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ORLANDO
INNAMORATO

Libro III · Canto VII

Il fiume delle Naiadi

Orlando è prigioniero di un incantesimo in fondo a un fiume. Per liberarlo, Brandimarte deve resistere a una foresta piena di inganni.

In breve

Per liberare Orlando, l'amico Brandimarte è arrivato dall'Africa. L'incantesimo richiede che i cavalieri siano in numero dispari: si tira a sorte e Mandricardo se ne va a Parigi, mentre Ruggiero, Gradasso e Brandimarte entrano con Fiordelisa nella foresta magica che circonda il fiume Riso. In fondo al fiume, in un palazzo d'oro e di cristallo, le Naiadi tengono Orlando prigioniero d'amore. Ruggiero, ingannato da una ragazza uscita da un alloro, e Gradasso, portato in volo da un cavallo magico, finiscono anche loro nel fiume e dimenticano tutto.

Solo Brandimarte, guidato da Fiordelisa, resiste agli incantesimi: con le ghirlande magiche preparate da lei libera Orlando e i compagni. Un nano chiede il loro aiuto per un'impresa, ma per strada Gradasso pretende Durindana e lui e Orlando si sfidano a duello. Separati da Ruggiero e dal nano, si dividono: Gradasso e Ruggiero seguono il nano, Orlando e Brandimarte arrivano a Parigi, assediata da Agramante.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Orlando era prigioniero in fondo a un fiume, il Riso. Lì vivevano le Naiadi, fate dell'acqua che si innamoravano dei cavalieri. Nel fiume avevano un palazzo d'oro e di cristallo, e chi ci finiva dentro dimenticava tutto e passava il tempo a ballare.

Il suo amico Brandimarte era arrivato dall'Africa per liberarlo. Ma l'incantesimo voleva che i cavalieri fossero in numero dispari. Così tirarono a sorte con una pietra bianca e una nera, e la nera toccò a Mandricardo, che se ne andò arrabbiatissimo. Ruggiero, Gradasso e Brandimarte entrarono nel bosco magico intorno al fiume. Con loro c'era Fiordelisa, che di incantesimi se ne intendeva. «Se succede qualcosa di strano, non lasciatevi ingannare» li avvertì.

Il bosco era così fitto che bisognava aprirsi la strada con la spada. Ruggiero tagliò un alloro, e dal tronco uscì una ragazza bellissima, in lacrime. «Se non mi accompagni fino al fiume, tornerò a essere un albero!» Ruggiero, gentile come sempre, la accompagnò. Ma sulla riva gli venne una gran voglia di tuffarsi... e si tuffò con lei. Laggiù dimenticò tutto.

Gradasso, invece, tagliò un frassino, e dal tronco uscì un magnifico cavallo con la briglia d'oro. Gradasso ci saltò in sella, e il cavallo cominciò a camminare nell'aria, sempre più in alto! Gradasso non aveva mai avuto paura in battaglia, ma questa volta sì. Sopra il fiume il cavallo si tuffò, e anche Gradasso finì a far festa con le Naiadi.

Restava Brandimarte. Da ogni pianta che tagliava uscivano meraviglie: uccelli colorati, palazzi, tesori. Ma lui, come gli aveva detto Fiordelisa, non toccava niente. Sulla riva, però, anche lui sentì la voglia di tuffarsi. Per fortuna Fiordelisa lo fermò e gli mise in testa una coroncina di fiori magici, che proteggeva da ogni incantesimo. Brandimarte si tuffò e portò altre coroncine a Orlando, Ruggiero e Gradasso. Tutti si risvegliarono e tornarono a galla come zucche: prima le piume degli elmi, poi gli elmi, poi le spalle.

La pace però durò poco. Per strada Gradasso disse a Orlando: «La tua spada Durindana spetta a me!» «Vieni a prenderla, se ci riesci!» rispose Orlando. E cominciarono un duello furioso: i colpi suonavano sugli elmi come campane. Alla fine Ruggiero si mise in mezzo e li calmò. Così la compagnia si divise: Gradasso e Ruggiero seguirono un nano che chiedeva aiuto, mentre Orlando e Brandimarte partirono per Parigi.

Quando arrivarono, videro la città circondata dall'esercito di Agramante, grande come un mare. Orlando si mise a piangere: re Carlo, che prima faceva tremare tutti, ora aveva perso ogni cosa. In quel momento, dall'accampamento nemico si alzò un grido fortissimo.

Che cosa sta succedendo sotto le mura di Parigi? Il racconto continua nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Il valore dell'amicizia ott. 1–2

Un buon amico e una compagnia leale, dice il poeta, valgono più di un tesoro, della forza, del piacere e dell'onore. Quando due si vogliono bene e possono aprirsi il cuore, il bene sembra più grande e il male più piccolo. Chi non ama e non è amato non può essere felice davvero, nemmeno con perle, oro e potere. E lo dice pensando a Brandimarte, che ha attraversato il mare solo per aiutare Orlando.

