campo riguardo, Vider coperto a genta armata il piano, Che era afrontata insieme a belle schiere Sotto a stendardi e segni di bandiere.

11

Perchè sappiati il tutto, il re Agramante Contro al re Carlo avea questa battaglia, Come io contai nel libro che è davante: Un’altra non fu mai di tal travaglia. Quivi era il re Marsilio e Balugante, Tanti altri duci e tanta altra canaglia, Che in alcun tempo mai, nè alcuna guerra Maggior battaglia non se vidde in terra.

12

Orlando qua non è, ni Feraguto: Stava il pagano ad un fiume a cercare De l’elmo, qual là giù gli era caduto, Sì come io vi ebbi avanti a ricontare. Al conte era altro caso intravenuto Troppo stupendo e da meravigliare: Chè lui, qual vincer suole ogni altra prova, Tra dame vinto e preso se ritrova.

13

Di lui poi dirò il fatto tutto intiero, Ma non se trova adesso in queste imprese; Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero, Èvi Ricardo e Guido e ’l bon Danese, Come io contava alor, quando Rugiero Tanti baroni alla terra distese Di nostra gente, e tal tempesta mena Come fa il vento al campo de l’arena.

14

Come si frange il tenero lupino, O il fusto de’ papaveri ne l’orto, Cotal fraccasso mena il paladino; Condotta è nostra gente a tristo porto. Roverso a terra se trova Turpino, Uberto, el duca di Baiona, è morto; Avino e Belengiero e Avorio e Ottone Sono abattuti, e sieco Salamone.

15

Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa, Che il sangue li schiattò per naso e bocca, E cade trangosciato alla foresta. Il giovane Rugiero a gli altri tocca; Nè se potria contar tanta tempesta: Qual tramortito e qual morto trabocca. Via va correndo e scontrasi a Ricardo Quel duca altiero, nobile e gagliardo.

16

Ispezza il scudo e per la spalla passa, Di dietro fore andò il pennon di netto; La lancia a mezo l’asta se fraccassa, Urtarno e duo corsier petto per petto. Rugier quivi Ricardo a terra lassa E trà la spada, il franco giovanetto: La spada qual già fece Falerina, Che altra nel mondo mai fu tanto fina.

17

Comincia la battaglia orrenda e fiera, Che quasi è stata insino adesso un gioco; Sembra Rugier tra gli altri una lumiera, Trono e baleno e folgore di foco. Or questa abatte, ed or quell’altra schiera, Par che si trovi a un tratto in ogni loco; Volta e rivolta e, come avesse l’ale, Per tutto agiongie il giovane reale.

18

La nostra gente fugge in ogni banda: Non è da dimandar se avean paura, Chè a ciascun colpo un morto a terra manda: Sembraglia non fu mai cotanto oscura. Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda, Partito avea dal petto alla cintura, E Daniberto, il franco re frisone, Avea tagliato insino in su l’arcione.

19

E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso, Qual fu Ibernese e nacque de gigante, Fo da Rugiero agionto in su il traverso, E tutto lo tagliò dietro e davante. Non è il marchese de Vïena perso, Se l’altre gente fuggon tutte quante; Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero Sol lui se affronta e voltase a Rugiero.

20

Alor se incominciò l’alta travaglia, Nè questa zuffa come l’altre passa; La spada de ciascun così ben taglia, Che io scio che dove giongie, il segno lassa. Ecco il Danese ariva alla battaglia, Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa Tutta la gente e mena tal polvino Come il mondo arda e fumi in quel confino.

21

Quando Rugier, che stava alla vedetta, Se accorse che sua gente in volta andava, Come dal cel scendesse una saetta, Con tal furore ad Olivier menava. Menava ad ambe mano, e per la fretta, Come a Dio piacque, il brando se voltava; Colse di piatto, e fo la botta tanta, Che l’elmo come un vetro a pezzi schianta.

22

Ed Olivier rimase tramortito Per il gran colpo avuto a tal tempesta; Senza elmo apparve il suo viso fiorito, E cadde de lo arcione alla foresta. Quando il vidde Rugiero a tal partito, Che tutta a sangue gli piovea la testa, Molto ne dolse al giovane cortese, Onde nel prato subito discese.

