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ORLANDO
INNAMORATO

Libro III · Canto V

Ruggiero e Bradamante

Ruggiero racconta di discendere da Troia, Bradamante si toglie l'elmo, e i due cavalieri si innamorano. Ma intorno ci sono nemici.

In breve

Ruggiero e Rodamonte si fanno a pezzi gli scudi, finché Ruggiero stordisce il saraceno ma si rifiuta di colpirlo indifeso. Bradamante, tornata indietro per non sembrare scortese verso il cavaliere che l'aveva aiutata, vede la scena. Rodamonte, riavutosi, si dichiara vinto in cortesia e se ne va. Bradamante e Ruggiero proseguono insieme, e lei, con discrezione, gli chiede chi sia.

Ruggiero racconta una storia lunghissima: discende da Astianatte, il figlio del troiano Ettore, come la famiglia di Carlo Magno; suo padre è stato ucciso a tradimento e lui è cresciuto con un vecchio negromante, cacciando draghi e grifoni. Quando Bradamante si toglie l'elmo e lui vede il suo viso, si innamora all'istante. Lei sta per chiedergli di mostrare il suo, ma arrivano cinque re saraceni in agguato. Martasino ferisce Bradamante alla testa, lei uccide Barigano, e quando i saraceni accusano Ruggiero di tradire Agramante, lui si scaglia contro di loro.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Ruggiero e Rodamonte combattevano con tanta forza che i loro scudi andarono in pezzi. A un certo punto Ruggiero diede al saraceno un colpo che lo stordì. Rodamonte rimase in sella senza capire dove si trovava, e la spada gli cadde nell'erba. Ruggiero avrebbe potuto vincere subito, ma si tirò indietro: non colpiva mai chi non poteva difendersi.

In quel momento tornò Bradamante. Strada facendo aveva pensato: «Quel cavaliere mi ha aiutata e io me ne sono andata senza nemmeno ringraziarlo!» Così vide tutta la scena. Anche Rodamonte, quando si riprese, capì. «Forse in battaglia potrei ancora batterti» disse a Ruggiero, «ma in gentilezza mi hai già vinto.» Raccolse la spada e se ne andò di corsa.

Bradamante e Ruggiero si misero in viaggio insieme. Lei moriva dalla voglia di sapere chi fosse quel cavaliere, ma non osava chiederlo. Alla fine, parlando di tante cose, glielo domandò con garbo.

Ruggiero cominciò una storia lunghissima. La sua famiglia veniva da Troia, una città antichissima, quella del famoso cavallo di legno. Da Troia veniva anche la famiglia di Carlo Magno: erano due rami dello stesso albero. Suo padre era stato ucciso da un traditore, e sua madre era morta quando lui era nato. Lo aveva cresciuto un vecchio mago, in un luogo selvaggio. «Da piccolo giocavo a combattere con draghi e serpenti» raccontò. «Ma il mago, prima, toglieva loro il fuoco e i denti.»

Bradamante lo ascoltava senza fiatare. Le sembrava il cavaliere più bello del mondo, anche se non l'aveva mai visto in faccia. Poi Ruggiero le chiese chi fosse. «Sono la sorella di Rinaldo» rispose lei, e si tolse l'elmo. Una treccia color dell'oro le scese sulle spalle. Ruggiero rimase senza parole. Davanti al cavaliere con l'elmo non aveva avuto paura. Ora, davanti a quel viso, il cuore gli tremava: si era innamorato.

«Adesso fammi vedere il tuo viso» disse Bradamante. Ma proprio allora si sentì un gran rumore. Dalla foresta sbucarono cinque re saraceni con i loro scudieri: avevano preparato un agguato per catturare i cristiani in fuga. «Fermi, sono Ruggiero!» gridò lui. Nessuno lo ascoltò. Il re Martasino si scagliò contro Bradamante, che era senza elmo, e la ferì alla testa.

Lei però non si perse d'animo. Si fasciò la testa, rimise l'elmo e tornò a combattere. Con un solo colpo abbatté il re Barigano, e fu un colpo così tremendo che Ruggiero non riusciva a credere che l'avesse dato una ragazza. Allora gli altri re gridarono: «Ruggiero, sei un traditore di Agramante!» Ruggiero diventò una furia. «I traditori siete voi!» rispose, e si lanciò contro di loro, mentre Bradamante puntava dritta su Martasino.

Due soli contro tanti nemici: come andrà a finire? Lo leggerai nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Un giardino di fiori ott. 1–2

Il poeta dice di aver raccolto in un prato fiori azzurri, gialli, bianchi e rossi, garofani, viole, rose e gigli: chi ama i profumi si faccia avanti e prenda quello che gli piace di più. Così ha piantato il suo giardino, mescolando amore e battaglie: la guerra piace agli animi più fieri, l'amore ai cuori gentili. Ora torna a Ruggiero, lasciato a combattere con Rodamonte nel prato.