La pietra nera ott. 3–6

Brandimarte è venuto da Biserta per tirare fuori Orlando dal fiume, e ha chiesto l'aiuto di Gradasso e Mandricardo. «E io?» protesta Ruggiero. «Anche se non voglio Durindana e non voglio sfidare Orlando, non posso venire a un'impresa così straordinaria?» «Da quello che so, i cavalieri devono essere in numero dispari» risponde Brandimarte. «Vi porterei volentieri tutti, ma l'incantesimo non lo permette. Tiriamo a sorte: ecco una pietra bianca e una nera. Chi pesca la nera cercherà un'altra avventura.»

Tutti accettano, e tocca a Mandricardo restare fuori. Se ne va addolorato e furioso, veloce come il vento, finché arriva a Parigi, assediata da Agramante, dove i saraceni lo accolgono con grandi onori. Ma il poeta lo lascia e torna a Orlando, prigioniero delle Naiadi nel bel fiume del Riso.

Il palazzo in fondo al fiume ott. 7–11

Le Naiadi vivono nell'acqua e ci giocano come pesci. Con i loro incantesimi fanno grandi cose, e spesso si innamorano dei cavalieri. Nel fiume Riso hanno costruito un palazzo d'oro e di cristallo, dove passano il tempo a far festa e a ballare.

Come il poeta ha raccontato alla fine del libro precedente, Orlando era sceso da cavallo per rinfrescarsi in quelle acque, e le dame lo avevano accolto con gioia. Ora sta laggiù libero, senza catene, ma prigioniero del dolce incantesimo dell'amore: si specchia nell'acqua, fuori di sé, e le Naiadi, felicissime, non fanno che guardarlo.

Intorno al fiume, con la magia, hanno fatto crescere un bosco di lecci, querce, larici, pini e abeti, così alti che sotto è buio. E tutto intorno al bosco corre un muro di marmi bianchi, rossi, azzurri e gialli, con in cima una loggetta dalle colonnine d'ambra e di cristallo. Ed ecco arrivare, senza sapere niente della malizia delle Naiadi, Ruggiero, Gradasso e Brandimarte.

La scritta sulla porta ott. 12–16

Con loro c'è Fiordelisa, che parla dell'impresa e li incoraggia. Arrivano al muro, che ha una porta tutta di metallo. Sulla soglia sta una ragazza, come una guardia, con in mano un cartiglio scritto da tutte e due le parti a grandi lettere. Fuori c'è scritto: «Il desiderio di fama, lo sdegno e l'amore trovano sempre la strada aperta». Dentro invece si legge: «Amore, sdegno e desiderio d'onore, quando si impadroniscono di un animo, lo spingono avanti con tanta forza che poi non trova più la strada per tornare».

La ragazza alza il cartiglio e mostra soltanto la parte di fuori. I cavalieri la leggono ed entrano senza sospetto, perché nessuno li ferma. Ma nella selva fitta non si riesce ad andare avanti, e la porta si è già chiusa alle loro spalle. «Non abbiate paura» dice Fiordelisa, che di incantesimi se ne intende. «La spada e il coraggio aprono la strada dappertutto. Scendete da cavallo e tagliate i tronchi; e se succede qualcosa di strano, non lasciatevi turbare. Il coraggio vince tutto, ma va guidato con la testa.» I tre smontano e lasciano i cavalli.

La ragazza dell'alloro ott. 17–23

Ruggiero entra per primo nel bosco, ma un alloro gli sbarra sempre la strada con i suoi rami fitti. Allora mette mano alla spada e lo abbatte. Appena l'albero cade, dal tronco esce una ragazza con i capelli d'oro e gli occhi luminosi come stelle, che piange disperata e dice con voce dolcissima: «Sarai così crudele da godere del mio male? Se mi lasci qui, le mie gambe torneranno radici, il mio corpo un tronco, le braccia rami, il viso corteccia e i capelli foglie. È il nostro destino: siamo chiuse dentro le piante finché un cavaliere non ci libera. Tu mi hai liberata, ma se non hai pietà di me e non mi accompagni fino al fiume, tornerò com'ero.»

Ruggiero, pieno di cortesia, promette di non lasciarla finché non sarà al sicuro, e la falsa dama, parlando dolcemente, lo porta verso il fiume. Non c'è da stupirsi, dice il poeta: le dame sanno prendere sia i saggi sia i pazzi. Arrivati alla riva, la ninfa gli prende la mano, e a Ruggiero viene una gran voglia di buttarsi nell'acqua; lei non lo trattiene, anzi si getta nel fiume con lui, a braccetto.

Laggiù, nel palazzo di cristallo, sono accolti con grande allegria. Ci sono Orlando, Sacripante e molti altri baroni, e le Naiadi ballano con loro al suono di pifferi e tamburelli, tutto il giorno.

