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ORLANDO
INNAMORATO

Libro III · Canto VI

Bradamante si finge morta

Ruggiero e Bradamante sconfiggono i cinque re, ma alla fine del giorno si perdono. E per la spada di Orlando si combatte a bastonate.

In breve

Ruggiero e Bradamante combattono fianco a fianco contro i re saraceni dell'agguato e i loro uomini. Quando Ruggiero resta stordito da un colpo, Bradamante lo salva e uccide Martasino. Allora Daniforte, d'accordo con gli altri, finge di fuggire per trascinarla lontano; quando il cavallo le cade addosso, la ferisce più volte girandole intorno. Lei si finge morta, aspetta che lui scenda da cavallo e lo uccide; poi, ferita e sola, si perde nella notte. Ruggiero intanto uccide Mordante e Pinadoro.

Cercando Bradamante, Ruggiero incontra due cavalieri: sono Mandricardo e Gradasso. Mandricardo vuole sfidarlo perché ha sul suo scudo la stessa insegna; ma non ha spada, perché la sua è Durindana, che ora ha Orlando. Gradasso, che vuole Durindana anche lui, lo sfida, e i due si danno botte con tronchi d'albero tra le risate di Ruggiero. Arriva Brandimarte: Orlando, racconta, è prigioniero di un incantesimo in un fiume vicino. Tutti partono per liberarlo.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 14

Bradamante e Ruggiero

2 scene su questo canto · 1 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Ruggiero e Bradamante combattevano fianco a fianco contro i re saraceni dell'agguato. A un certo punto il re Martasino colpì Ruggiero alle spalle, e lui rimase stordito, abbracciato al collo del cavallo. Bradamante piombò sui nemici come un falco e colpì Martasino così forte che lui cadde e non si rialzò più.

Allora il re Daniforte ebbe un'idea furba. Fece finta di scappare, piano piano, lamentandosi come se fosse stanco. Bradamante gli corse dietro, e lui la portò lontano da Ruggiero. Era proprio quello che voleva!

Dopo una lunga corsa, il cavallo di Bradamante, sfinito, inciampò in un fosso e le cadde addosso. Daniforte si voltò, e non sembrava più stanco per niente. «Ora sei in trappola!» gridò. Bradamante si rialzò, ma lui le girava intorno, la attaccava e poi scappava. Lei era ferita e senza forze. Allora pensò: «Devo usare la sua stessa furbizia.»

Si lasciò cadere a terra e rimase immobile, come se fosse morta. Daniforte si avvicinò, ma non si fidava: la punzecchiò con la lancia. Lei non si mosse. Allora lui scese da cavallo... e Bradamante balzò in piedi! A piedi Daniforte non poteva più scappare, e per lui fu la fine. Ma ormai era notte, e Bradamante si era persa tra boschi e sassi. Salì sul cavallo del saraceno e se ne andò, sola, alla luce della luna.

Intanto Ruggiero aveva sconfitto gli ultimi due re. Poi cercò Bradamante dappertutto, chiamandola nel buio. Su un colle incontrò due cavalieri: erano Mandricardo e Gradasso. «Ho perduto un caro compagno» disse Ruggiero. Non disse che era una ragazza: era geloso! I tre cercarono insieme tutta la notte. All'alba Mandricardo notò che lo scudo di Ruggiero aveva lo stesso disegno del suo. «Chi ti ha dato il permesso di portarlo? Battiamoci!»

Mandricardo, però, non aveva la spada. Aveva giurato di non portarne nessuna finché non avesse conquistato Durindana, la spada di Orlando. Gradasso saltò su: «Durindana la voglio io! Sono venuto apposta fin qui!» Così Mandricardo strappò un ramo a un olmo, Gradasso staccò un tronco di pino, e i due cominciarono a darsele di santa ragione. Ruggiero scoppiò a ridere: «Questo è proprio un gioco da mugnai e da asini!»

In quel momento arrivò un altro cavaliere, Brandimarte, con una notizia incredibile. «Orlando è prigioniero di un incantesimo, dentro un fiume qui vicino. Se lo liberate, potrete sfidarlo per la sua spada.» Mandricardo e Gradasso smisero subito di litigare. E anche Ruggiero decise di andare con loro.

Che cosa li aspetta in quel fiume misterioso? Per saperlo, bisogna voltare pagina.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Fianco a fianco ott. 1–5

«Signori» dice il poeta, «chi di voi ha provato l'amore immagini che battaglia faranno quei due, che hanno unito i loro cuori e non vogliono abbandonarsi: né il fulmine, né la sorte, né la morte potrebbero separare un amore così forte.»