23

Essendo sopra al campo dismontato, Raccolse nelle braccia quel barone Per ordinar che fusse medicato, Sempre piangendo a gran compassïone. In questo fatto standosi occupato, Ecco alle spalle a lui gionse Grifone: Grifone, il falso conte di Maganza, Vien speronando e a resta ha la sua lanza.

24

Di tutta possa il conte maledetto Entro alle spalle un gran colpo gli diede, Sì che tomar lo fece a suo dispetto: Tomò Rugiero e pur rimase in piede; Mai non fu visto un salto così netto. Ora presto si volta e Grifon vede, Che per farlo morir non stava a bada: Rotta la lancia, avea tratta la spada.

25

Ma Rugier se voltò con molta fretta, Cridando: Tu sei morto, traditore! Grifone il falso ponto non lo aspetta, Come colui che vile era di core. Ove è più folta la battaglia e stretta, In quella parte volta il corridore; Tra gente e gente e tra l’arme se caccia, Nè può soffrir veder Rugiero in faccia.

26

Questo altro il segue a piede, minacciando Che lo farà morir come ribaldo; E quel fuggendo, e questo seguitando, Gionsero al loco dove era Ranaldo, Quale avea fatto tal menar del brando, Che ’l campo correa tutto a sangue caldo. Parea di sangue il campo una marina: Veduta non fu mai tanta ruina.

27

Grifon cridava: Aiutame per Dio! Aiutame per Dio! chè più non posso; Chè questo saracin malvaggio e rio Per tradimento a morte me ha percosso. Quando Ranaldo quella voce odìo, Voltò Baiardo e subito fu mosso, Per urtarsi a Rugiero a corso pieno; Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno.

28

Sappiati che il destrier del paladino Era rimaso là dove discese. Là presso sopra il campo era Turpino Che da’ Pagani un pezzo se diffese; Essendo a quel destrier dunque vicino, A lui se accosta e per la briglia il prese; E, destramente ne lo arcion salito, Ritorna alla battaglia il prete ardito.

29

Rugiero adunque, come ebbi a contare, Se ritrovava a piedi in su quel piano. Fuggito è via Grifone e non appare, E lui affronta il sir di Montealbano; Il qual nol volse con Baiardo urtare, Però che ad esso parve atto villano: Ma de arcion salta alla campagna aperta Col scudo in braccio e con la sua Fusberta.

30

Tra lor se cominciò zuffa sì brava, Che ogni om per meraviglia stava mutto; Nè già Ranaldo stracco si mostrava, Benchè abbia combattuto il giorno tutto, E l’uno e l’altro a tal furia menava, Che meraviglia è che non sia destrutto. Non che il scudo a ciascuno e l’elmo grosso, Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso.

31

Durando aspra e crudel quella contesa, Ecco Agramante ariva a la battaglia, Che caccia e’ Cristïani alla distesa, Come fa il foco posto ne la paglia. Re Carlo e’ nostri non pôn far diffesa; Tanta è la folta di quella canaglia, Che sembra un fiume grosso, che trabocca: Per un de’ nostri, cento e più ne tocca.

32

Avanti a gli altri è ’l re di Garamanta, Io dico il dispietato Martasino, Qual vien cridando e a gran voce se vanta Di prender vivo il figlio de Pipino. Tanto è il romore e la gente cotanta, Che il campo trema per ogni confino, E tale è il saettar fuor di misura, Che al nivolo de’ dardi il cel se oscura.

33

La gente nostra fugge in ogni lato, E quella che se arresta, riman morta. Quivi è Sobrino, il vecchio disperato, Che per insegna il foco a l’elmo porta; E Balifronte, in su un gambelo armato, Taglia a due mano ed ha la spada torta; E Barigano e Alzirdo e Dardinello Ciascun de’ Cristïan fa più macello.

34

Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone Guardare il cielo e non parlar nïente, A’ sassi mossa avria compassïone, Veggendol lacrimar sì rottamente. Campati voi, diceva al duca Amone, Campati, Naimo e Gano, il mio parente, Campati tutti quanti, e me lassati, Chè qua voglio io purgare e’ mei peccati.

35

Se a Dio, che è mio segnor, piace ch’io mora, Fia il suo volere, io sono apparecchiato; Ma questa è sol la doglia che mi accora, Che perir veggio il popul battezato Per man di gente che Macone adora. O re del celo, mio Segnor beato, Se il fallir nostro a vendicar ti mena, Fa che io sol pera e sol porti la pena.