Il cavallo volante ott. 24–29

Gradasso, intanto, non trova la strada nella boscaglia, e un frassino sottile gli sbarra sempre il passo. Lo taglia tutto intorno con la spada, e dal tronco esce un magnifico cavallo grigio pomellato, con la briglia d'oro e i finimenti coperti di pietre preziose e perle. Gradasso non si accorge dell'inganno: afferra la briglia e salta in sella.

Il cavallo spicca un salto e non torna più a terra: cammina nell'aria e sale sempre più in alto, come quando si sogna di volare. Gradasso non si è mai spaventato in nessuna battaglia, ma questa volta, confessa il poeta, ha paura: è a cento passi da terra, guarda spesso in giù, ma quella scala per scendere gli sembra strana. Quando arrivano sopra il fiume, la bestia incantata si lascia cadere e si tuffa. Gradasso va a fondo, mentre il cavallo torna a galla e scompare nella selva veloce come se avesse le ali ai piedi. E appena si trova nell'acqua, Gradasso diventa un altro: dimentica tutto e si mette a far festa con le Naiadi.

Laggiù, al suono delle trombe, si balla una danza allegra che da noi non si usa: a ogni passo ci si scambia un bacio, e così ognuno dimentica se stesso. «Io li scuso» dice il poeta, «perché un bel bacio con la sua dolcezza conquista qualunque animo.»

Le ghirlande di Fiordelisa ott. 30–36

Solo Brandimarte fatica ancora nella selva. Taglia più di venti piante, e da ognuna esce una meraviglia: uccelli dalle penne colorate, palazzi, montagne di tesori. Ma lui, consigliato da Fiordelisa, non tocca niente, e quelle visioni svaniscono. Così arriva fino al fiume. Ma appena è sulla riva diventa rosso in viso e cambia idea: vuole buttarsi in quell'acqua d'amore, e per la forza dell'incantesimo si dimentica di Orlando e di tutto il resto. Si sarebbe gettato, se Fiordelisa non lo avesse fermato.

Lei ha preparato con la sua arte quattro piccole corone di fiori e di erbe raccolte in luoghi strani, che liberano da qualunque incantesimo. Ne mette una in testa a Brandimarte e gli spiega passo per passo come liberare Orlando. Lui obbedisce: si getta nel fiume, in mezzo alla gente che balla e canta, ma grazie alla ghirlanda di rose incantate non perde la testa. Nel palazzo d'oro e di cristallo mette una corona in testa a Orlando e le altre due a Ruggiero e Gradasso. Subito tutti e quattro vedono l'incantesimo per quello che è: lasciano le dame e i piaceri ed escono dal fiume, contro la volontà delle Naiadi.

Tornano a galla come zucche: prima i cimieri, poi gli elmi e le spalle, e arrivano leggeri alla riva. Poi, sollevati come farfalle che girano intorno al fuoco, vengono presi da un vento che li soffia fuori dalla selva.

Il nano ott. 37–41

Non saprebbero dire com'è andata, come chi si sveglia di colpo da un sogno. Ed ecco arrivare al galoppo un nano: «Signori, se amate la cavalleria e difendete la giustizia, vendicate il tradimento più grande e più malvagio del mondo!» «Ti aiuterei volentieri» dice Gradasso, «se non temessi un altro inganno, e di restare prigioniero di qualche incantesimo.» Il nano giura che non c'è nessun incantesimo. «E chi me lo assicura?» dice Orlando. «Ho creduto troppo, e me ne pento. L'uccello che scappa dalla trappola ha paura di ogni rametto che si muove al vento: sono stato ingannato così spesso che non credo più nemmeno a me stesso.»

«Ognuno ha la sua opinione» dice Ruggiero, «ma un buon cavaliere non deve tirarsi indietro davanti a niente, nemmeno davanti agli incantesimi. Portami pure in mare o nel fuoco, nano, o insegnami a volare: verrò con te dovunque, e non dubitare che io mi spaventi.» Gradasso e Orlando arrossiscono un poco a sentirlo, e Brandimarte dice al nano: «Va' avanti, ti seguiamo tutti.»

Durindana contesa ott. 42–49

Il nano parte su un cavallino che va all'ambio. Per strada Gradasso dice a Orlando: «Se questa impresa è così straordinaria, e se tocca a me andare avanti, voglio usare la tua Durindana; anzi, la mia, perché re Carlo me l'ha promessa quando era mio prigioniero.» «Se te l'ha promessa lui, che sia lui a dartela!» risponde Orlando infuriato. «Te lo dico chiaro: non c'è cavaliere così ardito da cui io non sappia difendere la mia spada. Se la vuoi conquistare in battaglia, eccola qua: ma attento alla pelle.»

Orlando sfodera Durindana e Gradasso la sua scimitarra, e senza araldi, cerimonie, trombe né tamburi si azzuffano. I colpi arrivano uno dopo l'altro e sprizzano scintille come il ferro nella fucina. Con un colpo a due mani Orlando manda in pezzi lo scudo e la corazza di Gradasso fino al petto nudo, portandosi via anche la gorgiera e un pezzo di maglia. Gradasso risponde con un colpo che gli taglia l'armatura fino alla carne e, ridendo, scherza come un barbiere: «Se ti rado bene, ti faccia buon pro! Per questa volta non ti tolgo altro: il pelo non è ancora bagnato abbastanza.»