Ruggiero martella Pinadoro: gli rompe l'elmo, gli strappa le piume del cimiero e quasi lo butta di sella. Dall'altra parte, Bradamante grida a Martasino: «Questa volta non mi trovi senza elmo!» e lo colpisce a due mani così forte che lo stordisce; lo avrebbe buttato a terra, se Mordante non l'avesse assalita di fianco con un colpo di rovescio che quasi la disarciona.

Ruggiero, che anche nel pieno della lotta tiene sempre gli occhi su Bradamante, lascia Pinadoro e corre ad aiutarla: come un vento sul mare, spacca in due lo scudo di Mordante, gli taglia la corazza e lo ferisce al petto. Ma Pinadoro, che lo ha seguito, lo colpisce al collo; la spada taglia la gorgiera, ma la maglia di ferro resiste. Ruggiero fa girare Frontino con un salto e mena un colpo in testa a Pinadoro, mentre Martasino torna ad attaccarlo.

Daniforte e i suoi ott. 6–9

Arriva anche Daniforte con una trentina dei suoi, armati alla moresca, con scudi leggeri e lance. Bradamante li guarda e pensa: «Questa gentaglia è vestita di seta e di tela: vedrai che stracci voleranno per aria!» Si getta in mezzo a loro e abbatte con due colpi un moro su un cavallino bianco, con la coda e la criniera tinte di henné, e un arabo. Gli altri cadono quasi tutti insieme: quando il primo bussa alla porta dell'inferno, l'ultimo è già arrivato.

Daniforte la assale più volte, ma appena lei si volta scappa, poi ritorna, veloce come una freccia. Ha una cavalla nera, con il pelo color topo e la testa scura, così leggera che non tiene mai tutti e quattro gli zoccoli per terra. Lui porta poche armi: niente corazza, solo un berretto in testa, lancia, scudo e uno spadone appeso al petto.

La fine di Martasino ott. 10–14

Così armato, Daniforte continua a stuzzicare Bradamante: corre, si gira quando le è vicino, la colpisce di traverso con la lancia. Ma ecco che lei vede Martasino colpire Ruggiero alle spalle con la spada. Arriva proprio mentre Ruggiero, stordito dal colpo, sta abbracciato al collo del cavallo come un morto: senza di lei sarebbe spacciato. E piomba sui nemici come un falco tra le pernici.

Martasino, Pinadoro, Mordante, Daniforte e molti altri si voltano contro di lei, e la colpiscono davanti e dietro. Ma Bradamante, che è un tesoro di coraggio, non bada agli altri e colpisce solo Martasino. È così infuriata che gli spacca l'elmo e lo ferisce al petto: ha deciso che in questa battaglia lui deve morire, e nessun aiuto può salvarlo. Alla fine, senza nemmeno coprirsi con lo scudo, lo colpisce a due mani sulla testa e lo spacca fino alla cintura. In quel momento Ruggiero si riprende e vede il bel colpo.

Un piano per separarli ott. 15–20

Ruggiero torna nella mischia, rosso in viso come il fuoco. «Attenti, pagani: arriva la morte!» Daniforte capisce che resistere non serve più: Martasino e Barigano sono morti, e più di quaranta dei loro sono a terra. Restano lui, Pinadoro, Mordante e circa otto altri, e Bradamante sta facendo strage di quelli che ha davanti. Allora si mettono d'accordo: Daniforte penserà a Bradamante e la porterà via fingendo di fuggire, mentre gli altri distruggeranno Ruggiero.

Ruggiero intanto è entrato nel ballo: abbatte un certo Rebatino, un genovese che, cambiando fede, aveva cambiato anche armatura e si vestiva alla moresca, senza un pezzo di metallo addosso, e poi un altro accanto a lui. Daniforte si avvicina di nascosto a Bradamante e la colpisce con la lancia dove la corazza ha una fessura, ma la punta entra poco, perché chi ha paura non colpisce mai forte. Lei si volta furiosa, e lui scappa. Potrebbe fuggire come una freccia, ma non vuole: va al trotto, urlando e lamentandosi, fingendosi stanco, solo per attirarla dietro di sé. Mentre Pinadoro, re Mordante e sei dei loro assalgono Ruggiero da tutte le parti, Bradamante insegue Daniforte, decisa a ucciderlo.

La finta morta ott. 21–28

Daniforte si gira spesso, la aspetta, poi riparte, ora a gran corsa ora al galoppo, finché la porta fuori dalla pianura chiusa tra i monti dove si è combattuto. Sale su un pendio e scende in un'altra pianura; Bradamante lo segue, decisa a prenderlo vivo o morto. Ma il suo cavallo, sfinito dalla lunga corsa, mentre salta un fosso le cade addosso.