36

Ciascun di quei baron che Carlo ascolta, Piangono anco essi e risponder non sciano. Già la schiera reale in fuga è volta, E’ boni e tristi in frotta se ne vano. La folta grande è già tutta ricolta Ove Rugiero e ’l sir de Montealbano Facean battaglia sì feroce e dura, Che de questi altri alcun de lor non cura.

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Ma tanto è la ruina e il gran disvario Di quella gente, e chi fugge e chi caccia; Chi cade avanti, e chi per il contrario, E chi da un lato e chi d’altro tramaccia; Onde a que’ dui baron fu necessario Spartir la zuffa, e sì grande la traccia Gli urtava adosso e tanta la zinìa, Che alcun di lor non scia dove si sia.

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Partito l’un da l’altro e a forza ispento, Chè una gran frotta a lor percosse in meggio, Rimase ciascun de essi mal contento, Che non si discernia chi avesse el peggio; Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento, Dicendo: O Dio del cel, ch’è quel ch’io veggio? La nostra gente fugge in abandono, Ed io che posso far, che a piedi sono?

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Così dicendo se pone a cercare, E vede il suo Baiardo avanti poco. A lui se accosta, e, volendo montare, Il destrier volta e fugge di quel loco. Ranaldo si voleva disperare Dicendo: Adesso è ben tempo da gioco! Deh sta, ti dico, bestia maledetta! Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.

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E lui, pur seguitando il suo destriero, Se fu condutto entro una selva scura, Onde lasciarlo un pezo è di mestiero, Ch’egli incontrò in quel loco alta ventura. Ora torno a contarvi di Rugiero, Qual pure è a piedi in su quella pianura, E ben se augura indarno il suo Frontino: Eccoti avanti a lui passa Turpino.

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Turpino era montato a quel ronzone, Chè il suo tra’ Saracini avea smarito, Come io contai, alor quando Grifone Ne le spalle a Rugiero avea ferito; Or correndo venìa per un vallone. Quando lo vidde il giovanetto ardito, Dico Rugiero avanti a sè lo vide, Non dimandar se de allegrezza ride.

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E così a piede se il pone a seguire Cridando: Aspetta, chè il cavallo è mio! E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire, Non avea de aspettarlo alcun desio; Ma per la pressa avanti non può gire, Tanta è la folta di quel popul rio. Sì sono e’ nostri stretti e inviluppati, Che forza fo a fuggir da lo un de’ lati.

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Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle, Sin che condotti fôrno a un stretto passo, Ove tra duo colletti era una valle; La giù cade Turpino a gran fraccasso. Rugiero a meza costa per un calle Vide il prete caduto al fondo basso; Ove l’acqua [e] il pantano a ponto chiude, Embragato era quello alla palude.

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Rugier ridendo del poggio discese E il vescovo aiutò, che se anegava. Poi che for l’ebbe tratto, il caval prese; A lui davante quello appresentava, E proferiva con parlar cortese, Che lo prendesse, se gli bisognava. — Se Dio me aiuti, -disse a lui Turpino Tu non nascesti mai di Saracino.

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Nè credo mai che tanta cortesia Potesse dar natura ad un Pagano: Prendi il destriero e vanne alla tua via: Se lo togliessi, ben serìa villano. Così gli disse, e poi si dispartia Correndo a piedi, e ritornò nel piano, E trovò un Saracin fuor di sentiero: Tagliolli il capo e prese il suo destriero.

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E tanto corse, che gionse la traccia De’ Cristïan, che ogniom fuggia più forte; Non ve si vede chi diffesa faccia: Chi non puotè fuggire, ebbe la morte. Sei giorni e notti sempre ebber la caccia Sino a Parigi: e sino in su le porte Occisa fo la gente sbigotita: Maggior sconfitta mai non fu sentita.

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Tra’ Cristïani sol Danese Ogiero Fe’ gran prodezze, la persona degna, Chè di quel stormo periglioso e fiero Riportò salva la reale insegna. Preso rimase il marchese Oliviero, Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna; Re Desiderio e lo re Salamone, Duca Ricardo fo sieco pregione.