«Che fai, il buffone?» grida Orlando. «Ti insegnerò io a ridere in un altro modo.» «Se c'è un uomo al mondo che può battermi, forse sei tu» risponde Gradasso. «Ma in verità non stimo né te né nessun altro: anche con uno come te appeso alla cintura potrei correre come mi pare. Vieni avanti, se vuoi.» «Vantarsi costa poco» ribatte Orlando, avvampando, «ma tra parole e fatti c'è differenza.»

Colpi come campane ott. 50–55

Mentre parla, cala Durindana a due mani: il cimiero di Gradasso vola in pezzi e l'elmo suona come una campana. Il re china la testa, con il sangue che gli esce dal naso e dalla bocca, perde una staffa e lascia andare le briglie. Ma non perde il coraggio: rosso di rabbia, colpisce a due mani l'elmo di Orlando e gliene fa volare via la cima, con un rimbombo che, assicura Turpino, si sente per un miglio intorno. Orlando quasi cade di sella: sembra un morto, ha i piedi fuori dalle staffe e ha perso le redini, e il cavallo lo porta via di corsa per la campagna. Gradasso lo insegue sulla sua cavalla per ucciderlo e prendergli Durindana.

E, a dire il vero, lo sta per raggiungere; ma Brandimarte non sopporta di vedere Orlando in pericolo e gli corre dietro. «Anche tu cerchi guai?» gli dice Gradasso. «Ce n'è per tutti: venga chi vuole.» Intanto però Orlando si riprende e torna contro Gradasso con la spada in pugno. Allora Ruggiero si mette in mezzo con buone parole, e anche il nano li prega di andare con lui all'impresa. Alla fine la lite si calma, ma la compagnia si divide: Gradasso e Ruggiero vanno con il nano verso una torre che lui ha indicato, Orlando e Brandimarte prendono la strada di Parigi.

Parigi assediata ott. 56–60

Di Ruggiero e Gradasso il poeta racconterà più avanti. Orlando e Brandimarte, con Fiordelisa, maestra in tutte le arti, arrivano in Francia, e una mattina all'alba vedono Parigi assediata. Agramante, dopo aver sconfitto Carlo e ucciso o catturato molti dei suoi, si è accampato tutto intorno: non si è mai vista tanta gente, e l'accampamento si estende per sette leghe, riempiendo valli, monti e campagne. In città si difendono giorno e notte sulle mura, e dei paladini c'è solo il Danese, che fa costruire difese di legno.

A quella vista Orlando scoppia a piangere: «Chi si fida di questa vita fragile e di questo mondo vano abbassi le ali e lasci perdere i grandi pensieri. Guardate re Carlo: era così vittorioso che faceva tremare tutti, vicini e lontani, e ora la fortuna gli ha tolto tutto in un momento, e forse non è nemmeno vivo.»

Mentre parla, nell'accampamento si leva un clamore così grande che sembra arrivare fino al sole, e le grida crescono sempre di più. «Belle persone, mi dispiace non potervi spiegare tutto adesso» dice il poeta. «Ve lo racconterò nel prossimo canto, perché in questo abbiamo detto abbastanza.»

Parole difficili

  • disparo ott. 4: dispari.
  • Naiàde ott. 6: Naiadi, ninfe che vivono nelle acque dei fiumi e delle fonti.
  • Ilice ott. 10: leccio, una quercia sempreverde.
  • soveri ott. 10: sugheri.
  • giande ott. 10: ghiande.
  • teda ott. 10: pino ricco di resina.
  • veroncello ott. 11: piccolo balcone, loggetta.
  • breve ott. 12: cartiglio, foglio con una scritta.
  • lauro ott. 17: alloro, pianta sempreverde con cui si incoronavano i vincitori.
  • fatasone ott. 20: incantesimo, sorte stabilita dalla magia.
  • leardo ed arodato ott. 24: grigio con macchie tonde, cioè pomellato.
  • contrapasso ott. 29: passo di danza.
  • palafreno amblante ott. 42: cavallo da viaggio che va all'ambio, un'andatura comoda.
  • simitara ott. 44: scimitarra, sciabola dalla lama ricurva.
  • gnacare ott. 44: nacchere, piccoli tamburi.
  • torchion ott. 50: cercine imbottito messo intorno all'elmo.
  • alfana ott. 52: grossa cavalla da battaglia.
  • beltresche ott. 58: torri e ripari di legno per difendere le mura.

Il testo di Boiardo

60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Più che il tesoro e più che forza vale, Più che il diletto assai, più che l’onore, Il bono amico e compagnia leale; E a duo, che insieme se portano amore, Maggior li pare il ben, minore il male, Potendo apalesar l’un l’altro il core; E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso, Poterlo ad altrui dir come a se stesso.