Sentendo il tonfo, Daniforte si volta, e non sembra più stanco: «Cristiano, da questa trappola non uscirai!» Bradamante spinge via il cavallo con il braccio sinistro, si rialza e grida: «Saraceno bugiardo, non mi hai ancora in pugno!» Ma lui le gira intorno, la assale all'improvviso, finge di attaccare e si ritira, e intanto la ferisce.

Alla fine Bradamante si guarda e pensa: «Sto perdendo sangue e forze: se non lo prendo con la sua stessa astuzia, sono morta.» Allora si mostra sfinita, e non deve fingere molto, perché è ferita in più punti e l'armatura è rossa di sangue; poi si lascia cadere, così bene che chiunque giurerebbe che è morta. Daniforte si avvicina ma non osa scendere: prima la colpisce con la lancia per vedere se è viva. Lei sopporta senza muoversi. Allora lui smonta e lega la cavalla, e appena Bradamante lo vede a terra balza in piedi. Ora il pagano non può più correre e fuggire come al solito: lei gli taglia la testa.

Ormai le ombre si allungano e il cielo si oscura. Inseguendo Daniforte per boschi, valli, sassi e spine, Bradamante si è persa, e intorno non vede né case né villaggi. Monta sulla cavalla del saraceno e, ferita e sola, al lume della luna, lascia le briglie al caso.

Ruggiero contro tutti ott. 29–32

Il poeta la lascia per un po' e torna a Ruggiero, assalito da Pinadoro, re di Costantina, e da Mordante, che senza alcuna vergogna lo attaccano insieme. Bisognerebbe vederlo, il giovane, come sa dividere il tempo senza sprecarne un attimo: colpisce di qua e di là, uno e poi l'altro, più veloce del fulmine dopo il lampo. Per farla breve, Mordante riceve un colpo di traverso in faccia che gli fa volare via la cima dell'elmo e lo uccide. Pinadoro, spaventato, fugge a briglia sciolta come un levriero liberato dalla catena, ma Ruggiero lo raggiunge e gli taglia la testa.

Due cavalieri nella notte ott. 33–38

Il sole è già tramontato quando la battaglia finisce. Ruggiero cerca Bradamante dappertutto, senza pace, e la chiama ad alta voce nel buio. Su un poggio incontra due cavalieri e per un momento spera; ma quando quelli lo salutano gentilmente, lui è così addolorato che non risponde.

«Questo dev'essere un villano che ha rubato le armi a qualche morto!» dicono i due. «Avete ragione» risponde Ruggiero, «ho sbagliato. L'Amore, che tiene le redini del mio cuore, mi ha confuso a tal punto che non sono più quello di prima: vi chiedo perdono.» «Se sei innamorato, non scusarti» risponde uno dei due, «perché l'amore non abita nel cuore di un villano. Se hai bisogno di aiuto, siamo pronti.»

«Ho perduto un mio caro compagno» dice Ruggiero. «Se l'avete visto passare, mostratemi la strada: lo cercherò per tutto il mondo, perché senza di lui non potrei vivere.» Non dice altro, per gelosia: in un cuore gentile, l'amore è sempre accompagnato dal sospetto. I due non hanno visto nessuno, ma si offrono di aiutarlo a cercare, e Ruggiero accetta volentieri, perché in quel monte selvaggio è solo e non conosce la strada.

Lo scudo conteso ott. 39–44

Cercano per tutta la notte, senza trovare niente. All'alba uno dei due cavalieri fissa lo scudo di Ruggiero: «Chi vi ha dato il permesso di portare quell'insegna? Ha un'origine così nobile che non tutti ne sono degni. Ve lo permetterò solo se saprete battere me, che l'ho conquistata.» «Non mi ero accorto che la vostra insegna è uguale alla mia» risponde Ruggiero, «ma se non siamo della stessa famiglia, siete voi a portarla senza diritto. Ditemi come l'avete avuta, e qual è il vostro nome.»

«Credo di venire da molto lontano rispetto alla vostra famiglia» dice l'altro. «Sono tartaro, figlio di Agricane, e il mio nome è ancora poco conosciuto. Ho conquistato questo scudo in Asia, con le armi e con strane avventure. Ma a che serve parlare? Chi è più valoroso porti lo scudo.»

Ruggiero accetta la sfida, ma si accorge che il cavaliere non ha spada: «Come facciamo? Io non sono abituato a fare a pugni, e qui non ci sono né spade né lance.» «La fortuna delle armi non manca mai a un vero campione» risponde l'altro. «Conquisterò le vostre con un bastone. Io non posso portare spada al fianco finché non avrò battuto il figlio di Milone: è Orlando che tiene la mia spada, Durindana.»