Scudi a pezzi ott. 3–5

I due baroni si avventano di nuovo l'uno sull'altro. Rodamonte colpisce per primo lo scudo di Ruggiero, fatto di tre strati di ferro e quattro d'osso, e lo taglia come una corteccia: più di un terzo cade a terra. Ruggiero gli restituisce il colpo con gli interessi e gli spacca lo scudo da cima a fondo, come se strappasse una ragnatela. Le armature non servono a niente, e i due si sarebbero uccisi a vicenda; ma la loro ora non è ancora venuta, e a interrompere la battaglia arriva Bradamante.

Bradamante torna indietro ott. 6–11

Bradamante ha cavalcato a lungo senza riuscire a raggiungere i cristiani in fuga, e intanto ci ha ripensato: «Bradamante, ingrata! Quel cavaliere, chiunque sia, potrà ben chiamarti scortese. Ha preso il duello per causa mia, mi ha coperto le spalle con il suo petto. Anche se vedessi qui re Carlo con tutti i suoi uomini morti o prigionieri, dovrei tornare indietro, solo per rivedere quel cavaliere cortese. Ho degli obblighi verso l'imperatore, ma ancora di più verso me stessa e il mio onore.»

Così torna indietro e arriva proprio mentre Ruggiero dà a Rodamonte un colpo che lo stordisce del tutto. Il saraceno resta in sella senza sapere dove si trova, e la spada gli cade nel prato. Ruggiero allora si tira indietro: non lo colpirebbe mai in quello stato. Bradamante, vedendolo, pensa: «Avevo ragione a lodarlo per la sua cortesia. Devo assolutamente sapere chi è.»

Scesa nella pianura, alza la visiera e gli dice con garbo: «Accetta le mie scuse, anche se sono poca cosa, per la scortesia che ti ho fatto. Si sbaglia spesso, e io ho sbagliato per la voglia di seguire il mio signore: me ne sono accorta solo quando il dolore e la rabbia sono passati. Ora ti chiedo come un grande favore di lasciare a me la fine di questo duello.» Intanto Rodamonte si è ripreso e, vedendo come si è ridotto, per il dolore diventa quasi matto.

Vinto in cortesia ott. 12–14

Senza spada, maledicendo il cielo e la sorte, va da Ruggiero e gli dice con gli occhi bassi: «Ho visto bene che non c'è cavaliere migliore di te. Anche se riuscissi a vincerti in battaglia, non sono già stato vinto in cortesia? La mia forza non vale più una paglia. Resta pure, io me ne vado. E da oggi disponi di me dovunque, come il più grande comanda al più piccolo.»

Senza aspettare risposta, raccoglie dal prato la spada che fu del suo bisnonno e se ne va in un lampo, correndo come un diavolo, e non si ferma, disperato, finché a notte non arriva all'accampamento.

In viaggio insieme ott. 15–17

Bradamante, rimasta sola con Ruggiero, muore dalla voglia di sapere chi è; ma non trovando il modo di chiederlo, e temendo di dargli fastidio, lo saluta per andarsene. «Non ti lascerò andare da solo» dice Ruggiero. «Il paese è pieno di saraceni che assaliranno le strade, e da solo non potresti difenderti. Io starò sempre con te: se mi riconoscono passeremo, altrimenti ci aiuteremo con le spade.» L'offerta piace alla dama. Mentre cavalcano, lei comincia a parlare di tante cose, alla lontana, finché arriva dove voleva arrivare e gli chiede con dolcezza di che famiglia sia.

Da Troia alla Sicilia ott. 18–27

Ruggiero comincia da molto lontano: dall'ira dei Greci e dalla guerra tra il regno di Priamo e quello di Agamennone, dall'inganno del cavallo di legno portato a Troia dal traditore Sinone, fino alla città presa e bruciata. I Greci vincitori, per superbia, decisero di cancellare ogni traccia del sangue troiano: uccisero tutti i prigionieri e la bella Polissena davanti a sua madre.

Cercavano anche Astianatte, il figlio piccolo di Ettore. Ma la madre prese in braccio un altro bambino e fuggì con lui, e i Greci, trovandola, uccisero tutti e due. Il vero Astianatte, invece, era nascosto in una tomba sotto un grande sasso, in mezzo a una selva oscura, con un cavaliere amico di suo padre, che lo portò per mare fino all'Isola del Fuoco, l'antico nome della Sicilia, chiamata così per le fiamme dell'Etna.