2

Che giova aver de perle e d’ôr divizia, Avere alta possanza e grande istato, Quando si gode sol, senza amicizia? Colui che altri non ama, e non è amato, Non puote aver compita una letizia; E ciò dico per quel che io vi ho contato Di Brandimarte, che ha passato il mare Sol per venire Orlando ad aiutare.

3

Di Biserta è venuto il cavalliero Per trare il conte fuor de la fiumana; Il re Gradasso e Mandricardo altiero Avea richiesti a quella impresa strana. — Ma dove rimango io? dicea Rugiero: Se ben non chieggio a Orlando Durindana, Se ben sieco non voglio aver contesa, Venir non debbo a sì stupenda impresa? —

4

— Esser conviene il numero disparo, Rispose Brandimarte, a quel che io sento; Condurvi tutti quanti avrebbi a caro, Ma nol concede questo incantamento; Ed io non vedo a ciò meglior riparo, Che per la sorte fare experimento. Ecco una pietra bianca ed una oscura: Chi avrà la nera, cerchi altra ventura.

5

Ciascun de stare a questo fo contento, Così giettarno la ventura a sorte, E Mandricardo fuor rimase ispento, E quindi se partì dolente a morte. Turbato se ne va, che sembra un vento, Per piano e monte caminando forte. Tanto andò, che a Parigi gionse un giorno, Ove Agramante ha già lo assedio intorno.

6

Di fuor ne l’oste, io dico de Agramante, Fu ricevuto a grandissimo onore. Ma di lui non ragiono ora più avante, Perchè io ritorno nel primo tenore A ricontarvi del conte de Anglante, Che se ritrova preso in tanto errore, Tra le Naiàde al bel fiume del Riso; Or odeti la istoria che io diviso.

7

Queste Naiàde ne l’acqua dimorano, Per quella solacciando, come il pesce, E per incanto gran cose lavorano, Chè ogni disegno a lor voglia rïesce. De’ cavallier sovente se inamorano, Chè star senza uomo a[d] ogni dama rencresce, E di tal fatte assai ne sono al mondo; Ma non si veggion tutti e’ fiumi al fondo.

8

Queste ne l’acque che il Riso se appella, Avean composto de oro e di cristallo Una mason, che mai fu la più bella, E là si stavon festeggiando al ballo. Già vi contai di sopra la novella, Quando discese Orlando del cavallo Per rinfrescarse a l’onde pellegrine; Ciò vi contai de l’altro libro al fine.

9

E come tra le dame fu raccolto Con molta zoia e grande adobamento; Quivi poi stette libero e disciolto, Preso de amore al dolce incantamento, A l’onde chiare specchiandosi il volto, Fuor di se stesso e fuor di sentimento; E le Naiade, allegre oltra misura, Solo a guardarlo aveano ogni lor cura.

10

Però di fuora, in cerco alla rivera, Per arte avean formato un bosco grande, Ove stava di pianta ogni mainera, Ilice e quercie e soveri con giande. Larice e teda e l[o] abete legiera Di grado in grado al ciel le fronde spande; Che sotto a sè facean l’aere oscuro; Poi for del bosco se agirava un muro.

11

Questa cinta era fabricata intorno Di marmi bianchi, rossi, azurri e gialli, Ed avea in cima un veroncello, adorno Con colonnette di ambre e de cristalli. Ora a quei cavallier faccio ritorno, Che vengon senza suoni a questi balli, Nè san de le Naiàde la mala arte: Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte,

12

E Fiordelisa, che sieco favella Di questa impresa e molto li conforta. Gionsero in fine a la muraglia bella, Qual di metallo avea tutta la porta. Sopra alla soglia stava una donzella, Come a guardarla posta per iscorta, E tenea un breve, scritto da due bande, Con tal parole e con lettere grande:

13

Desio di chiara fama, isdegno e amore Trovano aperta a sua voglia la via. — Questi duo versi avea scritti di fuore, Poi dentro in cotal modo se leggia: Amore, isdegno e il desïare onore Quando hanno preso l’animo in balìa, Lo sospingon avanti a tal fraccasso, Che poi non trova a ritornare il passo.

14

Gionti quivi e’ baron, come io vi ho detto, La dama con la mano il breve alciava, E fo da tutti lor veduto e letto Da quella banda che se dimostrava. Adunque e’ cavallier senza sospetto Passâr, chè alcun la strata non vetava; Con Fiordelisa entrarno tutti quanti, Ma per la selva andar non ponno avanti.

15

Però che quella molto era confusa De àrbori spessi ed alti oltra misura; La porta alle sue spalle era già chiusa, Che più facea parer la cosa scura; Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa, Non abbiati, dicia, de ciò paura; A ogni periglio e loco ove si vada, Il brando e la virtù fa far la strada.