Bastonate per Durindana ott. 45–50

Il suo compagno, che è Gradasso (e lui è Mandricardo), ribatte subito: «Vi sbagliate. La spada del conte non l'avrete così facilmente: siete arrivato tardi, e io ci sono arrivato prima di voi. Ho portato in Francia centocinquantamila uomini dalla Sericana, ho sofferto tante pene per avere Durindana! E voi fate come se l'affare fosse già concluso? Prima vi spacco la testa: non crediate di avere quella spada con le chiacchiere!» «Le chiacchiere costano poco» risponde Mandricardo, infuriato. «Preparatevi a difendervi!» Strappa un grosso ramo a un olmo, lo sfronda e va all'attacco. Anche Gradasso posa la spada a terra e stacca un tronco di pino.

I due si danno botte tremende, sollevando la polvere dalle armature. Ruggiero li guarda e scoppia a ridere: «Non vedo nessuno che macini il grano, ma questo è proprio un gioco da mugnai e da asini!» Prova più volte a dividerli, ma più parla, più quelli si picchiano. Ecco arrivare un cavaliere accompagnato da una damigella. Ruggiero gli va incontro e, ridendo, gli spiega: «Li ho pregati invano di smettere. Per la spada di Orlando, che non hanno e forse non avranno mai, si danno bastonate da ciechi, che fanno pena. Eppure, a vederli, sono due campioni di forza e di coraggio.»

Brandimarte ott. 51–57

«Ma voi da dove venite? Mi sembra di avervi già visto, forse alla corte di Agramante.» «Vi ho visto di sicuro quando sono venuto dal Levante» risponde il cavaliere, «a Biserta. Sono Brandimarte, e voi siete Ruggiero.» I due si abbracciano e decidono di separare i combattenti; ma quelli sono così arrabbiati che non ascoltano né ragioni né preghiere.

Alla fine Brandimarte, a gesti, riesce a farsi sentire: «Se volete la spada per cui litigate, posso portarvi dove si trova Orlando: là deciderete. Se libererete il nobile campione da un triste incantesimo, lui non vi negherà la battaglia, e Durindana sarà di chi la conquisterà. Al mondo non si è mai vista una meraviglia più strana di quella dove sto andando per provare a liberarlo.»

Gradasso e Mandricardo smettono subito di combattere e lo pregano di accompagnarli. «A due leghe da qui» spiega Brandimarte, «c'è un fiume che si chiama Riso, ma in realtà è un pianto: dentro c'è Orlando, chiuso da un incantesimo. Me l'ha rivelato in Africa un indovino molto stimato, e sono venuto a liberarlo, disperato, perché da solo non bastavo. Ma il cielo vi ha mandato in mio aiuto: so che ognuno di voi attraverserebbe il mare per un'impresa così straordinaria.»

I due baroni non vedono l'ora di arrivare al fiume. «E io dove resto?» dice Ruggiero. «Anche se non cerco né Orlando né Durindana, vengo anch'io.» «Per ora non dico di più» conclude il poeta. «Vi racconterò il terribile incantesimo, quella strana avventura e come Orlando ne fu liberato. Cari signori, mi raccomando a voi.»

Parole difficili

  • gorziera ott. 5: gorgiera, la parte dell'armatura che protegge la gola.
  • camaglio ott. 5: cappuccio di maglia di ferro che si porta sotto l'elmo.
  • targhe ott. 6: scudi leggeri.
  • alla moresca ott. 6: all'uso dei Mori, cioè dei musulmani d'Africa e di Spagna.
  • sàmito ott. 6: tessuto di seta pregiata.
  • gianetto ott. 7: cavallo piccolo e veloce, di razza spagnola.
  • alchena ott. 7: henné, una tintura rossiccia.
  • Arbo ott. 7: arabo.
  • iumenta ott. 9: giumenta, cavalla.
  • tòcca ott. 9: berretto di stoffa.
  • aticciata ott. 10: stuzzicata, provocata.
  • barbasoro ott. 16: pezzo grosso, personaggio importante e pieno di sé.
  • stramaccio ott. 23: il tonfo di una caduta.
  • coppo ott. 31: la calotta, la parte alta dell'elmo.
  • veltro ott. 32: levriero, cane da caccia velocissimo.
  • figlio di Melone ott. 44: Orlando, figlio di Milone.
  • Sericana ott. 46: il regno di Gradasso, nell'estremo Oriente.
  • zanze ott. 47: chiacchiere.

Il testo di Boiardo

57 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Segnor, se alcun di voi sente de amore, Pensati che battaglia avranno a fare Que’ duo, che insieme agionto aveano il core, Nè volevan l’un l’altro abandonare. La fulmina del cel con suo furore Non gli potrebbe a forza separare; Nè spietata fortuna e non la morte Può disgiongere amor cotanto forte.