Astianatte crebbe forte e bello e fece tante prodezze che portò la guerra fino ad Argo e Corinto. Signore di Messina, conquistò per amore la regina di Siracusa, uccidendo in battaglia il gigante Agranore, re di Agrigento, che la maltrattava, e la sposò. Ma un greco traditore di nome Egisto lo uccise a tradimento.

I Greci assediarono Messina mentre la regina era incinta di sei mesi. I messinesi si arresero, ma furono uccisi lo stesso, perché avevano promesso di consegnare la regina e non l'avevano fatto. Lei, quella notte, da sola su una barchetta, attraversò lo stretto, dove le onde ruggiscono così forte da far tremare i monti, e arrivò sana e salva a Reggio. I Greci la inseguirono, ma una tempesta distrusse tutte le loro navi. E la regina diede alla luce un bel bambino dai capelli biondi e lucenti, chiamato Polidoro.

Due rami della stessa famiglia ott. 28–31

Da Polidoro nacque Polidante, da Polidante Floviano, che andò a vivere a Roma ed ebbe due figli, Clodovaco e Constante: lì la famiglia si divise in due rami famosi. Da Constante discesero Costantino, Fiovo, re Fiorello, Fioravante e giù fino a Pipino e a re Carlo: la stirpe reale di Francia. Dall'altro ramo, ancora più nobile, vennero Gianbarone e poi il primo Ruggiero, con la sua nobile stirpe fino a Bovo.

Poi la famiglia si divise di nuovo: una parte rimase ad Antona, l'altra a Reggio, che chiamano Risa. Risa fu ben governata finché il duca Rampaldo e i suoi figli non furono uccisi a tradimento. Il traditore fu suo figlio Beltramo, che si ribellò al padre per un amore colpevole verso Galaciella, al tempo in cui il re Agolante invase la Puglia con un esercito così fitto che non ci entrava la punta di un ago.

Il figlio di Galaciella ott. 32–37

«Non lo dico per vantarmi» continua Ruggiero, «ma al mondo non c'è memoria di un'altra stirpe così valorosa, e io ne faccio parte: sono figlio di Ruggiero, il secondo con quel nome, figlio di Rampaldo, il più valoroso di tutti. Fu ucciso nel modo più infame: Beltramo tradì il padre e il fratello. Risa fu distrutta, le case bruciate, la gente uccisa. Galaciella, la moglie di Ruggiero, disperata, fuggì per mare, e quando arrivò il momento mi diede alla luce e morì.

Mi prese allora un vecchio negromante, che mi nutrì solo di midollo e nervi di leone, giuro che è vero. Con i suoi incantesimi catturava serpenti e draghi in quel deserto selvaggio, li chiudeva in un recinto e poi mi faceva combattere con loro, dopo avergli tolto il fuoco e i denti: questo fu il mio primo gioco da bambino. Quando fui un po' più grande mi portò per foreste selvagge, a cacciare bestie strane e orrende: ricordo di aver dato la caccia a grifoni e cavalli alati. Ma forse ti annoio con tutte queste storie: per farla breve, sono Ruggiero, e la mia famiglia viene da Troia.»

Il volto di Bradamante ott. 38–43

Mentre lui parlava, Bradamante non ha fiatato. L'ha guardato mille volte dalle staffe al cimiero, e le sembra così ben fatto che non riesce a pensare ad altro; vorrebbe vederlo in faccia più che vedere il paradiso aperto.

«Franco barone» le chiede Ruggiero, «vorrei sapere, se non ti dispiace, il tuo nome e la tua patria.» E lei, già accesa d'amore, risponde: «Magari potessi vedere il mio cuore, che non vedi, come ti mostrerò quello che mi chiedi. Sono nata dalla casa di Chiaramonte e di Mongrana: forse è arrivata fino a voi la fama di Rinaldo. Io sono sua sorella, e perché tu mi creda, ti mostrerò il mio viso.» E si toglie l'elmo.

Le si scioglie la treccia, color dell'oro. Il suo viso è delicato e insieme fiero e forte; le labbra, il naso, le ciglia sembrano dipinti dalla mano dell'Amore, e gli occhi hanno una dolcezza così viva che, dice il poeta, non si può descrivere. Davanti a quel viso d'angelo Ruggiero si sente vinto: il cuore gli trema in petto, come ferito dal fuoco, e non osa quasi parlare. Con l'elmo in testa non l'aveva temuta; ora che l'ha vista in faccia è smarrito.

«Bel signore» dice lei, «se avete mai amato una dama, fatemi solo questo piacere: lasciatemi vedere il vostro viso.» Ma proprio allora si sente un gran rumore. «Dio, che succede?» esclama Ruggiero, e voltandosi vede gente armata che corre verso di loro.