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De gli altri che fôr presi e che fôr morti, Non se potria contar la quantitate, Cotanti campïon valenti e forti Fôr presi, o posti al taglio de le spate. Chi contarebbe e’ pianti e’ disconforti, Che a Parigi eran dentro alla cittate? Ciascadun crede e dice lacrimando Che gli è morto Ranaldo e il conte Orlando.

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Fanciulli e vecchi e dame tutte quante La notte fier’ la guardia a’ muri intorno; Ma de Parigi più non dico avante. Torno a Rugiero, il giovanetto adorno, Qual gionse al loco dove Bradamante La gran battaglia avea fatta quel giorno Con Rodamonte, come io vi contai; Non scio se vi ricorda ove io lasciai.

50

Nel libro che più giorni è già compito, Narrai questa gran zuffa, e come il conte Rimaso era de un colpo tramortito, Quando percosso fo da Rodamonte; E come stando ad extremo partito, Quella donzella, fior di Chiaramonte, Io dico Bradamante la signora, Fece la zuffa che io contava alora.

51

Da poi se dipartitte il paladino, Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire; Tra Bradamante adunque e il Saracino Rimase la battaglia a diffinire. Non stava alcuno a quel loco vicino, Nè vi era chi potesse dipartire L’aspra contesa e il grande assalto e fiero, Sin che vi gionse il giovane Rugiero.

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Gionto sopra a quel colle il giovanetto Vista ebbe la battaglia giù nel fondo, E fermosse a mirarla per diletto, Chè assalto non fu mai sì furibondo; Perocchè chi in quel tempo avesse eletto Un par de bon guerreri in tutto il mondo, Non l’avria avuto più compiuto a pieno Che Bradamante e il figlio de Ulïeno.

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E ben ne dimostrarno experïenza A quel che han fatto e quel che fanno ancora; Par che la zuffa pur mo mo comenza, Sì frescamente ciascadun lavora, E, se quel coglie, questo non va senza. Da un colpo a l’altro mai non è dimora, E nel colpir fan foco e tal fiammelle, Che par che il lampo gionga nelle stelle.

54

Rugiero alcun de’ duo non cognoscia, Chè mai non gli avea visti in altro loco, Ma entrambi li lodava, e discernia Che tra lor di vantaggio era assai poco. Mirando l’aspre offese ben vedia Cotal battaglia non esser da gioco, Ma che è tra Saracino e Cristïano, Onde discese subito nel piano.

55

Se alcun de voi, disse egli, adora Cristo, Fermesi un poco e intenda quel ch’io parlo, Chè annunzio gli darò dolente e tristo: Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo. Ciò ch’io vi dico, con questi occhi ho visto; Onde, se alcun volesse seguitarlo, A far lunga dimora non bisogna, Chè alle confine è forse di Guascogna.

56

Quando la dama intese così dire, Dal fren per doglia abandonò la mano, E tutta in faccia se ebbe a scolorire, Dicendo a Rodamonte: Bel germano, Questo che io chiedo, non me lo disdire: Lascia che io segua il mio segnor soprano, Tanto che a quello io me ritrovi apresso, Chè il mio volere è di morir con esso.

57

Diceva Rodamonte borbottando: A risponderti presto, io nol vo’ fare. Io stava alla battaglia con Orlando: Tu te togliesti tal rogna a grattare. Di qua non andarai mai, se non quando Io stia così che io nol possa vetare: Onde, se vôi che ’l tuo partir sia corto, Fa che me getti in questo prato morto.

58

Quando Rugier cotal parlare intese, Di prender questa zuffa ebbe gran voglia, E Rodamonte in tal modo riprese Dicendo: Esser non può ch’io non me doglia, Se io trovo gentil omo discortese, Però che bene è un ramo senza foglia, Fiume senza onda e casa senza via La gentilezza senza cortesia.

59

A Bradamante poi disse: Barone, Ove ti piace ormai rivolgi il freno, E, se costui vorà pur questïone, De la battaglia non gli verrò meno. La dama se partì senza tenzone, E Rodamonte disse: Io vedo a pieno Che medico debbi esser naturale, Da poi che a posta vai cercando il male.

60

Or te diffendi, paccio da catena, Da poi che per altrui morir te piace. Non minaccia Rugier, ma crida e mena, E l’altro a lui ritocca e già non tace. Ciascun di questi è fiero e di gran lena, Onde battaglia orrenda e pertinace Ed altre belle cose dir vi voglio, Se piace a Dio ch’io segua come io soglio.