2

Come io contava, il nobile Rugiero Sopra de Pinador forte martella; L’elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero: Quasi a quel colpo lo trasse di sella. Da l’altra parte Martasino il fiero Non avantaggia ponto la donzella, La qual sempre cridava: Ascolta! ascolta! Non me trovi senza elmo a questa volta.

3

Così dicendo a duo man l’ha ferito De un colpo tanto orrendo e smisurato, Che sopra de lo arcion è tramortito: E veramente lo mandava al prato, Ma in quel Mordante, il saracino ardito, Correndo alla donzella urtò da lato, Ferendola a duo man de un roversone Che fu per trarla fuora de lo arcione.

4

Ma Rugier presto venne ad aiutare, Lasciando Pinador che aveva avante; Però che, benchè assai abbia da fare, Sempre voltava gli occhi a Bradamante. Or sembra il giovanetto un vento in mare: Spezza in due parte il scudo di Mordante, Taglia le piastre e usbergo tutto netto, Ed anco alquanto lo ferì nel petto.

5

Ma Pinadoro, che lo avea seguito, Percosse a mezo il collo il paladino, E tagliò la gorziera più de un dito: Tenne il camaglio el brando, chè era fino. Non si spaventa il giovanetto ardito: Tondo de un salto rivoltò Frontino, E mena a Pinadoro in su la testa; E Martasino a lui, che già non resta.

6

Mentre che questa zuffa se scompiglia, Daniforte se afronta e viene in tresca Con circa a trenta della sua famiglia, Con targhe e lancie armati alla moresca. Bradamante ver loro alciò le ciglia: Come starà cotal canaglia fresca, Che armati son di sàmito e di tela! Oh che squarcioni andran per l’aria a vela!

7

Urta tra lor la dama e il brando mena, E gionse un moro in su un gianetto bianco, Che coda e chioma avia tinto de alchena; Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco. Non era a terra quel caduto apena, Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco; La spada adosso in quel modo gli calla, Sì che il partì dal fianco in su la spalla.

8

Quasi che insieme tutti ebber la morte; Chi qua chi là per el campo cascava, E, quando il primo bussava alle porte Giù dello inferno, lo ultimo arivava. Più fiate la assalitte Daniforte; Ma, come Bradamante a lui voltava, Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta, E torna e volta, e sembra una saetta.

9

Egli avea sotto una iumenta mora, Di pel di ratta, con la testa nera, Che in su la terra mai non se dimora Con tutti e’ piedi, tanto era legiera. Vero è che in dosso avia poche arme ancora, Chè non portava usbergo, nè lamiera: La tòcca ha in testa e la lancia e la targa, E cinta al petto una spadazza larga.

10

Armato, come io dico, il saracino Tenea sovente la dama aticciata; Or corre, e volta poi che e’ gli è vicino, Or da traverso mena una lanciata. Ecco la dama ha visto Martasino, Che al suo Rugier ferisce della spata: Di dietro il tocca, sopra delle spalle, E ben si crede di mandarlo a valle.

11

Ma Bradamante vi gionse a quel ponto Che Rugiero ebbe il colpo smisurato; Balordito era e sì come defonto Al col del suo destrier stava abracciato. Or bene a tempo è quel soccorso agionto, Perchè certo altrimente era spacciato; Ma come gionse, la dama felice Parve un falcone entrato a le pernice.

12

Insieme Martasino e Pinadoro A lei voltarno, e gionsevi Mordante E Daniforte, e molti altri con loro: Chi la tocca di dietro, e chi davante. Ma lei, che di prodezza era un tesoro, Dispreza l’altre gente tutte quante; Tocca sol Martasino e quel travaglia, Nè cura il resto che de intorno abaglia.

13

Tanto adirata è la dama valente, Che Martasin conduce a rio partito; La sua prodezza a lui giova nïente, Spezzato ha l’elmo e nel petto è ferito. Nè vi giova il soccorso de altra gente; La dama nel suo core ha statuito Che ad ogni modo in questa zuffa il mora, E ben col brando a cerco gli lavora.

14

Al fin turbata e con molta tempesta De coprirse col scudo non ha cura, E ferillo a due man sopra alla testa: Divide il capo e parte ogni armatura. Quella tagliente spada non se arresta, Chè tutto il fende insino alla centura; Nel tempo che a quel modo lo divide, Rugier rivenne e quel bel colpo vide.

15

Torna alla zuffa il giovanetto forte, Sì rosso in vista, che sembrava un foco: Guardative, Pagan, chè el vien la morte! A zarro il resto, ormai non vi è più gioco. E ben se avide il falso Daniforte Che il contrastar più qua non avea loco: Già morto è Martasino e Barigano, Quaranta e più de gli altri sono al piano.