L'agguato ott. 44–51

Sono Pinadoro, Martasino, Daniforte, Mordante e Barigano, che avevano preparato un agguato per catturare i cristiani in fuga. Ruggiero alza la mano: «Fermi! Non venite avanti! Sono Ruggiero!» Ma quasi nessuno lo sente, perché escono dalla foresta gridando. Martasino, sempre furioso, piomba come una tempesta su Bradamante, che non ha l'elmo, e la colpisce alla testa. Lei si copre con lo scudo, perché non vuole fuggire; ma il colpo le spacca lo scudo e la ferisce in cima alla testa. Bradamante non si perde d'animo: infuriata come una dragonessa, colpisce Martasino con tutta la forza, e Ruggiero corre ad aiutarla.

«Fermati, Ruggiero!» grida Daniforte. «Quello è Martasino!» Barigano invece non grida: odia Ruggiero in segreto, perché aveva ucciso un suo cugino, Bardulasto, che lo aveva ferito a tradimento durante il torneo sotto il monte di Carena. «Ve lo sarete dimenticato» dice il poeta, «perché io, che l'ho scritto, me lo ricordo appena.» Così Barigano colpisce Ruggiero alla testa con un gran colpo a due mani, convinto di buttarlo giù.

Ma Ruggiero non si muove di sella, e torna all'attacco più fiero di un leone. Intanto Bradamante si è allontanata un poco, si è fasciata la testa con il pennone strappato a una lancia rotta, ha allacciato l'elmo ed è tornata nella mischia con la spada in mano. Arriva proprio mentre Barigano colpisce Ruggiero, e gli dà un colpo che gli taglia piastre, scudo e maglia: Barigano cade nel prato tagliato in due. Ruggiero, che si era voltato per vendicarsi, vede quel colpo smisurato e non crede che possa averlo dato una dama. Gli altri spronano i cavalli, ma non arrivano in tempo per aiutare Barigano.

Traditore! ott. 52–57

Furiosi, si scagliano tutti contro la dama. Ruggiero salta in mezzo per dividerli, ma è inutile: Martasino e Pinadoro gridano: «Qui non ti fai onore, Ruggiero: sei diventato un traditore di Agramante!» A quell'insulto il giovane non si tiene più: gli occhi gli sfavillano come fuoco. «Gente scortese! Essere in tanti non vi servirà a niente. I traditori siete voi, non io, e ve lo dimostro subito!» E lancia il cavallo contro Pinadoro.

I nemici li assalgono davanti e di lato: i cinque re hanno con sé una cinquantina di scudieri, mentre il resto della loro gente è rimasto indietro. Ma anche se ci fossero tutti, Bradamante non avrebbe paura: vuole mostrare a Ruggiero, che ama tanto, che il suo valore è più grande della sua fama. E Ruggiero non ha meno voglia di far vedere alla damigella quanto vale: la ragione, il coraggio e l'amore lo martellano dentro, e vederla ferita a quel modo lo farebbe arrabbiare anche da morto. Così si scaglia contro Pinadoro, mentre Bradamante punta dritta su Martasino. «Ma questo canto non basterebbe a raccontare tutto» conclude il poeta. «Vi dirò il resto, se Dio mi aiuterà come sempre.»

Parole difficili

  • verziero ott. 2: giardino, frutteto.
  • per prugna acerba agresto rende ott. 4: risponde a una prugna acerba con il succo d'uva acerba, cioè restituisce un colpo duro con uno ancora più duro.
  • aragna ott. 4: ragno.
  • vista ott. 10: la visiera dell'elmo.
  • bisavolo ott. 14: bisnonno.
  • re di Sarza ott. 15: Rodamonte, che è re di Sarza.
  • Sinone ott. 18: il greco che convinse i Troiani a portare in città il cavallo di legno.
  • Astianatte ott. 20: il figlio piccolo di Ettore, il più grande eroe di Troia.
  • Isola del Foco ott. 21: la Sicilia.
  • Mongibello ott. 22: l'Etna, il vulcano della Sicilia.
  • Misina ott. 23: Messina.
  • Regio ott. 26: Reggio Calabria, chiamata più avanti anche Risa.
  • gesta ott. 30: stirpe, famiglia.
  • medolle ott. 35: midollo.
  • pegasei ott. 37: cavalli alati, come il mitico Pegaso.
  • sôra germana ott. 40: sorella.
  • aguato ott. 44: agguato, imboscata.
  • draga ott. 46: dragonessa, femmina del drago.

Il testo di Boiardo

57 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Còlti ho diversi fiori alla verdura, Azuri e gialli e candidi e vermigli; Fatto ho di vaghe erbette una mistura, Garofili e vïole e rose e zigli: Traggasi avanti chi de odore ha cura, E ciò che più gli piace, quel se pigli; A cui diletta il ziglio, a cui la rosa, Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.