16

Smontati de li arcioni e, con le spate Tagliando e’ tronchi, fative sentiero; E, se ben sorge alcuna novitate, Non vi turbati ponto nel pensiero. Vince ogni cosa la animositate, Ma condurla con senno è di mestiero. Così dicea la dama; onde e’ baroni Smontano al piano e lasciano e’ ronzoni.

17

Smontati tutti e tre, come io vi disse, Rugier nel bosco fo il primo ad entrare, Ma un lauro il suo camin sempre impedisse, Nè a’ folti rami lo lascia passare; Onde la mano al brando il baron misse, E quella pianta se pose a tagliare, Dico del lauro, che foglia non perde Per freddo e caldo, e sempre se rinverde.

18

Poi che soccisa fu la pianta bella E cadde a terra il trïomfale aloro, Fuor del suo tronco sorse una donzella, Che sopra al capo avia le chiome d’oro, E gli occhi vivi a guisa de una stella; Ma piangendo mostrava un gran martoro, Con parole suave e con tal voce, Che avria placato ogni animo feroce.

19

— Serai tanto crudel, dicea barone, Che il mio mal te diletti e trista sorte? Se qua me lasci in tal condizïone, Le gambe mie seran radice intorte, El busto tramutato in un troncone, Le braccie istese in rami seran porte; Questo viso fia scorza, e queste bionde Chiome se tornaranno in foglie e in fronde.

20

Perchè cotale è nostra fatasone, Che trasformate a forza in verde pianta, Stiamo rinchiuse, insin che alcun barone Per sua virtute a trarcene se avanta. Tu m’hai or liberata de pregione, Se la pietate tua serà cotanta, Che me accompagni quivi alla rivera; Se non, mia forma tornarà qual era.

21

Il giovanetto pien di cortesia Promesse a quella non la abandonare, Sin che condotta in loco salvo sia. La falsa dama con dolce parlare Alla riviera del Riso se invia; Nè vi doveti già meravigliare Se còlto fu Rugiero a questo ponto, Chè il saggio e il paccio è da le dame gionto.

22

Come condotto fu sopra a la riva, La vaga ninfa per la mano il prese, E de lo animo usato al tutto il priva, Sì che una voglia nel suo cuor se accese De gettarsi nel fiume a l’acqua viva. Nè la donzella questo gli contese; Ma seco, così a braccio, come istava, Ne la chiara onda al fiume se giettava.

23

Là giù, nel bel palazo de cristallo Fôrno raccolti con molta letizia. Orlando e Sacripante era in quel stallo, E molti altri baroni e gran milizia. Le Naiade con questi erano in ballo; Ciuffali e tamburelli a gran divizia Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto Se consumava il giorno tutto quanto.

24

Gradasso era rimaso alla boscaglia, Nè trova al suo passar strata o sentiero, E sempre avanti il varco gli travaglia Tra l’altre piante un frassino legiero. Lui questo con la spata intorno taglia, Subito uscitte al tronco un gran destriero; Leardo ed arodato era il mantello: Natura mai ne fece un così bello.

25

La briglia che egli ha in bocca, è tutta d’oro, E così adorno è ’l ricco guarnimento Di pietre e perle, e vale un gran tesoro. Gradasso non vi pone intendimento Che per inganno è fatto quel lavoro; Anci se accosta con molto ardimento E dà di mano a quella briglia bella Senza contrasto, e salta ne la sella.

26

Subito prese quel destriero un salto, Nè poscia in terra più se ebbe a callare; Per l’aria via camina e monta ad alto, Come tal volta un sogna di volare. Battaglia non fu mai nè alcuno assalto, Qual potesse Gradasso ispaventare; Ma in questo, vi confesso, ebbe paura, Veggendose levato in tanta altura;

27

Perchè ne l’aria cento passi o piue L’avia portato quella bestia vana. Il baron spesso riguardava in giue, Ma a scender gli parea la scala strana. Quando così bon pezzo andato fue E ritrovosse sopra alla fiumana, Cader si lascia la incantata bestia; Nel fiume se atuffò senza molestia.

28

Così Gradasso al fondo se atuffoe, E ’l gran caval natando a sommo venne, Poi per la selva via si deleguoe Sì ratto come avesse a’ piè le penne. Ma il cavallier, che a l’acqua si trovoe, Subito un altro nel suo cor divenne; Scordando tutte le passate cose, Con le Naiàde a festeggiar se pose.

29

A suon de trombe quivi se trescava Zoiosa danza, che di qua non se usa: Nel contrapasso l’un l’altro baciava, Nè se potea tener la bocca chiusa. A cotale atto se dimenticava Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa, E credo che un bel baso a bocca aperta Per la dolcezza ogni anima converta.

30

In cotal festa facevan dimora Tutti e baroni in suoni e balli e canti; Sol Brandimarte se affatica ancora, Nè per la selva può passare avanti, Benchè col brando de intorno lavora Tagliando il bosco; e da diversi incanti Era assalito, ed esso alcun non piglia, Chè Fiordelisa sempre lo consiglia.