16

Esso è rimaso e sieco Pinadoro, Circa ad otto altri ancora, con Mordante. Tagliava allora il capo a un barbasoro La dama, e gli altri avea morti davante. Intanto insieme consigliâr costoro Che Daniforte attenda a Bradamante E conducala via, mostrando fùggere, Gli altri Rugiero attend[e]ano a destruggere.

17

Era già gionto il giovanetto al ballo, E stranamente incominciò la danza, Chè incontrò un Rebatin sopra al cavallo, E tutto lo partì sino alla panza. Non avea intorno pezzo di metallo, Perchè era armato pure a quella usanza, Moresca, dico, essendo Genoese: Ma con la fede avea cambiato arnese.

18

Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso. Nè Bradamante ancora se posava; Ma Daniforte occultamente apresso Di lei se fece e sua lancia menava. Là dove il sbergo alla giontura è fesso, Colse, ma poco dentro ve ne entrava, Chè forte mai non mena quel che dubita: La dama se voltò turbata e subita.

19

Già Daniforte ponto non la aspetta, Nè star con sieco a fronte gli bisogna; Lei con li sproni il suo destriero afretta, Chè voglia ha di grattare a quel la rogna. Serìa scappato come una saetta, Ma non volea, quel pezzo di carogna, Che va trottone e lamentase ed urla, Mostrando stracco sol per via condurla.

20

Gli altri a Rugiero intorno combattevano, Io dico Pinadoro e il re Mordante, Che circa a sei de’ suoi ancor vi avevano, E di dietro il toccavano e davante, Usando ogni vantaggio che sapevano. Ma lascio loro e torno a Bradamante, Che, dietro a Daniforte invelenita, Lo vol seguire a sua vita finita.

21

E quel malvaggio spesso se rivolta, Aspettala vicino, e poi calcagna, E per un pezzo fugge alla disciolta, Poi va galoppo e il corso risparagna, Tanto che di quel loco l’ebbe tolta, E furno usciti fuor de la campagna, Che tutta è chiusa de monti de intorno, Ove era stata la battaglia il giorno.

22

Il falso saracin monta a la costa E scende ad un bel pian da l’altro lato. Bradamante lo segue, chè è disposta Non lo lasciar se non morto o pigliato; E non prendendo al lungo corso sosta, Il suo destriero afflitto ed affannato, Sendo già in piano, al transito d’un fosso, Non potendo più andar gli cade adosso.

23

E Daniforte, che sentì il stramaccio, Presto se volta, e stracco non par più, Dicendo: Cristïan, di questo laccio Ove èi caduto, non uscirai tu. Or Bradamante col sinistro braccio Pinse il ronzon da lato, e levò su, E forte crida: Falso saracino, Ancor non m’hai legata al tuo domìno.

24

Pur Daniforte de intorno la agira, E de improviso spesso la assalisse; Or mostra de assalirla, e se ritira, Ed a tal modo il falso la ferisse. La dama gionta a l’ultimo se mira, E tacita parlando fra sè disse: Io spargo il sangue e l’anima se parte, Se io non colgo costui con la sua arte.

25

Così con sieco tacita parlava, Mostrandosi ne gli atti sbigotita, Nè molta finzïon gli bisognava, Però che in molte parte era ferita, E il sangue sopra l’arme rosseggiava. Or, mostrando cadere alla finita, Andar se lascia e in tal modo se porta, Che giuraria ciascun che fusse morta.

26

E quel malicïoso ben se mosse, Ma de smontare a terra non se attenta, E prima con la lancia la percosse Per veder se de vita fusse ispenta; La dama lo sofferse e non se mosse, E quello smonta e lega la iumenta; Ma come Bradamante in terra il vede, Non par più morta e fu subito in piede.

27

Ora non puote il pagan maledetto, Come suoleva, correre e fuggire; La dama il capo gli tagliò di netto E lasciòl possa a suo diletto gire. La ombra era grande già per quel distretto, E cominciava il celo ad oscurire: Non scia quella donzella ove se sia, Chè condotta era qua per strana via.

28

Per boschi e valle, e per sassi e per spine Avea correndo il pagan seguitato, E non vedeva per quelle confine Abitacolo o villa in verun lato. Salitte sopra la iumenta in fine, E caminando uscitte di quel prato; Ferita e sola, a lume de la luna Abandonò la briglia alla fortuna.

29

Lasciamo andare alquanto Bradamante, Poi di lei seguiremo e soa ventura, E ritorniamo ove io lasciai davante Rugier lo ardito alla battaglia dura. Il re di Constantina con Mordante, Che non han di vergogna alcuna cura, Gli sono intorno per farlo cadere, E ciascun de essi tocca a più potere.