2

Però diversamente il mio verziero De amore e de battaglia ho già piantato: Piace la guerra a l’animo più fiero, Lo amore al cor gentile e delicato. Or vo’ seguir dove io lasciai Rugiero Con Rodamonte alla zuffa nel prato, Con sì crudeli assalti e tal tempesta, Che impresa non fu mai simile a questa.

3

E’ se tornarno con le spade adosso Gli animosi baroni a darsi morte. Rugier primeramente fu percosso Sopra del scudo a meraviglia forte, Che tre lame ha di ferro e quattro d’osso; Ma non è resistenzia che ['l] comporte Di Rodamonte la stupenda forza: Tagliò quel scudo a guisa de una scorza.

4

Su da la testa alla ponta discende, Più de un terzo ne cade alla campagna; Rugier per prugna acerba agresto rende, Ne la piastra ferrata li sparagna. Il scudo da la cima al fondo fende, Come squarciasse tela ad una aragna; Nè a quel ni a questo l’armatura vale: Una altra zuffa mai non fu cotale.

5

E veramente morte se avrian data E l’uno e l’altro a sì crudo ferire, Ma, non essendo l’ora terminata, Nè ’l tempo gionto ancora, al suo morire, Tra lor fu la battaglia disturbata, Chè Bradamante gli venne a partire, Bradamante, la dama di valore, Qual dissi che seguia l’imperatore.

6

E già bon pezzo essendo caminata, Nè potendo sua gente ritrovare, La qual fuggiva a briglia abandonata, Ne la sua mente se pose a pensare, Tra sè dicendo: O Bradamante ingrata, Ben discortese te puote appellare Quel cavallier che non sciai chi se sia, Ed ha’ gli usata tanta villania.

7

La zuffa prese lui per mia cagione, E le mie spalle il suo petto diffese, Ma, se io vedesse quivi il re Carlone, E le sue gente morte tutte e prese, Tornar mi converrebbe a quel vallone, Sol per vedere il cavallier cortese. Sono obligata a l’alto imperatore, Ma più sono a me stessa ed al mio onore.

8

Così dicendo rivoltava il freno, E passò prestamente il monticello, Ove Rugiero e il figlio de Ulïeno Faceano alla battaglia il gran flagello. Come ella ariva a ponto, più nè meno, Gionse Rugiero, il franco damigello, Un colpo a Rodamonte a tal tempesta, Che tutta quanta gli stordì la testa.

9

Fuor di se stesso in su lo arcion si stava E caddeli di mano il brando al prato; Rugier alora adietro se tirava, Chè a cotale atto non l’avria toccato; E Bradamante, che questo mirava, Dicea: Ben drittamente aggio io lodato Di cortesia costui nel mio pensiero; Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero.

10

E come gionta fo gioso nel piano, Alta da l’elmo si levò la vista, E voltata a Rugier con atto umano, Disse: Accetta una excusa, abenchè trista, De lo atto ch’io te usai tanto villano; Ma spesso per error biasmo se acquista: E certo che io commessi questo errore Per voglia di seguire il mio segnore.

11

Non me ne avidi alora se non quando Fu la doglia e il furor de me partito; Ora in gran dono e grazia te adimando Che questo assalto sia per me finito. Mentre che così stava ragionando, E Rodamonte si fo risentito, Qual, veggendosi gionto a cotale atto, Quasi per gran dolor divenne matto.

12

Non se trovando ne la mano il brando, Che, com’io dissi, al prato era caduto, Il celo e la fortuna biastemando Là dove era Rugier ne fu venuto. Con gli occhi bassi a la terra mirando, Disse: Ben chiaramente aggio veduto Che cavallier non è di te migliore, Nè teco aver potrebbi alcun onore.

13

Se tal ventura ben fosse la mia, Ch’io te vincessi il campo alla battaglia, Non sono io vinto già di cortesia? Nè mia prodezza più vale una paglia. Rimanti adunque, ch’io me ne vo via, E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia, Di me fa il tuo parere in ogni banda, Come il maggiore al suo minor comanda.

14

Senza aspettar risposta via fu tolto, In men che non se coce a magro il cavolo; Il brando su dal prato avea racolto, Il brando qual già fo del suo bisavolo. In poco de ora longi era già molto, Chè sì camina che sembra un dïavolo; Nè mai se riposò quel disperato Sin che la notte al campo fu arivato.

15

Rimase Bradamante con Rugiero, Dapoi che il re di Sarza fie’ partenza, E la donzella avea tutto il pensiero A prender di costui la cognoscenza. Ma non trovando ben dritto sentiero, Nè via di ragionar di tale essenza, Temendo che non fosse a lui disgrato, Senza più dimandar prese combiato.