31

Lui tagliò de le piante più che vinte, E de ciascuna uscia novo lavoro, Or grandi occelli con penne depinte, Or bei palagi, or monti de tesoro; Ma queste cose rimasero extinte, Chè Brandimarte ad alcuna di loro Mai non se apiglia e dietro a sè le lassa, E per la selva sino al fiume passa.

32

Come alla riva fu gionto il barone, Divenne in faccia di color di rosa E tutto se cangiò de opinïone, Per trabuccarse ne l’acqua amorosa; E per gran forza de incantazïone, Non se amentava Orlando, nè altra cosa, E gioso se gettava ad ogni guisa, Se a ciò non reparava Fiordelisa.

33

Perchè essa già composti avea per arte Quattro cerchielli in forma di corona, Con fiori ed erbe acolte in strane parte, Per liberar de incanti ogni persona; E pose un de essi in capo a Brandimarte, Quindi de ponto in ponto li ragiona Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto, Per trare Orlando fuor di quello incanto.

34

Il franco cavalliero incontinente Fa tutto ciò che la dama comanda; Nel fiume se giettò tra quella gente, Che danza e suona e canta in ogni banda. Ma lui non era uscito di sua mente, Come eron gli altri, per quella ghirlanda Che Fiordelisa nel capo gli pose, Fatta per arte de incantate rose.

35

Come fo gionto giù tra quella festa, Nel bel palagio de cristallo e de oro, Un de’ cerchielli al conte pose in testa, E li altri a li altri duo senza dimoro. Così la fatason fu manifesta Subitamente a tutti quattro loro; E le dame lasciarno e ogni diletto, Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.

36

Sì come zucche in su vennero a galla; Prima de l’acqua sorsero e’ cimieri, Poi l’elmo apparve e l’una e l’altra spalla, Ed alla riva gionser di legieri. Quindi, levati a guisa di farfalla, Che intorno al foco agira volentieri, Sorpresi fuôr da un vento in poco de ora, Qual li soffiò di quella selva fuora.

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Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto, Non l’avrebbon saputo racontare, Come om che sogna e se sveglia di tratto, Nè può quel che sognava ramentare. Eccoti avanti a lor ariva ratto Un nano, e solo attende a speronare; E, come presso e’ cavallier si vede, — Segnor, cridava, odeti per mercede!

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Segnor, se amati la cavalleria, Se adiffendeti il dritto e la iustizia, Fati vendetta de una fellonia Maggior del mondo e più strana nequizia. Disse Gradasso: Per la fede mia! Se io non temessi di qualche malizia E[t] de esser per incanto ritenuto, Io te darebbi volentieri aiuto.

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Il nano allora sacramenta e giura Che non è a questa impresa incantamento. — Oh! disse il conte, e chi me ne assicura? Tanto credetti già, che io me ne pento. Lo augel ch’esce dal laccio, ha poi paura De ogni fraschetta che se move al vento; Ed io gabbato fui cotanto spesso, Che, non che altrui, ma non credo a me stesso.

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Disse Rugier: Non è solo un parere, E ciascun loda la sua opinïone. Direbbe altrui che fosser da temere L’opre de’ spirti e queste fatagione; Ma se il bon cavallier fa el suo dovere, Non dee ritrarse per condizïone Di cosa alcuna; ogni strana ventura Provar se deve, e non aver paura.

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Menami, o nano, e nel mare e nel foco, E se per l’aria me mostri a volare, Verrò tieco a ogni impresa, in ogni loco: Che io mi spaventi mai, non dubitare. Gradasso e ’l conte se arrossirno un poco Odendo in cotal modo ragionare; E Brandimarte al nano prese a dire: Camina avanti, ogniom ti vol seguire.

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Il nano aveva un palafreno amblante: Via se ne va per la campagna piana. Dicea Gradasso verso il sir de Anglante: Se questa impresa fia sublime e strana, E per sorte mi tocca il gire avante, Io voglio adoperar tua Durindana, Anci pur mia, però che il re Carlone Me la promisse, essendo mio pregione.

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Se lui te la promisse, e lui te attenda! Rispose il conte, in collera salito Ben parlo chiaro, e vo’ che tu me intenda, Che non è cavallier cotanto ardito, Dal qual mia spata ben non mi diffenda; E se a te piace mo questo partito Di guadagnarla in battaglia per forza, Eccola qua: ma guàrdati la scorza.

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Così dicendo avea già tratto il brando, A cui piastra nè usbergo non ripara; Gradasso d’altra parte fulminando Trasse del fodro la sua simitara. Araldo non vi è qua che faccia il bando, Nè re che doni il campo chiuso a sbara; Ma senza cerimonie e tante zacare Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare.

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E cominciano il gioco con tal fretta, Con tanta furia e con tanta ruina, Che l’una botta l’altra non aspetta; De intorno al capo l’elmo gli tintina, E ciascun colpo fuoco e fiama getta. Come sfavilla un ferro alla fucina, Come chiocca le fronde alla tempesta, Cotal l’un l’altro mena e mai non resta.