30

Oh chi vedesse il giovanetto ardito, Come a ponto divide il tempo a sesto, Che non ne perde nel ferire un dito! Or quinci or quindi tocca, or quello or questo; Apena par che l’uno abbia ferito, Che volta a l’altro, e mena così presto Che con minor distanzia e tempo meno Fulmina a un tratto e seguita il baleno.

31

E per non vi seguir sì lunga traccia, La cosa presto presto vi disgroppo. Mordante, che assalirlo se procaccia, Ebbe tra questo assalto un strano intoppo: Fu ferito a traverso nella faccia, E via volò de l’elmo tutto il coppo; Meza la testa è ne lo elmo che vola, Rimase il resto al busto con la gola.

32

Non avea fatto questo colpo apena, Che a Pinador voltò, che era da lato, E nel voltarse lo assalisce e mena; Ma quello era già tanto spaventato, Che parea un veltro uscito di catena, Fuggendo a tutta briglia per il prato. Fuggito essendo per sassi e per valle, Rugier gli tolse il capo dalle spalle.

33

Era già il sole allo occidente ascoso, Quando finita è la battaglia dura; Allor guardando il giovane amoroso Di Bradamante cerca e di lei cura, Nè trova nel pensiero alcun riposo. Per tutto ha cerco, e già la notte oscura: Veder non può colei che cotanto ama, Ma guarda intorno e ad alta voce chiama.

34

Passando per costiere e per valloni, Trovò duo cavallieri ad un poggetto, E sentendo il scalpizzo de’ ronzoni Prese alcuna speranza il giovanetto; Ma, come a lui parlarno que’ baroni, Che il salutarno de animo perfetto, Tanto cordoglio l’animo gli assale, Che non rispose a lor ni ben, ni male.

35

— Costui certo debbe esser un villano, Che avrà spogliato l’arme a qualche morto! Disser que’ duo; ma il giovanetto umano Rispose: Veramente io ebbi il torto. Amor, che ha del mio cor la briglia in mano, Me ha da lo intendimento sì distorto, Che quel che esser soleva, or più non sono, E del mio fallo a voi chiedo perdono.

36

Disse un de’ duo baroni: O cavalliero, Se inamorato sei, non far più scusa: Tua gentilezza provi de legiero, Perchè in petto villano amor non usa; E se di nostro aiuto hai de mestiero, Alcun di noi servirti non recusa. Rispose a lui Rugiero: Ora mi lagno, Perchè ho perduto un mio caro compagno.

37

Se lo avesti sentito indi passare, Mostratimi il camin per cortesia; Per tutto il mondo lo voglio cercare: Senza esso certo mai non viveria. Così dicea Rugiero, e palesare Altro non volse, sol per zelosia; Però che il dolce amore in gentil petto Amareggiato è sempre di sospetto.

38

Negarno e’ duo baroni aver sentito Passare alcuno intorno a quel distretto, E ciascadun di lor si è proferito De accompagnar cercando il giovanetto; Ed esso volentier prese lo invito, Chè se trovava in quel loco soletto, Dico in quel monte diserto e salvatico, Ed esso del paese era mal pratico.

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Tutti e tre insieme adunque cavalcando, Avosavano intorno spessamente, Per ogni loco del monte cercando Tutta la notte, e trovarno nïente. E già veniva l’alba reschiarando, La luce rosseggiava in orïente, Quando un de quei baron tutto se affisse Mirando il scudo de Rugiero, e disse:

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Chi vi ha concessa, cavallier, licenzia Portar depenta al scudo quella insegna? Il suo principio è di tanta eccellenzia, Che ogni persona de essa non è degna. Ciò vi comportarò con pacïenzia, Se tal virtù nel corpo vostro regna, Che alla battaglia riportati lodo Contro di me, che l’ho acquistata e godo.

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Disse Rugiero: Ancor non mi ero accorto Che quella insegna è fatta come questa; E veramente la portati a torto, Se non siamo discesi de una gesta; Onde vi prego molto e vi conforto Che tal cosa facciati manifesta: Ove acquistasti tale insegna e come, E quale è vostra stirpe e vostro nome.

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Disse colui: Da parte assai lontane A vostra stirpe credo esser venuto; Tartaro sono e nacqui de Agricane, Mio nome ancora è poco cognosciuto. Per forza de arme ed aventure istrane In Asia conquistai questo bel scuto; Ma a che bisogna dare incenso a’ morti? Chi ha più prodezza, quello scudo porti.

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Rugier, poi che lo invito ebbe accettato, Giva il nimico a cerco rimirando: Vide che spata non avea a lato, E disse a lui: Voi sete senza brando: Come faremo, chè io non sono usato Giocare a pugni? E però vi adimando Quale esser debba la contesa nostra: Brando non vi è nè lancia per far giostra.