16

Disse Rugiero, il giovane cortese: Che vadi solo, io nol comportaria. Di Barbari è già pien tutto il paese, Che assaliranno in più lochi la via. Da tanti non potresti aver diffese, Ma sempre serò tieco in compagnia; Via passaren, quand’io sia cognosciuto, Se non, coi brandi ce daremo aiuto.

17

Piacque alla dama il proferire umano, E così insieme presero il camino, Ed essa cominciò ben da lontano Più cose a ragionar col paladino; E tanto lo menò di colle in piano, Che gionse ultimamente al suo destino, Chiedendo dolcemente e in cortesia Che dir gli piaccia de che gente sia.

18

Rugiero incominciò, dal primo sdegno Che ebbero e’ Greci, e la prima cagione Che adusse in guerra l’uno e l’altro regno, Quel de Priamo e quel di Agamenòne; E ’l tradimento del caval di legno, Come il condusse il perfido Sinone, E dopo molte angoscie e molti affanni Fo Troia presa ed arsa con inganni.

19

E come e’ Greci poi sol per sua boria Fierno un pensier spietato ed inumano, Tra lor deliberando che memoria Non se trovasse del sangue troiano. Usando crudelmente la vittoria, Tutti e’ pregion scanarno a mano a mano, Ed avanti a la matre per più pena Ferno svenar la bella Polissena.

20

E cercando Astianatte in ogni parte, Che era di Ettórre un figlio piccolino, La matre lo scampò con cotale arte: Che in braccio prese un altro fanciullino, E fuggette con esso a la disparte. Cercando i Greci per ogni confino, La ritrovarno col fanciullo in braccio, E a l’uno e a l’altro dier di morte spaccio.

21

Ma il vero figlio, Astïanatte dico, Era nascoso in una sepoltura, Sotto ad un sasso grande e molto antico, Posto nel mezo de una selva oscura. Sieco era un cavallier del patre amico, Che se pose con esso in aventura, Passando il mare; e de uno in altro loco Pervenne in fine alla Isola del Foco.

22

Così Sicilia se appellava avante, Per la fiamma che gietta Mongibello. Or crebbe il giovanetto, ed aiutante Fu di persona a meraviglia e bello; E in poco tempo fie’ prodezze tante, Che Argo e Corinto pose in gran flagello; Ma fu nel fine occiso a modo tristo Da un falso Greco, nominato Egisto.

23

Ma prima che morisse, ebbe a Misina (De la qual terra lui n’era segnore) Una dama gentile e pellegrina, Che la vinse in battaglia per amore. Costei de Saragosa era regina, Ed un gigante chiamato Agranore, Re de Agrigento, la oltraggiava a torto; Ma da Astianatte fu nel campo morto.

24

Prese per moglie poscia la donzella, E fece contra e’ Greci il suo passaggio, Insin che Egisto, la persona fella, Lo occise a tradimento in quel rivaggio. Non era gionta ancora la novella De la sconfitta e di tanto dannaggio, Che e’ Greci con potente e grande armata Ebber Misina intorno assedïata.

25

Gravida era la dama de sei mesi, Quando alla terra fu posto lo assedio, Ma a patti se renderno e’ Misinesi, Per non soffrir di guerra tanto tedio. Poco o nïente valse essersi resi, Chè tutti morti fôr senza rimedio, Poi che promesso a’ Greci avean per patto Dar loro la dama, e non l’aveano fatto.

26

Ma essa, quella notte, sola sola Sopra ad una barchetta piccolina Passò nel stretto, ove è l’onda che vola E fa tremare e’ monti alla ruina; Nè si potrebbe odire una parola, Tant’alto è quel furor de la marina; Ma la dama, vargando come un vento, A Regio se ricolse a salvamento.

27

E’ Greci la seguirno, e a lor non valse Pigliar la volta che è senza periglio, Perchè un’aspra fortuna a l’onde salse Sumerse ed ispezzò tutto il naviglio, E fôr punite le sue voglie false. Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio, Che rilucente e bionde avia le chiome, Chiamato Polidoro a dritto nome.

28

Di questo Polidoro un Polidante Nacque da poi, e Flovïan di quello. Questo di Roma si fece abitante Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello, L’un Clodovaco, l’altro fu Constante, E fu diviso quel sangue gemello; Due teste illustre da questo discesero, Che poi con tempo molta fama [a]presero.

29

Da Constante discese Costantino, Poi Fiovo e ’l re Fiorello il campïone, E Fioravante e giù sino a Pipino, Regal stirpe di Francia, e il re Carlone. E fu l’altro lignaggio anco più fino: Di Clodovaco scese Gianbarone, E di questo Rugier, paladin novo, E sua gentil ischiatta insino a Bovo.