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Menò a due mano il conte un colpo crudo, Con tal furor che par che il mondo cada; Gradasso il vidde e riparò col scudo, Ma non giova riparo a quella spada: La targa e usbergo in fino al petto nudo Convien che ’n pezzi a la campagna vada, E la gorzera e parte del camaglio Ne portò sieco a terra de un sol taglio.

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Quando il re franco del colpo se avvide, Mena a due mano e il fren frangendo rode; Sino alla carne ogni arma li divide, E ’l gran rimbombo assai de intorno se ode. Dice Gradasso, e tutta fiata ride: Se ben ti rado, fàcciati bon prode! In questa volta più non te ne toglio, Perchè a mio senno il pel non è ancor moglio.

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Che buffoneggi, dicea il conte, che? Prima che quindi te possi dividere, Tante te ne darò che guai a te, E insegnarotti in altro modo a ridere. Rispose a lui Gradasso: Per mia fè! Se omo del mondo me avesse a conquidere, Esser potrebbe che fusti colui; Ma in verità nè te stimo nè altrui.

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Quando un tuo pare avessi alla centura, Non restarei di correre a mia posta. Se pur te piace, prova tua ventura: Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. Orlando se avampò fuor di misura, Dicendo: Poco lo avantar ti costa; Ma tra fatti e parole è differenzia, Del che vedremo presto esperïenzia.

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Tuttavia parla e mena Durindana, Ad ambe mano un gran colpo gli lassa; Manda il cimiero a pezzi in terra piana, E ’l capo col torchion tutto fraccassa. Risuonò l’elmo come una campana, E il re chinò giù il viso a terra bassa; Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia, Perse una staffa e abandonò la briglia.

51

Ma non perciò perdette la baldanza Quel re superbo, e divenne più fiero; Parea di foco in faccia alla sembianza. Mena a duo mani e gionse nel cimiero, Con tanto orgoglio e con tanta possanza, Che il coppo e il torchio manda nel sentiero. Risuonò l’elmo, ed accerta Turpino Che un miglio o più se odette in quel confino.

52

E fu per trabuccar de lo arcion fuore Il franco conte a quel colpo diverso; La sembïanza ha d’un om che more, E piedi ha fuor di staffe e ’l freno ha perso. Fuggendo via ne ’l porta il corridore Per la campagna, a dritto ed a traverso, E ’l re Gradasso il segue con la alfana, Per darli morte e tuorli Durindana.

53

Pur ne la istoria il ver se convien dire: A suo dispetto li dava de piglio; Ma Brandimarte non puote soffrire Vedere Orlando posto in tal periglio, Onde correndo se ’l pose a seguire. Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio, E disse: Anco tu vai cercando noglia? Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia.

54

Ma in questo Orlando se fu risentito, E ver Gradasso vien col brando in mano. Rugiero allora, el giovane fiorito, Fra lor se pose con parlare umano, Cercando de accordargli ogni partito; E similmente ancor faceva il nano Pregando per pietate e per mercede Che vadano alla impresa che lui chiede.

55

E tanto seppon confortare e dire, Che tra lor fu la zuffa raquetata; Ma ben la compagnia voglion partire, E ciascadun ha sua strata pigliata. Gradasso con Rugier presero a gire Ove il nano una torre ha dimostrata; E Brandimarte e il conte paladino Verso Parigi presero il camino.

56

Quel che Rugier facesse e il re Gradasso, Vi fia poi racontato in altra parte, Perchè al presente a dir di lor vi lasso, E seguo come il conte e Brandimarte Vennero in Francia caminando a passo, Con Fiordelisa, maestra in tutte l’arte; E una mattina, al cominciar del giorno, Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.

57

Perchè Agramante, come io vi contai, Sconfitto avendo in campo Carlo Mano E morta e presa di sua gente assai, Se era atendato a cerco per quel piano. Tanta ciurmaglia non se vidde mai Quanta adunata avea quello africano; Ben sette leghe il campo intorno tiene, Che valle e monti e le campagne ha piene.

58

Quei de la terra stavano in diffese, E notte e giorno attendono alle mura, Chè sol de’ paladin vi era il Danese, Che a far beltresche e riparar procura. Ma quando il conte mirando comprese Cotal sconforto e tal disaventura, Sì gran cordoglio prese e dolor tanto, Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.

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— Chi se confida in questa vita frale, Diceva lui, e in questo mondo vano, Lasci gli alti pensieri e chiuda l’ale, Prendendo exempio dal re Carlo Mano, Che sì vittorïoso e trïomfale Facea tremar ciascun presso e lontano; Or l’ha del tutto la fortuna privo In un momento, e forse non è vivo.

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Ma, mentre che dicea queste parole, Nel campo si levò sì gran romore, Che par che il cel risuoni insino al sole, E sempre il crido cresce e vien maggiore. Or, bella gente, certo assai mi dole Non poter mo chiarir tutto il tenore; Ma apresso il contarò ne l’altra stanza, Chè in questo canto abbiam detto a bastanza.