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Rispose il cavallier: Mai non vien manco Fortuna de arme a franco campïone; Le vostre acquistarò, se io non mi stanco: Acquistar le voglio io con un bastone. Portar non posso brando alcuno al fianco, Se io non abatto il figlio di Melone, Però che Orlando, la anima soprana, Tien la mia spata, detta Durindana.

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L’altro compagno di quel cavalliero (Che era Gradasso, ed esso è Mandricardo) Presto rispose: E’ vi falla il pensiero, Perchè quel brando del conte gagliardo Sì non acquistareti de legiero, Chè gionto seti a tale impresa tardo, E serìa vostra causa disonesta: Prima di voi io venni a questa inchiesta.

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Cento cinquanta millia combattanti Condussi in Francia fin de Sericana; Tante pene soffersi, affanni tanti, Per acquistare il brando Durindana! Par che il mercato sii fatto a contanti; Così faceti voi la cosa piana: Ma prima che il pensier vostro se adempia, Farò scadervi l’una e l’altra tempia.

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Nè vi crediati senza mia contesa Aver per zanze quel brando onorato. E Mandricardo di collera accesa Disse: Io scio che di zanze è bon mercato: Or vi aconciati e prendeti diffesa. Così dicendo ad uno olmo in quel prato Un grosso tronco da le rame scaglia, E quel sfrondando viene alla battaglia.

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Gradasso il brando pose anco esso in terra, E spiccò presto un bel fusto di pino; L’un più che l’altro gran colpi disserra E fuor de l’arme scuoteno il polvino. Stava Rugiero a remirar tal guerra E scoppiava de riso il paladino, Dicendo: A benchè io non veda chi màsini, Quel gioco è pur de molinari e de asini.

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Più fiate volse la zuffa partire: Come più dice, ogniom più se martella. Eccoti un cavalliero ivi apparire Accompagnato da una damigiella. Rugier da longi lo vidde venire; Fassegli incontro e con dolce favella Espose a lui ridendo la cagione Perchè faceano e’ duo quella tenzone.

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Dicea Rugiero: Io gli ho pregati in vano, Ma di partirli ancor non ho potere. Per la spata de Orlando, che non hano, E forse non sono anco per avere, Tal bastonate da ciechi se dano, Che pietà me ne vien pur a vedere: E certo di prodezza e di possanza Son due lumiere agli atti e alla sembianza.

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Ma voi diceti: onde seti venuto? Perchè, se io non me inganno nel sembiante, Mi pare altrove avervi cognosciuto: Se bene amento, in corte de Agramante. Rispose il cavalliero: — Io ve ho veduto Di certo quando io venni di Levante. Io ve vidi a Biserta, questo è il vero; Son Brandimarte, e voi seti Rugiero.

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Incontinente insieme se abbracciarno, Come se ricognobbero e baroni, E, parlando tra lor, deliberarno De ispartir quella zuffa de bastoni. Ebbero un pezzo tal fatica indarno, Chè sì turbati sono e’ campïoni, Che per ragione o preghi non se voltano: L’un l’altro tocca, e ponto non ascoltano.

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Pur Brandimarte, a cenni supplicando, Fece che sue parole furno odite, Dicendo a lor: Se desïati il brando Per il quale è tra voi cotanta lite, Condur vi posso ov’è al presente Orlando: Là fìen vostre contese diffinite. Or sì ve ha tolto l’ira il fren di mano, Che per nïente combattete in vano.

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Ma, se traeti il campïon sereno Di certa incantason dolente e trista, Lui di battaglia a voi non verrà meno; Sia Durindana poi di chi l’acquista. Se il mondo è ben di meraviglia pieno, Una più strana mai non ne fu vista Di questa ove ora vado, per provare Se indi potessi Orlando liberare.

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Gradasso e Mandricardo, odendo questo, Lasciar la pugna più che volentiera, Pregando Brandimarte che pur presto Gli volesse condurre ove il conte era. Esso rispose: Ora io vi manifesto Che vicino a due leghe è una riviera, Qual nome ha Riso, e veramente è un pianto; Dentro vi è chiuso Orlando per incanto.

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Uno indovino, a cui molto è creduto, In Africa m’ha questo apalesato; E perciò in questo loco ero venuto A liberarlo, come disperato. Bastante non ero io; ma il vostro aiuto, Come io comprendo, il cel me ha destinato, E scio che ogniom di voi passaria il mare Per tuore impresa tanto singulare.

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Ciascun de’ duo baroni ha più desio Di ritrovarsi presto alla fiumana. Dicea Rugiero: E dove rimango io, Se ben non cheggio Orlando o Durindana? Più non dico ora. Il grave incanto e rio Farò palese e la aventura istrana, E come tratto for ne fosse Orlando; Cari segnori, a voi me racomando.