30

Poi se partitte di questa colona La nobil gesta, in due parte divisa; Ed una di esse rimase in Antona, E l’altra a Regio, che se noma Risa. Questa citade, come se ragiona, Se resse a bon governo e bona guisa, Sin che il duca Rampaldo e’ soi figlioli A tradimento fôr morti con dòli.

31

La voglia di Beltramo traditore Contra del patre se fece rubella; E questo fu per scelerato amore Che egli avea posto alla Galacïella; Quando Agolante con tanto furore, Con tanti armati in nave e ne la sella, Coperse sì di gente insino in Puglia, Che al vòto non capea ponto de aguglia.

32

Così parlava verso Bradamante Rugier, narrando ben tutta la istoria, Ed oltra a questo ancor seguiva avante, Dicendo: Ciò non toglio a vanagloria, Ma de altra stirpe di prodezze tante, Che sia nel mondo, non se ne ha memoria; E, come se ragiona per il vero, Sono io di questi e nacqui di Rugiero.

33

Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio Che avesse cotal nome, fu secondo; Ma fu tra gli altri di virtute un raggio, De ogni prodezza più compiuto a tondo. Morto fu poscia con extremo oltraggio, Nè maggior tradimento vidde il mondo, Perchè Beltramo, il perfido inumano, Traditte il patre e il suo franco germano.

34

Risa la terra andò tutta a ruina, Arse le case, e fu morta la gente; La moglie di Rugier, trista, tapina, Galacïella, dico, la valente, Se pose disperata alla marina, E gionta sendo al termine dolente Che più il fanciullo in corpo non si porta, Me parturitte, e lei rimase morta.

35

Quindi mi prese un negromante antico, Qual di medolle de leoni e nerbi Sol me nutritte, e vero è quel ch’io dico. Lui con incanti orribili ed acerbi Andava intorno a quel diserto ostìco, Pigliando serpe e draghi più superbi, E tutti gli inchiudeva a una serraglia; Poi me ponea con quelli alla battaglia.

36

Vero è che prima ei gli cacciava il foco E tutti e’ denti fuor de la mascella: Questo fo il mio diletto e il primo gioco Che io presi in quell’etate tenerella; Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco, Non me volse tenir più chiuso in cella, E per l’aspre foreste e solitarie Me conducea, tra bestie orrende e varie.

37

Là me facea seguir sempre la traccia Di fiere istrane e diversi animali; E mi ricorda già che io presi in caccia Grifoni e pegasei, benchè abbiano ali. Ma temo ormai che a te forse non spiaccia Sì lunga diceria de tanti mali: E, per satisfar tosto a tua richiesta, Rugier sono io; da Troia è la mia gesta.

38

Non avea tratto Bradamante un fiato, Mentre che ragionava a lei Rugiero, E mille volte lo avea riguardato Giù dalle staffe fin suso al cimero; E tanto gli parea bene intagliato, Che ad altra cosa non avea il pensiero: Ma disiava più vederli il viso Che di vedere aperto il paradiso.

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E, stando così tacita e sospesa, Rugier sogionse a lei: Franco barone, Volentier saprebbi io, se non ti pesa, Il nome tuo e la tua nazïone. E la donzella, che è d’amore accesa, Rispose ad esso con questo sermone: Così vedestù il cor, che tu non vedi, Come io ti mostrarò quel che mi chiedi.

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Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana. Non scio se sciai di tal gesta nïente, Ma di Ranaldo la fama soprana Potrebbe essere agionta a vostra gente. A quel Ranaldo son sôra germana; E perchè tu mi creda veramente, Mostrarotti la faccia manifesta; E così lo elmo a sè trasse di testa.

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Nel trar de l’elmo si sciolse la trezza, Che era de color d’oro allo splendore. Avea il suo viso una delicatezzia Mescolata di ardire e de vigore; E’ labri, il naso, e’ cigli e ogni fatezza Parean depenti per la man de Amore, Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo, Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.

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Ne lo apparir dello angelico aspetto Rugier rimase vinto e sbigotito, E sentissi tremare il core in petto, Parendo a lui di foco esser ferito. Non scia pur che si fare il giovanetto: Non era apena di parlare ardito. Con l’elmo in testa non l’avea temuta, Smarito è mo che in faccia l’ha veduta.

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Essa poi cominciò: Deh bel segnore! Piacciavi compiacermi solo in questo, Se a dama alcuna mai portasti amore, Ch’io veda il vostro viso manifesto. Così parlando odirno un gran rumore; Disse Rugiero: Ah Dio! Che serà questo? Presto se volta e vede gente armata, Che vien correndo a lor per quella strata.

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Questi era Pinadoro e Martasino, Daniforte e Mordante e Barigano, Che avean posto uno aguato in quel confino, Per pigliar quei che in rotta se ne vano. Come gli vidde il franco paladino, Verso di lor parlando alciò la mano, E disse: Stati saldi in su il sentiero! Non passati più avanti! Io son Rugiero.

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In ver da la più parte e’ non fu inteso, Perchè cridando uscia de la foresta. E Martasin, che sempre è de ira acceso, Subito gionse e parve una tempesta. A Bradamante se ne va disteso, E ferilla aspramente nella testa; Non avea elmo la meschina dama, Ma sol guardando al celo aiuto chiama.

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Alciando il scudo il capo se coperse, Chè non volse fuggir la dama vaga. Re Martasino a quel colpo lo aperse, E fece in cima al capo una gran piaga. Già Bradamante lo animo non perse, E riscaldata a guisa d’una draga Ferisce a Martasin di tutta possa; Ma Rugier gionse anch’esso alla riscossa.

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E Daniforte cridava: Non fare! Non far, Rugier, chè quello è Martasino! Già Barigano non stette a cridare, Chè odio portava occulto al paladino, Ed avea voglia di se vendicare, Però che un Bardulasto, suo cugino, Fo per man di Rugier di vita spento, Ma lui lo avea ferito a tradimento.

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Se vi racorda, e’ fu quando il torniero Se fece sotto al monte di Carena. Scordato a voi debbe esser de legiero, Chè io, che lo scrissi, lo ramento apena. Ora, tornando Barigano il fiero, Sopra a Rugiero un colpo a due man mena; Sopra la testa a lui mena a due mano, E ben credette di mandarlo al piano.

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Ma il giovanetto, che ha soperchia possa, Non se mosse per questo dello arcione; Anci, adirato per quella percossa, Tornò più fiero, a guisa di leone. Già Bradamante alquanto era rimossa Larga da loro; e, stracciato un pennone Di certa lancia rotta alla foresta, Con fretta avea legata a sè la testa.

50

L’elmo alacciato e posta la barbuta, Tornò alla zuffa con la spada in mano. La ardita dama aponto era venuta Quando a Rugier percosse Barigano. Lei speronando de arivar se aiuta, E gionse un colpo a quel falso pagano; Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia: A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.

51

Rugiero aponto si era rivoltato Per vendicar lo oltraggio ricevuto, E vidde il colpo tanto smisurato, Che de una dama non l’avria creduto. Barigano in duo pezzi era nel prato, Nè a tempo furno gli altri a darli aiuto, A benchè incontinente e’ destrier ponsero; Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.

52

Onde adirati, per farne vendetta Contra alla dama tutti se adricciarno. Rugier de un salto in mezo a lor se gietta, Per dipartir la zuffa, abenchè indarno; Non val che parli, o che in mezo se metta, E Martasino e Pinador cridarno: Tu te farai, Rugier, qua poco onore: Contra Agramante èi fatto traditore.

53

Come quella parola e oltraggio intese Il giovanetto, non trovava loco, E sì nel core e nel viso se accese, Che sfavillava gli occhi come un foco; E messe un crido: Gente discortese, Lo esser cotanti vi giovarà poco. Traditor sete voi; io non sono esso, E mostrarò la prova adesso adesso.

54

Tra le parole il giovane adirato Urta il destriero adosso a Pinadoro. Or vedereti il campo insanguinato, E de duo cori arditi il bel lavoro. Chi gli assalta davanti, e chi da lato, Chè molta gente avean sieco coloro; Dico gli cinque re, de che io contai, Avean con sieco gente armata assai.

55

De’ suoi scuderi in tutto da cinquanta Avean sieco costoro in compagnia. El resto di sua gente, ch’è cotanta, Era rimaso adietro per la via; Ma se qui ancora fosse tutta quanta, Già Bradamante non ne temeria; Mostrar vole a Rugier che cotanto ama, Che sua prodezza è assai più che la fama.

56

Nè già Rugiero avia voglia minore Di far vedere a quella damigiella Se ponto avea di possa, o di valore, E lampeggiava al cor come una stella. Ragione, animo ardito e insieme amore L’un più che l’altro dentro lo martella; E la dama, ferita a tanto torto, L’avrebbe ad ira mosso essendo morto.

57

Dunque adirato, come io dissi avante, Se adriccia a Pinadoro il paladino; Nè più lenta se mosse Bradamante, Che fuor de gli altri ha scorto Martasino. Ma questo canto non serìa bastante Per dir ciò che fu fatto in quel confino, Onde io riservo al resto il fatto tutto, Se Dio ce dona, come suole, aiutto.